L’AQUILA – Superata la Grancia cistercense di Santa Maria del Monte, il primo a vederci è un grosso pastore abruzzese, il manto bianco che spicca sull’erba alta. Si ferma, osserva chi arriva, poi parte con un trotto deciso. Altri due lo seguono. Non abbaiano: hanno già riconosciuto Ruggero Damiani e gli si avvicinano senza esitazione. In quota, a Campo Imperatore, i cani da guardiania sono una presenza costante, silenziosa e indispensabile. Una tecnologia d’alta montagna affinata nei secoli: il pelo fitto e tubolare lascia passare l’aria, si asciuga in fretta e protegge dal freddo come dal sole.
Sul grande altopiano, l’estate della pastorizia è cominciata sotto nuvole pesanti. Non solo quelle che arrivano dalle creste, ma quelle di una stagione segnata da vecchi e nuovi problemi: la pressione della burocrazia, la presenza dei predatori, il crollo del prezzo della lana. E, quest’anno, anche l’allarme blue tongue, malattia virale che colpisce gli ovini e che ha già imposto limitazioni agli spostamenti degli animali. L’emergenza ha portato alla cancellazione della storica fiera degli ovini di Campo Imperatore, appuntamento di inizio agosto che da decenni riuniva allevatori e turisti.
Ruggero, 71 anni, di Barisciano, pastore da sempre, è uno dei pochi che ancora salgono ogni anno in quota per la monticazione. Quest’anno è partito l’11 giugno, come sempre con il gregge e i suoi cani. «Un tempo bastavano gli animali e il pascolo», racconta nel capanno dove mangiamo un po’ formaggio dopo un giro di cose da fare nel pascolo: «Oggi servono carte, computer e autorizzazioni continue. Le regole sembrano pensate per gli allevamenti industriali, non per chi vive in montagna».
L’Abruzzo è la seconda regione italiana per numero di ovini – circa 350.000 capi secondo l’ISTAT – ma la curva è in discesa dagli anni Ottanta. Il prezzo della lana, fermo tra i 20 e i 30 centesimi al chilo, è inferiore al costo della tosatura. Così molti la buttano. Ruggero no. La affida alla nuora, Valeria Gallese, che sta rilanciando una filiera: seleziona le pecore, trasforma la lana selezionata in filati colorati naturalmente nella sua bottega a Santo Stefano di Sessanio, per poi spedire la sua Aquilana in tutto il mondo.
Sui pascoli d’uso civico, i pastori abruzzesi sono la prima linea di difesa contro i lupi. Il loro antico rivale è lì nei paraggi, nel parco si contano una ventina di branchi stabili. «Non li vedi, ma ci sono. Restano sulle creste e aspettano che una pecora resti sola o che un vitello sia in difficoltà. Se i cani sbagliano, arrivano», spiega il pastore. La perdita di un capo è un colpo duro e ogni angolo della valle è per Ruggero un ricordo di una predazione: un montone di razza può valere fino a 1500 euro, un vitello almeno 1000, e così via. Senza carcassa, però, non c’è rimborso.
I cani hanno ruoli distinti. I guardiani difendono il gregge, i paratori – o toccatori, simili a dei lupetti – lo guidano e lo ricompongono. Sono plasmati dalla montagna e dal tempo lungo della storia che qui si avverte in tutta la sua grandezza. L’addestramento avviene sul campo, senza comandi né premi: imparano osservando e vivendo insieme agli animali. Quando il lupo si avvicina, si muovono in autonomia. È questo il loro segreto. Non esistono comandi, è il cane in libertà che sceglie cosa fare. Se si scorge un lupo si dividono, alcune rimangono vicino alle pecore, altri vanno incontro al predatore. L’ingaggio non è sempre violento e la diplomazia spesso la fa da padrone.
«A volte si limitano a farsi vedere e a far capire che qui comandano loro», dice Ruggero. Ma non sempre sono i lupi a creare problemi: «Ci sono escursionisti che, non conoscendo il lavoro dei cani, chiedono di legarli o segnalano la loro presenza alla forestale».
Alla pressione dei predatori e alle difficoltà di mercato si aggiungono poi le truffe legate ai pascoli. L’operazione “Transumanza”, condotta dalla Guardia di Finanza di Pescara e coordinata dalla DDA dell’Aquila, ha smascherato un sistema di affitti fittizi di pascoli per ottenere contributi europei senza allevare animali. L’indagine, avviata nel 2023, ha coinvolto 75 persone in Abruzzo e in altre regioni. È solo una, forse la punta dell’iceberg. Ma non è nemmeno corretto fare di tutta l’erba un fascio, così come non è corretto raccontare questi posti solo in termini di problemi e inchieste.
Qui si concentrano millenni di convivenza tra uomo e natura, un confine ancora poco esplorato anche dal punto di vista giornalistico. Qualcuno ci ha provato: è la linea narrativa delle creature voices, in cui si raccontano gli animali dal loro punto di vista, senza umanizzarli. Brandon Keim, Sy Montgomery, John Vaillant – con storie che vanno dal polpo alla tigre siberiana – hanno cercato di tradurre in parole ciò che non parla la nostra lingua. Un esercizio di equilibrio, dove il racconto resta ancorato a fatti e comportamenti, ma tenta di restituire la presenza di chi condivide con noi il territorio. Questa condivisione della terra è, del resto, la sfida del secolo. È su di essa che si gioca il futuro. Anche questi grandi cani bianchi non sono solo strumenti di lavoro per i pastori, ma sentinelle di un equilibrio fragile, custodi di una frontiera in cui l’uomo e il selvatico continuano a misurarsi. La loro presenza ricorda che, per restare, bisogna convivere.
Salutiamo Ruggero. La sua giornata, invece, prosegue. Al tramonto poi, toccherà solo ai cani. Quando il sole cala dietro le cime, il gregge si ferma in montagna. I cani controllano, si muovono lungo il perimetro invisibile che separa il pascolo dal mondo selvatico.
«Tengo il naso acceso, come brace». Forse è questo il pensiero di un grosso cane bianco.




























