AMBIENTE | L'Aquila | |

Alberi a matita sull’Aterno: il ritorno del castoro a L’Aquila

WhatsApp Image 2026-02-20 at 18.07.46
L’ultima volta che ho sentito il mio zoologo di fiducia, Federico Striglioni del Parco Nazionale Gran Sasso Monti della Laga, mi ha detto: "Ah, pensavo mi chiamassi per i castori?" "I castori? Quali castori, scusa?"

L’AQUILA – L’ultima volta che ho sentito il mio zoologo di fiducia, Federico Striglioni del Parco Nazionale Gran Sasso Monti della Laga, mi ha detto: “Ah, pensavo mi chiamassi per i castori?”
“I castori? Quali castori, scusa?”
“Eh, quelli dell’Aquila, sono a una manciata di km dal centro”.

Ohibò. Certo che ti avrei chiamato per i castori, Federì, se lo avessi saputo.

Questa volta però, anziché fare da spalla comica ambientale, sono andato direttamente sul posto. Mi sono fatto dare la posizione e sono andato a cercare le tracce. Lungo l’Aterno, a una manciata di chilometri dal centro città. Non diciamo il punto preciso che anche il castoro, si sa, ha diritto a un minimo di privacy.

Il primo giorno ho trovato solo le dighe. Strutture di rami intrecciati, fango, acqua che rallenta e si allarga. Suggestivo, ma non bastava. Serviva la firma.

È arrivata oggi al primo scorcio di sole: alberi temperati, roverelle rosicchiate perfettamente e geometricamente. Le prove erano schiaccianti.

Non che non mi fidassi. I video, fatti con le fototrappole, del ritorno del castoro lungo l’Aterno circolano da tempo, ma non a L’Aquila dove però qualche avvistamento c’era stato negli anni. Ma ora abbiamo la certezza della sua presenza anche nell’Aquilano.

E no, non è la nutria. La Myocastor coypus non costruisce dighe né lascia alberi “a matita”. Scava tane negli argini, si nutre soprattutto di vegetazione erbacea, può creare problemi di erosione, ma non ridisegna il corso dell’acqua. Qui invece i tronchi sono firmati. È lavoro da Castor fiber, il castoro europeo.

Una specie autoctona. Presente in Italia fino al Cinquecento, quando la caccia intensiva lo portò all’estinzione. Pelliccia, carne, secrezioni ghiandolari: non gli abbiamo fatto sconti. Poi il silenzio, lungo cinque secoli.

Negli ultimi anni il castoro è riapparso in diverse zone del Paese. Nel Nord-Est grazie alla naturale espansione dalle popolazioni di Austria e Slovenia. Nell’Appennino centrale – Toscana, Umbria, Marche e ora Abruzzo – la storia è più sfumata: non si sa chi lo abbia eventualmente reintrodotto né dove tutto sia cominciato. Non c’è stato un progetto ufficiale. Eppure le prove si moltiplicano: dighe, rosicchiature fresche, fototrappole, segni di riproduzione.

Per fortuna non è una specie aliena né invasiva. Era qui prima che la facessimo sparire. Il suo ritorno, al netto delle discussioni sui metodi, è una notizia che riguarda la biodiversità e il modo in cui guardiamo ai nostri fiumi.

Il castoro è un roditore semiacquatico, il più grande d’Europa. Può superare i venti chili. Vive lungo corsi d’acqua con sponde boscate, è attivo soprattutto al crepuscolo e di notte. Dorme e si rifugia in tane scavate negli argini oppure in strutture di rami e fango costruite nell’acqua, con l’ingresso sommerso per proteggersi dai predatori, eh si abbiamo trovato anche quelle.

Le dighe non sono un capriccio da archistar ma servono a mantenere stabile il livello dell’acqua attorno alla tana, così da garantirsi una via di fuga sicura e un accesso costante al cibo. Si nutre di corteccia, rami teneri, foglie e gemme, predilige salici, pioppi, ontani. Gli incisivi crescono continuamente e si autoaffilano e per questo può abbattere alberi di dimensioni considerevoli.

È un animale monogamo, vive in piccoli gruppi familiari. L’accoppiamento avviene in inverno, i piccoli – da uno a quattro – nascono in primavera e restano con i genitori fino a due anni, aiutando nella manutenzione della diga e della tana. Una piccola comunità organizzata, laboriosa e silenziosa.

Certo, anche il castoro può fare danni: può allagare terreni agricoli, modificare equilibri locali, abbattere alberi. Ma in generale la sua presenza è considerata positiva. È un ingegnere ecosistemico: rallenta il flusso dell’acqua, crea zone umide, favorisce anfibi, insetti, uccelli acquatici, trattiene sedimenti, mitiga piene e siccità.

Sull’Aterno, intanto, il paesaggio cambia piano piano grazie ai segni discreti del nostro nuovo vicino: un tronco appuntito, un tratto d’acqua che rallenta, una piccola zona umida a fianco del fiume o a ridosso di un canale che avrà magari la fortuna di trovare acqua anche nella stagione secca.

Cinque secoli dopo, il castoro è tornato. E senza fare troppo rumore, si è ripreso un pezzo di fiume.

Sugli stessi temi

Campo Imperatore, gli altri occhi della frontiera

Uomini e volpi, una vicenda millenaria. Lo zoologo: “Meno rifiuti e più educazione ambientale”

Cinghiali, arrivano i dati dell’Ispra: si preleva di più ma molto male

Nel Parco Gran Sasso Laga alla ricerca di Zanna Bianca: il dramma ibridazione

L’inverno sta arrivando, ecco le strategie degli animali del Parco Gran Sasso

Stiamo sbagliando l’approccio al randagismo? L’esperienza di Stray Dogs in Abruzzo

Primavera, ma che roba è?

Di animali e uomini, predatori e guardiani degli armenti al Maxxi L’Aquila

Montagne aquilane, animali invisibili e dove trovarli

L’orso sul Gran Sasso, storia di un ritorno. E’ un maschio ancora senza nome

“Primavera, momento straordinario”, il grande risveglio del Parco Gran Sasso Laga

Primavera, i consigli della Lipu dell’Aquila. Attenti agli eccessi di bontà con gli uccelli