CULTURA | L'Aquila | |

CARNAGE. Il dio del massacro porta ancora Yasmina Reza sul palco del Ridotto del Teatro Co

Il capolavoro della drammaturga francese con la regia di Antonio Zavatteri per la stagione teatrale aquilana del TSA

CARNAGE. Il dio del massacro porta ancora Yasmina Reza sul palco del Ridotto del Teatro Co
Con la regia di Antonio Zavatteri, è andato ieri sera in scena CARNAGE. Il dio del massacro, commedia pluripremiata, considerata uno dei capolavori di Reza

L’AQUILA – Cosa accade quando due coppie di genitori si incontrano per risolvere una lite avvenuta tra i due figli undicenni perché uno ha colpito l’altro con un bastone? Con molta probabilità, nonostante qualche remora iniziale, una diplomatica stretta di mano basterebbe a risolvere la questione. Ma non se l’opera in oggetto è frutto della penna di Yasmina Reza. Le opere della drammaturga francese continuano ad animare il palco del Ridotto del Teatro Comunale V. Antonellini per la stagione teatrale aquilana del Teatro Stabile d’Abruzzo. Con la regia di Antonio Zavatteri, è andato in scena ieri, 19 febbraio 2026, CARNAGE. Il dio del massacro, commedia pluripremiata, considerata uno dei capolavori di Reza, adattata anche per il cinema da Roman Polanski nel 2011.

Con una comicità amara ed inquietante, Yasmina Reza fa drammaticamente cadere la misurata e composta maschera borghese. Le buone maniere e la ragionevolezza cedono il posto a rancori, accuse e frustrazioni che vengono fuori sulla scena – oltre che con un potente e liberatorio vomito – con cinismo e aggressività. Rancori e accuse che non risparmiano neppure gli equilibri interni alle coppie di genitori, così uniti all’inizio e così frantumati al termine della discussione. Una frammentazione di cui si fa metafora lo squillo incessante dei telefoni che impedisce ai personaggi di avere dei veri momenti di dialogo e intesa.

Con Il dio del massacro, le cui leggi sono incontrastate dalla notte dei tempi, si svela l’ipocrisia borghese: le convenzioni sociali cadono e l’istinto primordiale ha la meglio su un controllo autoimposto. Un autocontrollo debole, se così pronto a sgretolarsi.

Zavatteri, con la sua regia, fa parlare il testo di Reza attraverso le urla, le risate isteriche, i gesti violenti ed esasperati, convincenti grazie alla forte intesa tra gli attori, messi alla prova sia dal ritmo incalzante del testo sia dal coinvolgimento fisico che questo richiede loro.

Un elemento distintivo della scrittura di Reza, infatti, sta nel presentare situazioni possibili, con coordinate facilmente rintracciabili nella società moderna, che poi sceglie di far degenerare nella peggiore delle ipotesi. Come in ART, il disaccordo, che potrebbe risolversi diplomaticamente, sfocia in modo inevitabile in una guerra di principio. È come se i suoi personaggi non potessero fare a meno di scontrarsi, di esplodere, di rilasciare tutta la loro potenza durante l’arco di tempo della performance. Certamente un assist importante per gli attori, Francesca Agostini, Andrea Di Casa, Alessia Giuliani, e lo stesso Zavatteri, a cui viene fornita l’occasione di misurarsi con ruoli energici e potenti.

Alla fine dello spettacolo, più che farsi domande, si trovano delle risposte. Cosa porta un bambino a ferire il suo compagno con un bastone? Se la violenza è la risposta, prima che tra i bambini, va riconosciuta negli adulti incapaci di crescere, che continuano, soprattutto fra le mura domestiche, a diffondere modelli violenti e pericolosi, frutto di un’incomunicabilità ormai cronica. Nessuno dei genitori pensa di doversi mettere in discussione, nessuno pensa di poter avere delle responsabilità nell’atteggiamento errato dei figli. È una disperata caccia al colpevole in cui nessuno si rende conto di esserlo in prima persona. Una carneficina di tulipani e di buon senso che fa convergere tutti almeno su un punto: «È il giorno più brutto della mia vita». Forse perché, almeno tra sé, ammette il fallimento della propria genitorialità.