Musei gratis domenica 5 novembre: l’iniziativa riguarda anche San Clemente a Casauria, il centro monastico più importante dell’intero Abruzzo.
San Clemente a Casauria, la basilica divina, come venne definita da Gabriele D’Annunzio, è la perla dei monasteri d’Abruzzo e sorge su un sito dalla storia più che millenaria.“Voglio condurti a un’abbazia abbandonata” – scriveva emozionato il Vate nel Trionfo della morte – “bella come una cattedrale, piena di memorie antichissime, dov’è un gran candelabro di marmo bianco, un fiore d’arte meraviglioso, creato da un artefice senza nome“. Lo struggente amore di D’Annunzio per San Clemente sarebbe tornato nella prima novella di Terra Vergine e nell’angelo esule dalla Badia del Libro Segreto. Ai suoi tempi, però, doveva apparire ancora in stato di abbandono: “Un sentimento di santità primitiva eravi ancor diffuso, quasi che di recente l’erbe e le pietre fossero state premute da una lunga migrazione di greggi patriarcali cercanti l’orizzonte marittimo”. Fu proprio un amico di D’Annunzio, Pier Luigi Calore che, a cavallo tra Otto e Novecento, dedicò tutta la vita al recupero dell’edificio sacro e raccolse reperti archeologici di epoca romana e medievale, creando il cuore di quello che è l’attuale Antiquarium. Il complesso monumentale di San Clemente a Casauria è affidato alle esemplari cure della Direzione Regionale Musei Abruzzo: a seguito dei danni ingenti causati dal sisma del 2009 il complesso fu chiso fino all’aprile del 2013
L’Abruzzo è un caso esemplare, perché il suo patrimonio culturale e spirituale è germogliato dalle radici dell’ideale monastico, punteggiato pressoché ovunque da abbazie, monasteri, conventi, chiese ed eremi. San Clemente a Casauria, insieme a Montecassino, Farfa e a San Vincenzo al Volturno furono le quattro grandi abbazie che esercitarono per secoli un ampio controllo economico e politico sul territorio abruzzese. Allora non poteva esprimersi meglio Ignazio Silone nel ruolo di cantore ufficiale dell’Abruzzo nel saggio introduttivo alla Guida del Touring Club del 1948 su Abruzzo e Molise:
“Non erano pertanto nelle dimore dei vassalli, ma nei conventi, i centri effettivi della storia abruzzese; erano in San Clemente a Casauria, San Bartolomeo di Carpineto, Santa Maria di Picciano, San Giovanni in Venere, San Liberatore a Majella”.
Tra il gorgoglio delle acque del Pescara, che scorre particolarmente vorticoso in quel punto, si apre la vista della monumentale facciata dell’abbazia, che sorge in una profonda ansa ritagliata dal fiume nella pianura. Secondo il Chronicon Casauriense – la cronaca medievale del monastero che va dalla fondazione nel 873 al 1182 – l’abbazia era inizialmente dedicata alla SS. Trinità e fu voluta dall’imperatore Ludovico II come ex voto, tanto che donò vasellame d’oro e d’argento, palli dorati e rilucenti di gemme preziose alla primitiva chiesa, di cui però non restano traccia. Nella politica imperiale, però, il monastero aveva anche una importante funzione di avamposto territoriale. Con l’arrivo delle reliquie di San Clemente – raffigurato nel portale d’ingresso – il monastero acquisto l’attuale intitolazione. Dopo le invasioni saracene e normanne, fu con l’abate Leonate nel XII secolo che l’abbazia conobbe il periodo di splendore e fu ricostruita in forme monumentali, ad opera delle più abili maestranze dell’epoca. All’abate che s쳭ette, Gioele, si devono le porte di bronzo, divise in riquadri con il nome di chiese e castelli soggetti all’abbazia e la decorazione dello spazio interno. Il racconto delle origini dell’abbazia e della sua potenza e ricchezza si rivelano nel sapiente intaglio dell’architrave sul portale centrale: quattro scene vedono coinvolte le massime autorità del Medioevo, il papa e l’imperatore e poi abati, monaci e altri potenti signori. San Clemente non era un luogo qualunque. I tre profondi arconi d’ingresso immettono in un portico, che è una profusione di bellezza: capitelli finemente intagliati a ospitare figure di santi o motivi vegetali, i mostri del bestiario medievale, ghiere e archetti pensili decorati nei modi più vari. Al di sopra fu innalzata una cappella, che prevedeva una loggia aperta verso l’interno della chiesa, riflesso di idee provenienti dalla Terra Santa e in particolare dal Santo Sepolcro. L’intento di Leonate, perfettamente riuscito, era quello di creare una entrata trionfale alla basilica, a dimostrazione dell’antichità e del prestigio della sua comunità.
