L’Aquila ha un punto di gravità. Non è una piazza, non è una chiesa, non è una fontana: è un incrocio. I Quattro Cantoni — dove Corso Vittorio Emanuele II incrocia Corso Principe Umberto e Via San Bernardino — hanno raccolto per secoli il mercato medievale, le demolizioni fasciste, le camionette tedesche, la passeggiata borghese del sabato sera e, oggi, il giovedì universitario dei ragazzi che li attraversano come un magma vitale. Ogni strato architettonico dell’incrocio corrisponde a una stagione della città. Leggerli significa leggere L’Aquila.
Le radici medievali e l’asse federiciano
L’impianto a croce delle strade che genera i Quattro Cantoni risale alla fondazione medievale della città. L’assetto federiciano prevedeva un asse principale che, percorrendo via Romana da Porta Barete, raggiungeva Corso Principe Umberto, toccava i Quattro Cantoni, proseguiva per via Fortebraccio sino a Porta Bazzano: era la via d’ingresso alla città per chi arrivava da Popoli, cioè da Sulmona e da Napoli. Al centro di questo organismo urbano si attestò il mercato medievale, documentato già nel 1304, con le esecuzioni pubbliche che si svolgevano sul patibolo della piazza centrale.
L’apertura dell’ultima Porta Napoli nel 1820, con la contestuale costruzione di via XX Settembre, segnò la decadenza di quell’asse di attraversamento. La centralità dei Quattro Cantoni, tuttavia, rimase intatta: i quattro angoli continuarono a ribadire la loro funzione di snodo nevralgico della vita cittadina, con Palazzo Ciolina e Palazzo Fibbioni a fare da sentinelle del corso stretto verso la Fontana Luminosa, e il Palazzo dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni e il Palazzo del Convitto a presidiare il lato opposto.
Il Cinquecento: nasce lo slargo dei Quattro Cantoni
Sebbene il tracciato stradale fosse medievale, la definizione architettonica dell’incrocio prese forma nel Cinquecento. La costruzione della residenza nobiliare della famiglia Fibbioni — Palazzo Fibbioni, databile alla seconda metà del Cinquecento — creò un raccordo fluido tra l’attuale Via Roma e Via San Bernardino. Fu questo intervento a far nascere l’odierno slargo dei Quattro Cantoni: una scelta urbanistica che dimostrò fin da subito la capacità dell’area di adattarsi ai mutamenti storici e alle esigenze di rappresentanza della città.

Fine Ottocento: i portici ridisegnano il Corso
La trasformazione più visibile dei Quattro Cantoni prese avvio alla fine dell’Ottocento. Sino a quel momento, su uno dei cantoni sorgeva l’antica chiesa duecentesca di San Francesco a Palazzo, affiancata dal convento. Tra il 1878 e il 1882, la chiesa fu abbattuta per fare spazio al Regio Liceo-Convitto e alla Biblioteca Provinciale — oggi noti come Palazzo del Convitto — progettati dall’architetto Alessandro Mancini. L’intervento fu determinante per l’urbanistica aquilana perché introdusse per la prima volta la tipologia dei portici a doppia altezza, avviando un processo di monumentalizzazione del Corso destinato a proseguire per decenni.
Negli stessi anni, la Cassa di Risparmio dell’Aquila — prima nel Mezzogiorno, progettata da Giulio De Angelis, già autore della Rinascente a Roma, denominazione coniata da Gabriele D’Annunzio — contribuì a ridefinire il carattere architettonico del centro. I portici che cingono il Convitto sino alla Biblioteca Provinciale erano estranei alla tradizione costruttiva dell’Italia centrale e meridionale: le fonti li avvicinano all’urbanistica dei paesi nordici, dove, secondo la descrizione tramandata, «il clima ne determina la costruzione per creare un percorso sul quale non vi sia né neve né ghiaccio e dove sia possibile camminare senza bagnarsi».
Gli anni Trenta: la “Grande Aquila” e lo sventramento
La trasformazione più drastica dei Quattro Cantoni avvenne negli anni Trenta del Novecento, nel quadro del progetto della “Grande Aquila” promosso dall’influente politico aquilano Adelchi Serena. L’obiettivo era fare dell’incrocio il nuovo centro direzionale e monumentale della città.
