L’AQUILA – Poltrone di velluto, tante storie, decine di personaggi, e un sipario che si chiude -ma solo per un po’- custodendo, dietro le luci della ribalta, i successi che questa Stagione Teatrale Aquilana 25/26 ha regalato ad un pubblico vivo e attento. Per l’ultimo appuntamento del Teatro Stabile d’Abruzzo, giovedì 16 aprile, è andato in scena “Non si sa come” di Luigi Pirandello con Franco Branciaroli, Alessandro Albertin, Valentina Violo, Ester Galazzi, Emanuele Fortunati, con la regia di Paolo Valerio.
In continuità con il tema dell’identità, della ricerca di sé e del nostro io più inconfessabile, “Non si sa come” prosegue il viaggio nella psicologia umana, soffermandosi sulla capacità dell’uomo di essere spaventosamente irrazionale e incredibilmente fragile.
Con uno dei testi più radicali di Pirandello, Paolo Valerio indaga le zone d’ombra dell’essere umano, quelle in cui volontà e coscienza si incrinano, dove ciò che scegliamo spesso entra in conflitto con le nostre azioni, e dove la responsabilità si fa ambigua e opaca.
Non si sa come, infatti, un individuo, talvolta ritenuto saldo e razionale, possa compiere un’azione in netto contrasto con quella che è la sua identità morale. Il conto delle azioni però arriva sempre, inaspettato e impetuoso come un terremoto, costringendo il protagonista, Romeo Daddi, ad un progressivo scavo interiore per rintracciare e sbrogliare il nodo nella matassa, fino a rivelarlo. È allora che il conto si paga, e con gli interessi. Il suo dramma è l’incapacità di accettare la frattura tra la sua immagine morale e la terribile azione compiuta. Rimugina in scena in lunghi monologhi in cui Branciaroli si destreggia tra mille sfumature di fiati, sospiri, e impetuosi cambi di registro.
Un dramma che attiva gli spettatori più inquieti a fare i conti con lo scarto tra l’idea che si ha di se stessi e la realtà delle azioni agite, in cerca di quel “secondo io” silenzioso che ci abita. Franco Branciaroli fa dialogare la fragilità dell’identità individuale con quella collettiva, ricordando quanto ogni equilibrio possa spezzarsi “senza sapere come”. Al Romeo lucido e razionale non resta che costituirsi. Non alla polizia per un omicidio ormai prescritto, ma al tribunale della vita e degli affetti. La condanna? La libertà.
Con una regia che mixa la recitazione degli attori ai movimenti di svelamento, il regista indaga e serve al pubblico le mutevoli sfumature psicologiche dei personaggi, nascosti dietro le immagini che restano di un sogno al risveglio.
Si chiude così la stagione 25/26 del TSA. Con gli applausi, certo, ma anche con la curiosità di scoprire cosa ci regalerà il prossimo autunno. Per qualcuno è stata “la stagione più teatrale di sempre”. E, a conti fatti, non mi resta che convenire. Ma, per chi se lo fosse perso, oggi le ultime due repliche al Ridotto del Teatro Comunale V. Antonellini.









