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Sassofoni nei cortili e voci al tramonto, il jazz torna ad attraversare L’Aquila

Sassofoni nei cortili e voci al tramonto, il jazz torna ad attraversare L’Aquila
La prima giornata del Jazz italiano per le terre del sisma attraversa il centro storico dell’Aquila tra sassofoni, chitarre e flicorni. Al tramonto, sulla Chiesa del Crocifisso, le voci di Gianna Montecalvo, Stefano Luigi Mangia e dell’Onmc Vocal Ensemble.

L’AQUILA – Un sassofono dentro un cortile, il flicorno che dialoga con il pianoforte. Più avanti una chitarra, il battito del basso, il suono largo degli archi. La prima giornata del “Jazz italiano per le terre del sisma” ha attraversato il centro storico cambiando forma quasi a ogni angolo. Al tramonto, sul sagrato della Chiesa del Crocifisso, sono rimaste soprattutto le voci. Tanta sperimentazione, meno jazz convenzionale.

La dodicesima edizione era cominciata al Teatro San Filippo. “Io non ridevo”. Poi “La terra trema”. Il sisma è entrato già dai titoli nel concerto dell’Orchestra nazionale jazz dei Conservatori, con Ada Montellanico alla voce e Rosario Giuliani al sassofono. Le composizioni e la direzione sono state affidate a Roberto Spadoni e Corrado Guarino. Nel programma anche “Si vede che era destino”, lavoro di Guarino dedicato ad Andrea Pazienza.

“Io non ridevo”, il sisma entra nel concerto

“Io non ridevo” riporta a una delle pagine più amare del dopo terremoto. La frase comparve sui cartelli degli aquilani nel 2010, dopo la pubblicazione dell’intercettazione tra gli imprenditori Francesco Piscicelli e Pierfrancesco Gagliardi. Ridevano pensando agli affari che la ricostruzione avrebbe potuto aprire.

Spadoni prese quelle parole e ne fece un brano dedicato alla comunità aquilana. “La terra trema” ha trovato al San Filippo un ascolto inevitabilmente diverso. Con “Si vede che era destino”, il concerto ha allargato lo sguardo alla cultura abruzzese e all’opera di Pazienza.

Il jazz attraversa i cortili dell’Aquila

Nel pomeriggio la musica è uscita dal teatro. A Largo Tunisia il contrabbasso di Carlo Cimino ha guidato “Humans of L’Aquila”, con la chitarra di Samuele Cinelli e la batteria di Agostino Tatulli.

In piazza Santa Margherita il quartetto di Federico Campanello ha messo insieme contrabbasso, sassofono, tromba e batteria. Subito dopo è arrivato “Terrestre” di Beatrice Arrigoni. Il flicorno di Dario Savino Doronzo ha trovato nel pianoforte di Livio Minafra il solo interlocutore di “Fabulae”.

Al Parco del Castello la voce e i sintetizzatori di Miriam Fornari hanno aperto il programma di Mora. Simone Alessandrini ha invece portato i suoi sassofoni dentro un tessuto di violino, viola e violoncello.

Dal bandoneon al pianoforte solo

Nei cortili il percorso ha cambiato ancora timbro. A Palazzo Lucentini Bonanni il sassofono di Raffaele Casarano ha preceduto l’incontro tra il bandoneon e i flauti di Carlo Maver e il violoncello di Giuseppe Franchellucci.

Palazzo Di Paola ha scelto il pianoforte solo. Palazzo Benedetti ha risposto con i sassofoni di Alberto La Neve e Giuliani, la chitarra di Massimo Garritano e le incursioni del Centro studi danza L’Arabesque.

In strada la Crazy Dixie Band ha seguito il passo del pubblico. Sax soprano, tromba e trombone hanno incrociato il peso del sousafono di Mario Gallo, il banjo di Giovanni Corona e le percussioni. Il programma si è trasformato in un percorso da costruire spostandosi tra piazze e palazzi.

Il concerto al tramonto sulla Chiesa del Crocifisso

Al tramonto il festival si è fermato sul sagrato della Chiesa del Crocifisso. Davanti al profilo del Castello cinquecentesco, il progetto DJeP ha riunito Gianna Montecalvo, Stefano Luigi Mangia e l’Onmc Vocal Ensemble.

Il concerto, realizzato con l’Accademia di Belle arti dell’Aquila, arrivava al termine di una residenza dedicata all’improvvisazione e all’incontro tra linguaggi. Il repertorio ha accostato “Art” di Steve Lacy a un omaggio alla compositrice Carla Bley.

“Art è un brano che accompagna da sempre la mia vita artistica, anche per il testo”, ha spiegato Mangia. Due mondi differenti, avvicinati attraverso la scrittura e l’improvvisazione.

“Occhi piccicchi”, la guerra vista da un bambino

Gli altri due brani presentati da Mangia sono originali. “Occhi piccicchi”, espressione salentina che significa occhi piccoli, racconta la guerra dalla parte di un bambino.

“Cerca di fuggire e comincia a chiedersi perché il cielo degli altri sia blu e il suo grigio come i palazzi”, ha raccontato il musicista. Dietro il brano c’è anche Gianni Rodari, con l’immagine di un cielo che appartiene a tutti sopra una terra divisa in pezzi.

L’ultima composizione porta il titolo scelto per questa edizione del festival: “Riflessi”. Una chiusura legata direttamente alla manifestazione e al dialogo costruito tra le voci dell’ensemble.

La musica prosegue fino a notte

In serata la prima giornata si sposta sulla Scalinata di San Bernardino. Il programma riunisce Rita Marcotulli e Luca Aquino, “Opus Magnum” di Ettore Fioravanti e il quintetto di Casarano.

La coda notturna è affidata ad Andrea Passenger in piazza Chiarino. Domani il “Jazz italiano per le terre del sisma” ripartirà dal Parco della Memoria, prima di tornare nei cortili e sui palchi del centro storico.