A partire dal 1933, seguendo il progetto dell’ingegner Berardino Valentini del 1930, fu avviato un piano di demolizione che rase al suolo un intero isolato di edilizia storica residenziale: scomparvero Casa De Angelis, Casa Masciocchi, Casa Cifani (nota anche come Palazzo Dragonetti) e Palazzo Bernardi. Le demolizioni permisero di allargare la sede stradale del Corso e di Via San Bernardino. Al loro posto sorse il Palazzo dell’INA, costruito tra il 1935 e il 1938 su progetto di Vittorio Ballio Morpurgo in linguaggio razionalista, con ampi portici in continuità con quelli ottocenteschi. Negli anni immediatamente successivi l’intervento si completò con l’edificazione del Banco di Napoli e del Palazzo degli Uffici Governativi.
Le fonti consultate presentano una lieve divergenza sulla data di avvio delle demolizioni. Un testo indica il 1933 come anno di inizio dei lavori, mentre una seconda fonte riporta il 1934. Entrambe concordano sugli anni di costruzione del Palazzo dell’INA (1935–1938).
Il cuore della vita aquilana: la passeggiata, i caffè, la ritualità
Nei primi anni Trenta, quando le ruspe lavoravano sul lato est dell’incrocio, il lato già edificato brulicava di vita. I Quattro Cantoni erano il fulcro della ritualità borghese e popolare aquilana: il Caffè Roma, la sala teatro Eden in stile art déco, la sala Baiocco — inaugurata dalla Regina Margherita di Savoia nel 1898 — raccoglievano tutte le energie della città. Le fotografie d’epoca restituiscono un’atmosfera densa: la bambina accanto alla mamma, il signore in divisa che attraversa, la macchina che separa i passanti, guardata da tutti nella ritualità della borghesia aquilana di allora.
Quella vitalità era strutturale, non occasionale. Come testimonia una memoria dell’epoca: «Non c’era bisogno di darsi appuntamento. Ci vedevamo ai Quattro Cantoni». Tutte le energie della città confluivano lì «come un fiume che confluisce per fisica al mare». Attorno all’incrocio si addensò nel tempo un’armatura bancaria che ne segnalava il peso economico: al Banco di Napoli si affiancarono la Banca d’Italia nel 1943, la Banca Nazionale del Lavoro nel 1955, la Banca di Roma.
I Quattro Cantoni in guerra

La Seconda Guerra Mondiale attraversò fisicamente i Quattro Cantoni. Durante l’occupazione, le camionette dei soldati tedeschi scorrazzavano con arroganza sotto i portici, impaurendo le ragazze e spingendole contro i muri; una donna fu uccisa nelle vicinanze del grande albergo. Una testimonianza diretta racconta anche di un bambino di dieci anni, Arturo De Nicola, morto investito dalla macchina dei carabinieri sotto i portici, all’altezza dell’orologeria Cardilli, nel 1941 — anni in cui, precisa la fonte, la Resistenza era ancora in formazione.
Il 26 febbraio del 1971 scoppiarono i moti dell’Aquila sull’intricata questione del capoluogo della Regione Abruzzo, conteso con Pescara. E anche allora i Quattro Cantoni furono scenario di scontri.
L’incrocio che per decenni aveva scandito la passeggiata civile divenne allora anche il teatro dei drammi quotidiani dell’occupazione.
Dal terremoto del 2009 ai restauri del 2025
Il 6 aprile 2009 il sisma che colpì L’Aquila lasciò inagibile il Palazzo del Convitto, uno degli edifici cardine del complesso dei Quattro Cantoni. La ricostruzione procedette lentamente per anni. Nel 2025 la rimozione dei ponteggi dal Palazzo del Convitto Nazionale — che ospitava la Biblioteca Provinciale “Salvatore Tommasi”, il Convitto Nazionale “Domenico Cotugno” e gli spazi dell’ex Camera di Commercio — ha segnalato un avanzamento significativo nei lavori di restauro del complesso.
I Quattro Cantoni restano, nel frattempo, il punto di convergenza generazionale della città. I giovani che li attraversano il giovedì universitario e il sabato sera non hanno bisogno di conoscere Adelchi Serena né Alessandro Mancini per sapere che quello è il posto dove ci si trova. È una geometria che la città ha scritto su sé stessa nel corso di sette secoli, e che nessun terremoto ha ancora cancellato.









