Il primo influencer? Era abruzzese e si chiamava Gabriele d’Annunzio. Se le polemiche alimentate dalla campagna Open to Meraviglia e dalla Venere influencer hanno fatto ottenere milioni di visualizzazioni, qualcosa di simile dovette avvenire nella vita di d’Annunzio. Anzi, solo Gabriele, come lo chiama affettuosamente lo storico e giornalista Giordano Bruno Guerri, presidente del Vittoriale, nel suo nuovo libro: D’Annunzio. La vita come opera d’arte. Protagonista indiscusso a cavallo – anzi al galoppo! – tra Ottocento e Novecento Gabriele d’Annunzio ha, un secolo prima di Instagram e Tiktok, influenzato la visione del mondo di intere generazioni, fu preso di mira dalle fake news del suo tempo e, al di là di versi e prose, ha fatto della sua vita l’opera d’arte più riuscita.
In un’epoca propensa a rincorrere anche solo cinque minuti di celebrità, d’Annunzio fu certo il primo e a costruire il proprio mito. Con la vita, le imprese e le opere, anticipò e modernizzò costumi, mode e tendenze. Non solo: anche mettendosi in posa, grazie all’uso del ritratto, i primi selfie. Ogni anno si esibiva davanti all’obiettivo, travestendosi da protagonista delle sue opere, o in pose languide o da principe rinascimentale; proprio come se avesse di fronte a sé tutta la visibilità dei nostri social. Fu copywriter specializzato nell’inventare nomi di prodotti, come i liquori Aurum e Unicum. O quello dei grandi magazzini ribattezzati La Rinascente. Per far denaro inventò un profumo, Aqua Nuntia, da vendere grazie al suo nome, il più potente testimonial. Ad oltre 85 anni dalla sua morte, il suo successo sta nella intuizione dei meccanismi pubblicitari della società di massa: la sua opera non riguardava più soltanto le diatribe letterari, per la borghesia e l’aristrocrazia assunse istanze politiche, morali e di costume. Nasceva il dannunzianesimo.
D’Annunzio con la “d” minuscola, come in tutti i suoi documenti. Del resto era alto 1m e 63 – i maligni dicevano ancora meno – e “Nessuno è più umile di me”, ebbe a scrivere. Il “Duca Minimo”, era il più celebre pseudonimo del d’Annunzio giornalista, dalle cui colonne blandiva il suo pubblico, conoscendone gusti e lati deboli. Gabriele nasceva 160 anni fa nella modesta città di Pescara. Poeta esordiente, da adolescente disinibito diffonde la falsa notizia della propria morte pur di non passare inosservato e spianare la strada alla sua prima raccolta di poesie. L’abile manovra ebbe successo: il ghiaccio fu rotto e il nuovo poeta entrò nella storia. Estroso provinciale, ma sempre sospeso in vorticosi andirivieni tra Roma e altre amene località italiane, fu uomo dai molti interessi. Uno che si fece dal nulla, come in un atto di autocreazione divina: scrittore, poeta, drammaturgo, amatore appassionato, giornalista, militare e politico. Solo per dirne i principali. Amò definirsi un grande “artiere” della parola, un’arte che metteva al servizio della sua inimitabile dolce vita, che cercò di esibire in tutti i modi e a tutti i costi. Frequenta prime teatrali, inaugurazione di monumenti e ristoranti, salotti e balli, seduce le mogli di uomini freddi e indaffarati. Si circonda di raffinatezze al di sopra delle sue disponibilità, con debiti a catena e masse di creditori alle porte. Tra grecismo e medievismo, tra automobile e velivolo, tra cinema e oratoria, d’Annunzio è infallibile nell’intercettare il pubblico e le mode, nello spirito dell’estetismo di quell’epoca. E come poteva intitolarsi il suo primo romanzo, se non Il Piacere?
Nel libro di Guerri il fil rouge dell’esistenza dannunziana è ravvisato senz’altro nella passione per le donne. Si comportò sempre come se fosse bello, il nostro dongiovanni abruzzese, ineffabile discendente di Casanova. Femmine e Muse, così Gabriele voleva presentare al mondo la sua Opera Omnia. E forse la sensualità è proprio il mito che sopravvive alle sue poesie. “La donna è la sola scienza che si può apprendere”. Cosa che non smentì mai; anzi, dichiarò la sensualità condizione necessaria per l’arte dell’artista. Il Vate si innamorava di ognuna, fosse anche se solo per un’ora, dando l’impressione che l’amante di turno fosse al centro dell’universo. Era capace di diventare lo specchio di ciò che desideravano di essere per lui. Ma in realtà tante di quelle storie che si narrano sul suo conto sono più frutto di invenzioni o malignità. Qualcuna è vera, come la scatola con un ciuffo di peli, opportunamente tagliati, per le sue amanti: tradizione, è stato spiegato, che riprende dai pastori d’Abruzzo, che con questo dono volevano essere ricordati dalle mogli durante le lunghe assenze per la transumanza. Altre storie sono frutto di fantasia, come il comodo e vistoso foro nella sua vestaglia di seta rifilata d’oro, cosa che fa sorridere i visitatori del Vittoriale. Non per renderlo pronto all’azione con le “badesse di passaggio” nella sua villa-mausoleo, ma un accorgimento comune nelle camicie da notte di quell’epoca.
