I LUOGHI DELLO SPIRITO | |

La magica festa dei serpenti a Cocullo

La magica festa dei serpenti a Cocullo.42 (2)
"La magica festa dei serpenti". È questo il titolo che Francesco Paolo Michetti ormai ottant'anni fa, in una cartolina datata 6 maggio 1924, dava alla processione dei serpari a Cocullo, uno degli eventi più incredibili del folklore abruzzese che dal 2012 si tiene il primo maggio.

La magica festa dei serpenti a Cocullo raccontata da artisti e scrittori del Novecento

“La magica festa dei serpenti“. È questo il titolo che Francesco Paolo Michetti ormai ottant’anni fa, in una cartolina datata 6 maggio 1924, dava alla processione dei serpari a Cocullo, uno degli eventi più incredibili del folklore abruzzese che dal 2012 si tiene il primo maggio. Un misto di fascino e terrore sacro, retaggio di riti ancestrali del fiero popolo dei Marsi: l’ordalia totemica dei Marsi, come la definiva il Pansa, studioso di riti popolari e raccontata da artisti e scrittori del Novecento che ne rimasero stregati: Michetti, D’Annunzio, Bresson, Escher tra gli altri. Fin dall’antichità la Marsica era nota per la presenza di abili serpari, capaci di maneggiare e addomesticare serpenti velenosi e trarne unguenti dalle proprietà medicinali; tradizione confluita persino nell’Eneide di Virgilio e testimoniata dal culto tributato alla misteriosa dea Angizia – anguis in latino significa serpente – sulle sponde del lago del Fucino.

Cocullo, un pugno di casette arrampicate su un poggio, avanzi di storia antica e recente dove persino le stradine e i vicoli serpeggiano, è il luogo dove l’ellenico e l’abruzzese si fondono, dove la nebbia che saliva dal lago Fucino e la densa vegetazione hanno protetto le segrete arti di questi popoli, trasferite silenziosamente nei miracoli dei santi. Il paese in provincia dell’Aquila, che da meno di 300 abitanti arriva a vedere il primo maggio anche ventimila persone, deve la sua notorietà alla processione di uno dei santi più venerati della zona, San Domenico. Monaco benedettino itinerante, nato a Foligno nel 951 e morto a Sora nel 1031, lasciò tracce del suo passaggio in questi luoghi e soprattutto il leggendario strascico del suo potere nei confronti dei serpenti, nei suoi risvolti in parte cristiani e in parte pagani. Almeno per quel giorno bisce, saettoni e cervoni si fanno prendere, accarezzare, portare al collo e ai polsi come scivolose e danzanti catene da impavidi e audaci astanti, mentre la statua del santo incede indisturbata, protetta e “vestita” degli esemplari più affascinanti e di maggiori dimensioni tra i serpenti. Tutto il clima è di festosa e religiosa allegria: voci, urla, canti e preghiere, in uno spettacolare miscuglio di religione, superstizione e folklore.

Alla fama ormai internazionale di questa festa hanno contribuito le prime cartoline preparate per la festa di San Domenico agli inizi del ‘900, ma i maggior veggenti furono i maestri nell’arte della pittura e della parola, intuitori e araldi di questa leggenda, che immortalavano nelle loro opere la processione del santo e l’eterno fascino dei rettili. Il pescarese Basilio Cascella aveva immortalato il rito delle serpi nella copertina del terzo fascicolo della “Illustrazione Meridionale” del 1905. Da quelle illustrazioni furono eseguite le acqueforti vendute come cartoline per diversi anni. In una di queste spicca in primo piano una donna abbigliata in costume popolare, con la serpe attorcigliata al collo e colta nel fervoroso trasporto cui si abbandonava, ma sulla destra ben svettante faceva capolino la croce processionale. Come a fugare eventuali fumi di paganesimo.

