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Patrimonio UNESCO i monasteri che hanno fatto grande la storia dell’Abruzzo

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La candidatura del sito seriale di otto monasteri sarà trasmessa a Parigi presso gli organi consultivi dell’UNESCO entro il 1 febbraio 2026.

La candidatura del sito seriale di otto monasteri, tra cui San Vincenzo al Volturno, Subiaco, Montecassino e Farfa, sarà trasmessa a Parigi presso gli organi consultivi dell’UNESCO entro il 1 febbraio 2026.

Sotto la presidenza di Franco Bernabè – che si è occupato dell’iscrizione della transumanza alla lista del Patrimonio Culturale Immateriale – Il Consiglio Direttivo della Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco ha approvato la candidatura del sito seriale: “Insediamenti benedettini altomedioevali in Italia”. Con questo atto, la candidatura è stata presentata per la verifica preliminare ai fini dell’iscrizione alla lista del Patrimonio UNESCO per la Protezione del Patrimonio Mondiale Culturale e Naturale. Il sito proposto è di tipo seriale, cioè composto da 8 abbazie: i monasteri benedettini di Subiaco, le Abbazie di Montecassino, di Santa Maria a Farfa e di San Vincenzo al Volturno, che fecero grande la storia dell’Abruzzo e d’Italia perché, alla scuola dell’ora et labora della regola benedettina, divennero i luoghi primari per la conservazione, la diffusione e la trasmissione del sapere e della cultura. Completano l’elenco: San Vittore alle Chiuse (Ancona), Sant’Angelo in Formis (Caserta); per il nord la Sacra di San Michele (Torino) e San Pietro al Monte (Lecco), che conservano tutti preziose testimonianze della cultura e delle arti visive del Medioevo in ambito europeo e mediterraneo. L’iniziativa è sostenuta dal Ministero della Cultura Gennaro Sangiuliano, che aCaceres, nell’ambito della riunione dei Ministri della Cultura dell’Unione europea, ha affermato: “Più siamo forti e consapevoli della nostra identità storico-culturale, delle nostre radici, meglio sapremo aprirci al dialogo con gli altri”. In caso fosse valutata positivamente dagli organi consultivi, la candidatura sarà ufficialmente trasmessa al Centro per il Patrimonio Mondiale UNESCO entro il primo febbraio 2026.

Chi si prepari a conoscere quella terra stupenda, segreta e affascinante che è l’Abruzzo dovrà familiarizzare con la severa bellezza dell’arte benedettina: raramente si trova come qui un rapporto spirituale fra l’ambiente della natura e gli uomini. Nascoste tra valli solitarie, edificate su balze rocciose o su altipiani deserti e silenziosi, le grandi abbazie o le piccole celle sono state l’antico cuore di questa appartata regione. Su queste impervie vie camminarono nel lungo arco dei secoli i monaci, che portarono nel silenzio solenne di questa terra la parola della fede insieme all’arte di lontani centri di cultura. L’opera dei benedettini favorì, con meditata prudenza, un clima artistico che raggiunse traguardi alti e nobili, forgiando un linguaggio divenuto poi tradizionale. L’espansione monastica in Abruzzo si è articolata in fasi successive, raggiungendo praticamente ogni remoto angolo del territorio: dopo una prima fase, che va dalle origini fino all’invasione longobarda e di cui sappiamo poco, la seconda è senz’altro il periodo d’oro dell’espansione monastica delle grandi abbazie del centro-sud, futuro – si spera – patrimonio UNESCO: Montecassino, Farfa, San Vincenzo e poi San Clemente a Casauria dall’VIII al X secolo. Anche in questo caso delle invasioni, quelle saracene, mettono a repentaglio, quando non distruggono la vita dei cenobi benedettini; soltanto intorno all’anno Mille gli insediamenti monastici riprendono vigore, ma in maniera autonoma dalle grandi abbazie. A quest’epoca gli insediamenti monastici abruzzesi si slegano dalle precedenti reti di dipendenza, ma come conseguenza sono meno estesi e di interesse piuttosto locale. Ciò nonostante rappresentarono contesti sociali, economici e culturali fondamentali per la vita quotidiana delle popolazioni. Un’ultima grande efflorescenza di vita monastica si ha tra il Duecento e il Trecento, secoli che vedono il territorio abruzzese punteggiato dalle severe architetture dei monaci cistercensi e celestini, ordini segnati da un rinnovato spirito rigoristico. Se allo stato attuale delle ricerche sono noti oltre 600 insediamenti benedettini, dobbiamo però constatare che la gran parte di questi è oggi quasi scomparsa. Solo una piccola emergenza di questo immenso patrimonio è giunta fino a noi, spesso attraverso circostanze fortuite, come il caso della splendida Badia Morronese: casa madre dell’ordine dei Celestini, fino al 1993 era adibita a Istituto penale.

Dopo il maggiore insediamento monastico cassinese di San Liberatore a Maiella, il secondo è a Corfinio, la grande chiesa abbaziale valvense intitolata a San Pelino ed eretta nel ventennio fra il 1104 e il 1124. La stupenda chiesa, nella respirata posizione della libera pianura battuta dal vento, è una delle glorie dell’architettura abruzzese, nel suo civilissimo confluire e sovrapporsi di idee e apporti di diverse culture. Da essa dipendono, per filiazione o per analogie, Santa Maria di Bominaco, immersa nella rarefatta atmosfera di una solitudine montana senza tempo. Altrove le maestranze benedettine mostrano la loro capacità di adattamento alle diverse esigenze di luogo e di cultura: ne è mirabile esempio la chiesa di San Pietro in Albe, in vista del Fucino, eretta fra il 1132 e il 1150 sulle rovine di un antico tempio usando materiali romani di ricupero. Più a valle s’inizia Pescara la ricostruzione di quella che sarà l’altra grande e potente abbazia d’Abruzzo, San Clemente a Casauria, un cenobio che, nato nel IX secolo, era andato lentamente in rovina fin dal 1079, dopo il saccheggio normanno. L’ordine benedettino determinò in Abruzzo, un clima, un tono comune, nel quale è possibile collegare tutte le opere scaturite dal valore trascendente di questo indirizzo spirituale: il solenne e pacato senso dello spazio, l’amore per la linearità, la sobria raffinatezza delle sculture, l’essenzialità rigorosa dei ritmi architettonici. Domina su tutto la candida pietra appenninica, che al sole ancora oggi acquista una luminosa patina dorata. Con la chiesa abbaziale di Santa Maria Arabona presso Manoppello siamo alla stretta aderenza ai rigidi canoni dell’Ordine cistercense, che tentò per un paio di secoli di penetrare nella regione. Siamo ormai alla metà del Duecento e in Abruzzo si può dire che la civiltà benedettina ha assolto al suo compito immane: vivrà ancora a lungo, ma sarà tradizione e legame ad un passato che la terra d’Abruzzo non dimenticherà mai. Un avvenimento di capitale importanza fu per la storia abruzzese la fondazione della città di L’Aquila intorno al 1254, ma questa è un’altra storia.