Andare per monasteri ed eremi in Abruzzo 

di Fausto D'Addario | 09 Luglio 2023 @ 05:15 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
Andare per monasteri ed eremi - Abruzzo
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Andare per monasteri ed eremi in Abruzzo: una valida alternativa per fuggire dal caldo di questa estate che si preannuncia già rovente. Perché non passare qualche giornata al fresco, nel segno della natura e dello spirito? Percorrendo gli antichi sentieri dei monasteri abruzzesi, ci si perde in angoli incontaminati e paesaggi mozzafiato, dove il tempo sembra essersi fermato. Tra mare e monti, cielo e terra, pianure e città, l’Abruzzo è un caso esemplare, forse più di ogni altra regione italiana: il patrimonio culturale e spirituale germogliato dalle radici dell’ideale monastico è ben visibile nella regione, punteggiata pressoché ovunque da abbazie, monasteri, conventi, chiese ed eremi. Presenze antiche, immerse in un presente eterno e duraturo, dove i monaci non venivano semplicemente ad abitare, ma per vivere: la vita è un’esperienza totale e nei monasteri la ricerca di Dio è cosa sola con il ritmo della vita quotidiana. Chi arriva in questi luoghi con cuore libero, sostando di fronte a un’antica abbazia, ai suoi affreschi, alla regolarità del suo chiostro, fa esperienza di quel Dio che si fa cercare e trovare dopo un lungo cammino. Il monaco è colui che sta in ascolto, l’atteggiamento religioso per eccellenza. Noi, abituati all’ipercomunicazione digitale e alle connessioni senza confini, non conosciamo più quel sacro tacere che ci eleva alla vita divina, fino al cielo. Il silenzio non opprime, eleva; non deruba, ma regala.

I monaci creavano legami e nel creare legami creavano mondi nuovi. L’Abruzzo è un gran produttore di silenzio, di sobria e rude bellezza: queste le caratteristiche della lunga storia del monachesimo abruzzese, che emergono dallo stupefacente messaggio di San Benedetto. La sua antica lezione è stata capace di coniugare l’ora et labora, pane spirituale e pane materiale, come anche solitudine e dialogo con gli uomini e le donne.

Non poteva esprimersi meglio Ignazio Silone nel ruolo di cantore ufficiale dell’Abruzzo nel saggio introduttivo alla Guida del Touring Club del 1948 su Abruzzo e Molise:

“Non erano pertanto nelle dimore dei vassalli, ma nei conventi, i centri effettivi della storia abruzzese; erano in San Clemente a Casauria, San Bartolomeo di Carpineto, Santa Maria di Picciano, San Giovanni in Venere, San Liberatore a Majella. Da quest’ultimo, fin dagli anni tra il 1007 e il 1019, uscirono alcune maestranze di benedettini che diffusero nella contrada un tipo di architettura in cui si ritrovavano fusi con semplicità e originalità elementi latini e lombardi; i monaci valvensi nel XII secolo propagarono l’architettura romanica; i cistercensi, venuti di Francia, introdussero più tardi le forme gotiche di Borgogna; finché nel XIII secolo fiorirono numerose scuole locali, in gara artistica tra di loro, per opera delle fraterie di Atri, Teramo, Chieti, L’Aquila, Sulmona, Lanciano e della Marsica, che pur nella ricchezza e diversità o eclettismo di stile e nella mancanza di eccezionali individualità, ci rivelano ancora oggi un gusto comune assai elevato, un evidente amore per la sobrietà, la chiarezza, la forza”.

Radicalità quasi mistica di un Abruzzo ascetico e spirituale, popolare e pagano, riparato dagli urti della storia grazie alle montagne e al mare. È proprio la natura montagnosa della regione ne faceva una meta preferita dagli eremiti del posto, ma anche da quelli provenienti dall’Oriente. Erano diretti a Roma in cerca di pace, ma poi trovavano – a quei tempi come oggi – un ambiente non esattamente edificante per rimanervi. Che fare dunque? Si spostavano verso la montagna più vicina e tranquilla, quella abruzzese – non particolarmente difficile da raggiungere dall’Urbe – e qui si installavano e vi rimanevano tutta la vita. Edoardo Micati ha contato ben 85 eremi e chiese rupestri in Abruzzo, scavate tra la Majella, il Morrone e il massiccio del Gran Sasso. Pensiamo solo all’eremo di Sant’Onofrio, sulle pendici del Monte Morrone, non molto distante da Sulmona. Fu abitato da Pietro Angelerio, fino a che venne eletto papa con il nome di Celestino V e qui di nuovo ritornò nel 1295, dopo la sua famosa rinuncia. A poca distanza l’eremo di San Bartolomeo in Legio a Roccamorice, su uno sperone a 700 metri, interamente incastonato e quasi mimetizzato nella roccia.

Ma con il tempo sono stati innalzati quegli svettanti massicci di silenzio, che sono le grandi abbazie. L’architettura monastica d’Abruzzo, specialmente attraverso l’influsso di tre grandi monasteri quali Montecassino, Farfa e San Vincenzo al Volturno, è testimone di capolavori ancora troppo poco conosciuti: la pura essenzialità della facciata romanica di San Liberatore a Maiella a Serramonacesca – la serra dei monaci! – con il suo meraviglioso pavimento; il complesso monumentale di San Clemente a Casauria, la prima abbazia romanica che fece scuola in tutto l’Abruzzo; quel racconto di pietra che è l’abbazia di San Pelino a Corfinio, nella prima capitale d’Italia; la trasparente luminosità di San Giovanni in Venere, dove la dea Venere sembra ver lasciato una punta della sua bellezza in questo luogo magico, sospeso tra il verde delle colline e il profumo del mare. Ci fermiamo qui, non possiamo nemmeno tentare di farne un elenco: allo stato attuale degli studi sono emersi oltre 600 luoghi residenziali monastici, anche se la gran parte di questi è purtroppo scomparsa.

Certo, non può non salire al cuore una certa malinconia quando si constata che monasteri e chiese nati sotto la stella benedettina, oggi non sono più vivificate dalla presenza laboriosa e dalle note mistiche della preghiera dei monaci, al ritmo unificante dell’ora et labora. Nel migliore dei casi, oggi sono dei musei. Sono i segni dei tempi. Non è detta però l’ultima parola: quando la vita si riduce a mero lavoro, a vuota corsa da topi, quando l’iperattività letale elimina ogni momento contemplativo e soffoca la vita, la storia ci insegna che sono sorti uomini e donne animate da un rinnovato desiderio di Dio. Chissà che un giorno questi luoghi dello spirito possano ripopolarsi di nuovi figli e figlie di San Benedetto, in continuità con gli antichi che le hanno fondate, nel desiderio di Dio vissuto nella preghiera, nel lavoro manuale, e nell’ospitalità. E vivere come nell’Hyperion di Hölderlin:

Tutto il mio essere tace e si tende in ascolto, quando l’onda lieve dell’aria scherza sul mio petto. Perso nel vasto azzurro, levo spesso lo sguardo all’etere o lo affondo nel sacro mare, ed è come se uno spirito fraterno mi abbracciasse, e il dolore della solitudine si sciogliesse nella vita della divinità. Essere uno col Tutto: è questa, la vita della divinità, questo il paradiso dell’uomo. Essere uno col Tutto ciò che vive, ritornare in un beato oblio di sé nel Tutto della Natura: questo è il culmine dei pensieri e delle gioie, la sacra cima del monte, il luogo della calma eterna”.


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