L’opera che rese più famosa la processione di San Domenico a Cocullo fu senza dubbio la tela di Francesco Paolo Michetti, Le serpi. Un dipinto di incredibili dimensioni (3.80 x 9.70 m!), che rimase esposto per mesi a Parigi in occasione dell’Esposizione Universale del 1900, per passare poi alla Galleria Nazionale a Roma e infine a Francavilla, nella città natale dell’artista, presso il Museo Michetti, ospitato nei locali, guarda un po’, del Palazzo San Domenico. Il trasferimento del capolavoro del “cenobiarca” in terra d’Abruzzi fu possibile negli anni ’30, grazie all’intervento determinante di Gabriele D’Annunzio. Entrambi amavano dare anima, con le loro arti, agli aspetti più veri e più reali della vita degli abruzzesi e i più attenti osservatori sanno che i piccoli musei d’Abruzzo conservano tracce della loro profonda amicizia. Ne Le serpi, realistico e allegorico allo stesso tempo,l’artista conferisce un’espressione più pacata e sognante alla processione, senza inclinare al fanatismo religioso. Una popolana avanza portando la croce, sulla quale si avviluppa una serpe ed è affiancata da un putto ignudo che impugna senza difficoltà un mazzo di serpi. Dietro segue la solenne processione fatta di donne, bambini e uomini, tutti vestiti a festa in abiti tradizionali, con i grovigli dei serpenti a fare da trait d’union al corteo versicolore. La statua di San Domenico si intravede soltanto all’estremità del quadro, in tinta scura e dei vaghi lineamenti, seguita dalle donne che portano i ceri. Antonio de Nino, l’antropologo di Pratola grande studioso dei costumi tradizionali abruzzesi, racconta come nacque l’idea del dipinto di Michetti. Nel 1884 l’artista si trovava a Cocullo in compagnia dello scultore teatino Costantino Barbella e di Gabriele D’Annunzio, con l’intenzione di assistere alla processione delle serpi. Fu proprio quella l’occasione in cui Michetti raccolse, tra foto e appunti, tutto il materiale che gli sarebbe servito per realizzare la grande tela.

MaGabriele D’Annunzio già da diciottenne, nel 1881, aveva visitato quei luoghi aspri e selvaggi per documentarsi sui costumi dei paesani e le festività popolari. Dopo un’avventurosa cavalcata nella Valle del Sagittario il giovane Gabriele annotava: “Ci sarebbe da scrivere un volume o da spezzare la penna: paesaggi maravigliosi, vegetazioni veramente tropicali, ricchezza d’acque non mai veduta, deliri di sole, di spume, di viti fiorenti, d’aridità disperate […] Se tu vedessi che costumi strani e splendidi portano le donne! Par d’essere in Oriente: l’illusione è perfetta. Turbanti di seta ricamati d’oro e d’argento; grandi grembiali fiammanti, maniche larghissime, una ricchezza di pieghe meravigliosa”. Il Vate immortalò il rito delle serpi nella figura del serparo Edia Furia ne “La fiaccola sotto il moggio“. Nella biblioteca del Vittoriale si trova ancora la Guida dell’Abruzzo di Enrico Abbate del 1903, dove le bellezze artistiche e paesaggistiche si colorano del mito e della leggenda: la guida porta ancora eloquenti segni di lettura, a dimostrazione di quanto d’Annunzio fosse interessato alla conoscenza e individuazione dei luoghi dove poter ambientare le sue opere abruzzesi. L’inimitabile Vate scriveva di “essere amato senza misura e cautela dalle bestie, dalle donne e dai fanciulli e, con la protezione di San Domenico di Cocullo, dalle serpi“.

Santi e serpi cominciarono ad attirare ben presto personalità straniere. Tra queste la viaggiatrice, scrittrice e pittrice Estella Canziani dedicò tutto il capitolo XVII dell’opera “Attraverso gli appennini e le terre degli Abruzzi“, pubblicata in Inghilterra nel 1928, proprio a San Domenico di Cocullo, alla cui processione poté assistere nel 1914, documentandola un anno prima del devastante terremoto della Marsica. Ne rimase particolarmente colpita e, oltre a farne un bellissimo disegno, registrò alcuni particolari: “Quando gli ultimi uomini della processione stavano rientrando, una delle donne che era con loro mise giù il suo bambino per entrare in ginocchio. La donna si stese prona ed entrò in chiesa strisciando su mani e ginocchia e leccando il pavimento sporco e ruvido. La processione arrivo alla statua di San Domenico e tutti in ginocchio baciarono una qualche parte della statua o la toccarono con le mani“.