L’interno in penombra della basilica è rischiarato dalla pietra bianca della Maiella, che riluce senza mai abbagliare: nella sua essenzialità e semplicità, per l’atmosfera creata dai giochi di luce ed ombra, si ha la sensazione di aver fatto un vero salto nel tempo. La sobrietà dello spazio del santuario è impreziosita da tre arredi liturgici: il pulpito, il candelabro per il cero pasquale e il ciborio a copertura dell’altare. Il pulpito è, tra i trentadue esistenti in Abruzzo, uno degli esemplari meglio conservati: a cassa quadrata, poggia su colonne architravate e culminanti in capitelli a palmette, simbolo del martirio e della vita eterna; è ornato dal rilievo a tralcio di vite (e vita) che nasce da un drago, simbolo del paganesimo, e da bellissime rose scolpite, così particolari da prendere il nome di rosoni casauriensi.
Il candelabro per il cero pasquale è riferibile al XIII secolo e, negli intarsi cosmateschi, mostra una qualche ascendenza romana; inoltre è uno dei soli tre candelabri monumentali per ceri pasquali presenti in Abruzzo, essendo gli altri due quelli di Santa Maria Arabona a Manoppello e Santa Maria Assunta a Bominaco. La colonna attuale andò a sostituire quella precedente, distrutta dal terremoto del 1349. La base riutilizza un’ara romana, mentre la parte superiore è composta da un’edicola due piani, arricchita dalla presenza di dodici colonnine: sono gli apostoli che hanno diffuso la luce del vangelo nel mondo. Il grande cero rappresentato sulla sommità rappresenta invece Cristo e la luce della sua resurrezione portata a tutta l’umanità.
Il ciborio in pietra è da ritenersi manufatto quattrocentesco, anche se esemplato su di uno precedente del secolo XII e sovrasta un sarcofago paleocristiano usato come altare. Un’iscrizione sul ciborio ricorda la presenza delle reliquie di San Clemente e dei Santi Pietro e Paolo, segno del legame con la Sede Apostolica. Le preziose reliquie erano conservate in un’antichissima urna, che si può vedere ancora oggi. Tutti e quattro i lati del prospetto del ciborio sono scolpiti: il rilievo più interessante è il racconto continuo scolpito in pietra che narra la vicenda della traslazione delle reliquie di S. Clemente.
Infine non può mancare la discesa alla suggestiva cripta presbiteriale, senz’altro la parte più antica della chiesa di San Clemente. Era destinato alle sepolture o alla custodia delle reliquie: originariamente comprendeva tre altari, anche se oggi rimane solo quello centrale. Per la sua costruzione fu utilizzato materiale di spoglio, proveniente da edifici romani dei dintorni, tra cui spicca la colonna miliare con l’iscrizione che ricorda gli imperatori Valentiniano, Valente e Graziano per il restauro della vicina via Claudia Nuova, iniziati nel 360-63 d.C. Non bisogna dimenticare che la storia di questo sito è più che millenaria, quando viene innalzato l’edificio monastico: tra protostoria, periodo italico, età romana e oltre, nei pressi di questo sito vi era quell’insediamento misterioso che le fonti ricordano con il nome di Interpromium, lungo il tracciato della Via Claudia.
Uscendo, la transizione dalle tenebre alla luce: è la saggezza monastica. Veramente San Clemente a Casauria è una basilica divina.












