Questo concetto l’ho appreso come aforisma e legato morale di Candido Rada, salesiano cileno, primo vescovo della diocesi andina di Guaranda in Ecuador. Recentemente ho scoperto che è la riformulazione di un più famoso aforisma di Denis Diderot: “Non basta fare il bene, bisogna anche farlo bene”. Il principio generale insito in queste parole è semplice: nel cercare di fare le cose giuste l’uomo dovrebbe preoccuparsi di non vanificare l’azione appropriata sminuendola o addirittura rendendola inefficace per superficialità, grossolanità, sbagli nell’attuazione. Non c’è dubbio della validità del concetto: le buone intenzioni non bastano, bisogna che siano portate a compimento in modo efficace. “Le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni” recita un proverbio italiano talmente antico da poter essere fatto risalire ad Ovidio, nelle sue Metamorfosi. Il fare bene diventa così più importante del fare ciò che è bene, perché fare male rende inutile ogni lodevole intenzione e sforzo. Non dovrebbe dedicarsi al bridge chi non è disposto ad accettare fin dall’inizio che “non basta giocare a bridge, bisogna anche farlo bene”: quindi giocare pacatamente, a ragion veduta, con precisione ed imparando dagli errori fatti. Ha senso perdere tempo e denaro per dipingere male dei brutti acquarelli? Ha senso perdere tempo e denaro per giocare male a bridge? Si può fare per imparare e migliorare, non per giocare male per trenta anni e poi addirittura peggiorare.
Questa mano didattica si focalizza sulla precisione. Il contratto di 4 Picche con attacco di J di Quadri, preso dall’Asso con ritorno Cuori per l’Asso e nuova Cuori per la Donna e taglio dalla mano, non presenta difficoltà se i resti d’atout sono divisi 3-2. Perdendo una presa a Cuori, una a Quadri ed una a Picche, se ne realizzano dieci con quattro a Picche, una a Quadri e cinque a Fiori. Il problema nasce dalla possibilità di ripartizione 4-1 delle cinque Picche degli avversari. La mano si è già accorciata in atout, un secondo taglio la metterebbe a rischio del cosiddetto “fuorigioco”: palo s’atout più corto di quello di uno degli avversari. Con l’aggravante di scarsezza di rientri sicuri in mano per completare la battuta degli atout. Il gioco giusto contro la ripartizione 4-1 consiste nella battuta dell’Asso, guardando bene gli scarti avversari. Ci interessano Donna, 10 e 9. Se vediamo 3 e 6, battiamo anche il Re; se compare il 10 o il 9, subito sospettati come secchi o accanto alla Donna, si deve giocare piccola verso il Fante, contro la quarta in qualsiasi lato. Immaginando la caduta del 9 (o del 10), si sta giocando contro la figura iniziale 9 secco in Ovest per Q 10 x x in Est, oppure Q 10 x x in Ovest per 9 secco in Est. (9 e 10 sono invertibili) Se la Donna di Picche fa presa in Ovest ed Est scarta, dopo un altro taglio della Cuori si rientra al morto con il Fante di Picche, poi in mano a Fiori per battere l’ultimo atout e sfilare le vincenti restanti. Se invece è Ovest a scartare e la Donna quarta di Picche in Est fa presa sul Fante, si rientra al morto per giocare l’impasse contro il 10 secondo… Impasse? Partendo di che? Di 2 verso la forchetta A 7, se sulla battuta d’Asso si è stati così precisi da scartare l’8 di Picche! Se si fosse giocato con leggerezza mettendo in automatico il 2 sotto l’Asso, ora l’8 del morto non potrebbe essere superato ed un altro rientro a Fiori rischierebbe il taglio per la probabile ripartizione 3-1 dei resti di Fiori, singolo accanto alla quarta d’atout. Non si sta chiedendo troppo: solo di contare gli atout avversari ed immaginare le loro possibili figure. Non si può pretendere di giocare bene senza fare questo in ogni mano e quindi prevedere la necessità di uno sblocco preventivo, quando ipoteticamente necessario. E, soprattutto, smetterla di chiamare in automatico “Piccola” dal morto ogni volta che si gioca una vincente della mano.