Sempre dall’Inghilterra l’archeologo e scrittore inglese Thomas Ashby dedicò un capitolo del suo libro “Sagre e feste d’Abruzzo” a Cocullo e alla sua festa. Fu il frutto del suo peregrinare per l’Italia tra il 1891 e il 1925, un po’ a piedi e un po’ in bicicletta, armato di taccuino e macchina fotografica per documentare e descrivere ruderi, luoghi e tradizioni particolari. Di San Domenico scrive che “i serpenti si attorcigliano al collo del santo, alle braccia, ai suoi piedi; infilano la testa attraverso l’aureola metallica, dardeggiando le lingue biforcute; formano una ghirlanda attorno alla croce. La folla prorompe in preghiere e invocazioni, nonostante l’apparente pericolo; mani si protendono per toccare il santo, che avanza ondeggiando su per il vicolo ripido, dal selciato sconnesso“. Riecheggiano nella memoria i miti dell’idra dalle tante teste e delle gorgoni dai capelli di serpenti e sguardo pietrificante. San Domenico è descritto dall’Ashby come l’apostolo della libertà spirituale, dalla tirannia del terrore suscitato dalle forze più insidiose del male e della morte, sempre in agguato tra boschi e montagne. Ma ancora più robusta delle forze avverse è per l’inglese l’indole dei paesani: “più si impara a conoscere l’intima natura di questa gente, così schietta e forte, così affettuosa, così appassionata, così legata all’antico e così scettica del nuovo, più saldo si fa il convincimento che il suo retaggio spirituale è intessuto di elementi incongrui e inconciliabili, santificati dal cristianesimo, ma immutati“.

Anche Cornelius Escher, l’artista olandese dei mondi impossibili, dovette riprodurre Cocullo. Escher fu per tre volte in Abruzzo, “tra le aree più inospitali dell’Italia“, come ebbe a scrivere. Per un artista che veniva dalla geografia orizzontale dei Paesi Bassi, il paesaggio abruzzese gli appariva così imprevedibile con i suoi dirupi, le gole e le valli scoscese, i contrasti nettissimi tra luci e ombre, impensabili nelle atmosfere olandesi. Ed era una continua emozione: “Non conosco altra gioia che vagabondare per le colline e attraverso le valli, da paese a paese, sentire gli effetti della natura incontaminata“. Con il paesaggio lontano e sconfinato di Castrovalva, ancora oggi tra i borghi più inaccessibili della regione, Escher realizza una delle sue migliori litografie. A guardarla meglio vediamo rappresentata in basso Anversa degli Abruzzi ma, sullo sfondo, compare un gruppuscolo di case: è proprio il piccolo paese di Cocullo. Abbiamo anche un’altra notizia più intrigante. All’epoca dell’occupazione tedesca l’arciprete dell’epoca, don Loreto, racconta che fu costretto a cedere a un tenente tedesco “un disegno del paese avuto in dono da un artista olandese“, oltre a un piccolo dipinto ad olio donatogli dal Michetti, pur di evitare rappresaglie a Cocullo. Questo artista olandese non poteva che essere Escher! Chissà cosa ne è di quest’opera sconosciuta: forse è andata distrutta, o forse si trova ancora in Germania.

I grandi maestri della fotografia, Woodward, Cartier-Bresson e Seymour, non possono mancare all’appello in questa rassegna. In un verismo esemplare ci hanno lasciato una rappresentazione lucida e tagliente, in bianco e nero, della processione delle serpi. I bambini nel giorno della festa sorprendevano i forestieri per la loro dimestichezza e il loro coraggio nel maneggiare i serpenti, precocemente abituati al contatto con i rettili e volentieri si mettevano di fronte all’obiettivo. I bambini vestiti da giovani adulti, l’umanità di quei volti, la fiducia e lo slancio della fede, i pellegrini incravattati dai serpenti che attorniavano la statua, la compunzione dinanzi al santo taumaturgo: è tutto qui lo spirito della festa di San Domenico, in quegli atteggiamenti dei devoti, nella loro consapevole irrazionalità, negli sguardi di quella gente che allora come oggi, con viva fede e speranza, si raccomanda alle preghiere del santo monaco. Un santo pellegrino sui monti, ma uomo come loro, che non dovette ignorare i pericoli, le ansie e i problemi della vita, ma che seppe vincere il veleno del maligno con l’aiuto di Dio e volle portare il suo conforto a un popolo sofferente, ma sinceramente religioso.

Dopo aver bagnato il corpo nell’ondeggiare dei serpenti l’ultimo atto della ricorrenza è il rombo dei fuochi artificiali che illuminano il cielo; la piazza si svuota lentamente in uno sciamare sempre più sommesso, almeno per un anno, almeno fino alla prossima festa. Certe volte vien da pensare, per farsi coraggio, che è dai posti considerati minori che può ripartire una scintilla di vita, una nuova alleanza con la natura.