L’AQILA – Il violino incontra l’oud nella corte del Maxxi. Poco distante la fisarmonica risponde alla chitarra, mentre i tamburi entrano nelle strade e cambiano il passo del centro storico. La seconda giornata del “Jazz italiano per le terre del sisma” riparte dalla ricerca, dagli accostamenti meno prevedibili e da una musica che continua a spostarsi. Da un cortile all’altro, fino al finale dei Patagarri al Parco del Castello.
La mattinata si era aperta sotto i grandi cedri di piazzale Paoli, all’ingresso del Parco della Memoria, con “Riflessi”, produzione originale dell’Istituzione sinfonica abruzzese insieme alla voce di Gaia Mattiuzzi, diretta da Marco Moresco. Un momento dedicato al ricordo delle vittime del terremoto e al cammino compiuto dalla città, raccontato nel nostro approfondimento sul concerto al Parco della Memoria.
Incroci
Nel pomeriggio la manifestazione torna alla sua dimensione diffusa. Alla corte del Maxxi il progetto Disorienti mette uno di fronte all’altro il violino di Anais Drago e l’oud di Peppe Frana. Le corde sfregano, pizzicano e cercano una lingua comune tra improvvisazione europea e sonorità mediterranee.
Nella stessa postazione arrivano poi Roberto Taufic e Fausto Beccalossi. La chitarra apre spazi armonici sui quali la fisarmonica entra con frasi rapide, pause e ripartenze. La voce completa un dialogo che vive soprattutto nella capacità dei due musicisti di ascoltarsi e cambiare direzione senza spezzare il filo.
Al Munda il bandoneon e i flauti di Carlo Maver lavorano sul respiro. Il violoncello di Giuseppe Franchellucci incontra invece la danza, lasciando alle risonanze della Sala Mammut il compito di allungare le note.
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Strade
Fuori dai palazzi il ritmo diventa fisico. La Bandao Percussion Street Band, con le divise rosse e i tamburi legati al corpo, attraversa corso Vittorio Emanuele, piazza del Palazzo, piazza del Teatro e piazza Duomo. Le percussioni si spostano insieme ai musicisti, raggiungono chi passeggia e trasformano per qualche minuto le vie del centro in una sola postazione mobile.
Al Teatro San Filippo tornano intanto le nuove generazioni con l’Orchestra Jazz che Vorrei L’Aquila, diretta dal violinista Emanuele Parrini. Seguono il quartetto Parrilla-Manna e il quintetto del trombettista Giovanni Falzone. A Palazzo Lucentini Bonanni voce, sassofoni ed elettronica si intrecciano in “Landscapes”, mentre arpa, flauto, poesia e danza aprono altre possibilità d’ascolto.
Cortili
A Palazzo Benedetti la tromba sola di Luca Aquino lavora sulle risonanze del cortile con il progetto “Icaro”. Costanza Alegiani, Marcello Allulli ed Edoardo Ferri portano voce, sassofono e chitarra elettrica dentro “Folkways”. Con “Dois”, Maria Laura Bigliazzi e Francesco Petreni costruiscono invece un gioco di voci, corde e percussioni. A legare l’allestimento alla musica è stata anche “Riflessi di Pollarte”, l’installazione dell’artista aquilana Francesca Falli realizzata per il festival. Il rapporto tra questi suoni, le sale restaurate e le esposizioni ospitate nel Palazzo merita un racconto a parte.
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Finale
Al Parco del Castello l’ultima sequenza comincia con “Shojin” del quartetto di Luca Dell’Anna. Il pianoforte sostiene una scrittura mobile e lascia campo al sax e al clarinetto di Mauro Negri, al basso elettrico di Alessandro Fedrigo e alla batteria di Luca Colussi. Tecnica e improvvisazione procedono insieme, senza perdere la spinta ritmica.
Con “Il cielo è pieno di stelle”, Fabrizio Bosso e Julian Oliver Mazzariello riportano le melodie di Pino Daniele dentro il dialogo tra tromba e pianoforte. Bosso accelera, sale di registro e piega il tema; Mazzariello risponde alternando accordi pieni e passaggi più sottili.
Ai Patagarri spetta la chiusura della dodicesima edizione. Due chitarre costruiscono la trama ritmica sulla quale tromba, clarinetto, sassofono e trombone si scambiano frasi e assoli. Il virtuosismo rimane dentro un suono immediato, con l’energia della strada e continui cambi di velocità. È l’ultimo movimento di due giornate che hanno portato oltre trecento musicisti in ventuno luoghi dell’Aquila.
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Premi
Nel corso della manifestazione la Federazione nazionale Il Jazz Italiano ha assegnato il Premio alla carriera ad Ares Tavolazzi. Il riconoscimento “Giovani Visionari” è andato a Vincenzo Di Gioia, mentre Alessandro Gambo, direttore di Jazz is Dead, ha ricevuto il Premio “Nuove direzioni”. A Vincenzo Caporaletti è stato attribuito il Premio formazione musicale.
Futuro
Con la chiusura arriva anche il passaggio verso il 2027. Il festival saluta la direzione artistica di Maria Pia De Vito, Paola Martini e Nicola Pisani.
La prossima edizione sarà affidata a Stefania Tallini e Diego Borotti, insieme a Stefan Festini Cucco, Max von Pretz e Roberto Tubaro, la triade alla guida del Südtirol Jazzfestival Alto Adige. Cinque sensibilità chiamate a raccogliere una manifestazione che continua a cercare il jazz nei suoi punti di contatto con gli altri linguaggi.