Guerri vuole liberare d’Annunzio anche dal pregiudizio fascista: soltanto il denaro ricevuto da Mussolini per il Vittoriale e la retorica dannunziana – di cui il Duce si impadronì – consentono di accostarlo al fascismo. Deputato del parlamento – come politico fu assenteista: quando gli chiesero di rimanere nell’aula per mantenere il numero legale, lui di rimando rispose: “io non sono un numero!” – oratore di piazza, condottiero di guerra, reggente di Fiume, arte e vita si mescolano tanto più alta è la posta in gioco. Uscì esausto dall’impresa fiumana, ma il suo ritorno luminoso fece ombra allo stesso Mussolini. Di quell’impresa durata oltre un anno rimane la Costituzione: volle che fosse un’opera d’arte, quasi un testo sacro. Tra le grandi novità, la eleggibilità delle donne, in un’Europa in cui per loro il diritto di voto esisteva solo in pochissimi paesi. Da quella triste vicenda in poi i rapporti con Mussolini si tennero in piedi solo per convenienza reciproca. Il Vate non fu mai fascista e non faceva mistero del suo pessimo giudizio sui fascisti; tuttavia Mussolini, per non trovarselo contro, lo riempiva di onori. Il compito del Vate era esaurito: sulle rive del Garda, lontano da Roma, si chiude nel sontuoso eremo del Vittoriale, favorito a distanza dal regime. Il mausoleo lacustre fu dichiarato Monumento Nazionale nel 1923 e l’anno successivo lo fu anche la sua casa natale a Pescara. Non risparmiò critiche nemmeno a Hitler: “Attila imbianchino”, “ridicolo Nibelungo truccato alla Charlot”. Alla sua ascesa furono legate le ultime preoccupazioni politiche di Gabriele. Alla sua morte, due personaggi partirono frettolosamente dal Vittoriale asportando una valigia che conteneva documenti con rapporti molto compromettenti su Mussolini e su altre personalità. Di quell’incartamento non si seppe più nulla.
Una curiosità: d’Annunzio aveva la fissazione del numero 11. L’11 febbraio del 1918 partecipò alla beffa di Buccari e l’11 settembre dell’anno successivo voleva prendere Fiume, ma fu bloccato dalla febbre. Per festeggiare un anniversario, al Vittoriale sparava 11 colpi di cannone a salve. Mussolini, conoscendo questa sua fissazione e sapendolo contrario al Concordato con il Vaticano, lo firmò proprio l’11 febbraio del 1929. Un riuscito scherzo da prete.
Negli ultimi anni si vedeva ormai vecchio, sprofondato nell’orrore di sé e nella stanchezza della vita. Iroso e facile all’escandescenze, non rimaneva granché dell’uomo dalla salute d’acciaio, che non temeva sonno, fame, fatiche ed era uscito immune da imprese immortali. Visse in una vera e propria clausura, dedito a lavori di erudito tra le carte della biblioteca e dell’archivio, nel tedio, tra donne e cocaina. Temeva la dipendenza dagli stupefacenti, perché un superuomo deve rimare libero, ma non pensò mai di smettere. E probabilmente fu questa la causa della sua morte. Il Vittoriale rimane ancora oggi il libro di pietre vive voluto da d’Annunzio.
Era un uomo spirituale? Gabriele credeva nella trascendenza, ma era uno spirito fortemente individualista e anarchico. “Io sono un ardentissimo novizio della scienza occulta”, aveva scritto a 24 anni. Questo spiega la passione per le sedute spiritiche e per altri aspetti esoterici, legati alla cabalistica e alla numerologia. Al Vittoriale ci sono oggetti di molte religioni, dove sacro e profano, umano e divino si confondono, in un dedalo di oggetti che viaggiano tra piacere e misticismo. Enrichetta, la figlia di Eleonora Duse – che fu la sua musa – si fece suora domenicana e perdonò l’uomo che aveva reso tanto infelice la madre. Alessandra, una delle sue tante amanti abbandonate, entrerà nel Carmelo in Francia e fece in tempo a fondare tre conventi. Quando d’Annunzio e la sua amante Giusini trascorsero un singolare pellegrinaggio francescano ad Assisi, lui le donò una copia dei Fioretti firmata: “Frate Gabri peccatore”, che lei interpretò erroneamente come segno di prossima conversione.
“Sono un uomo di disordine”, “sono capace di tutto”, “sono un animale di lusso”: queste e altre frasi descrivono la “favola bella” del nostro dandy. Divismo, scandali, comportamenti sconcertanti, colpi di scena, non importa: l’importante è far parlare di sé e apparire continuamente sulla scena. E i tempi non sono molto cambiati: ciò che conta è la conquista immediata dell’audience e della fama. “Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte”, è il comandamento estetico al quale D’Annunzio non venne mai meno.









