I moti dell’Aquila del febbraio 1971 

Essere o non essere capoluogo?

di Fausto D'Addario | 26 Febbraio 2024 @ 05:00 | RACCONTANDO
Moti 71
Print Friendly and PDF

L’AQUILA – Il 26 febbraio del 1971 scoppiarono i moti dell’Aquila sull’intricata questione del capoluogo della Regione Abruzzo, conteso con Pescara. Lo scontro fu tra la tradizione della città del Duecento e la modernità della città costiera del Novecento. Il compromesso del “capoluogo articolato” compromise alla fine le aspettative aquilane

L’Aquila paralizzata e messa a ferro e fuoco dai suoi stessi abitanti. Barricate in centro, barricate nella periferia. Maschere antigas ai Quattro Cantoni. Le sedi dei principali partiti devastate e incendiate. L’assalto alle case dei consiglieri aquilani, considerati traditori. Persino un progetto di rapimento e sequestro di Ugo Crescenzi, primo presidente della regione Abruzzo. La celere che venne da Roma, con tanto di feriti e arresti. Titoli di giornale persino sul New York Times. L’Aquila fu praticamente blindata per tre giorni, dal 26 al 28 febbraio e soltanto nei primi di marzo la situazione in città sembrò tornare alla normalità, con la fine dello sciopero generale. La sollevazione popolare era avvenuta a causa della decisione del Consiglio regionale dell’Abruzzo di prevedere due sedi, una all’Aquila e una Pescara; inoltre alla città adriatica sarebbe andata la maggior parte degli assessorati di peso, sette su dieci. Questa spartizione venne vista all’Aquila come una mezza sconfitta, a Pescara come una mezza vittoria e finì per scontentare un po’ tutti. L’Aquila, una realtà priva di fenomeni industriali o commerciali di rilievo, si vedeva così svuotata anche del 70% degli uffici regionali. La goccia che fece traboccare il vaso fu probabilmente un banale errore di lettura del nuovo Statuto Regionale da parte del Presidente del Consiglio Regionale Emilio Mattucci: “il Consiglio e la Giunta regionali si riuniscono a L’Aquila e a Pescara“, mentre l’art. 2 prevedeva la dicitura “a L’Aquila o a Pescara“. Da questo errore cominciarono le prime proteste, con il lancio di monetine della gente che era convenuta in massa.

Non si trattò, come si disse a lungo, di una sollevazione di stampo fascista, ma rossi e neri agivano assieme alla società civile. Erano studenti, lavoratori, impiegati e cittadini comuni. Tutta la città fu attraversata da un fremito d’orgoglio. Ma i fatti aquilani erano stati preceduti dall’altrettanto agguerrita sollevazione dei pescaresi di fine giugno del 1970, che chiedevano con forza Pescara come capoluogo di regione. L’ex presidente della Rai e prima del Pci Abruzzo, Claudio Petruccioli, commentò all’epoca: “I dimostranti, se avessero voluto, avrebbero tagliato in due l’Italia, bloccando sia la Statale Adriatica che la ferrovia”. L’anno successivo sarebbe poi toccato ai moti di Reggio Calabria e dell’Aquila.

Pescara-Los Angeles e L’Aquila-Washington?

La vicenda dei moti aquilani, senz’altro incoraggiata da un certo campanilismo che mai ha abbandonato la politica abruzzese, andava però oltre la questione del prestigio di far diventare L’Aquila o Pescara città capoluogo: con il senno di poi possiamo rileggere quei fatti alla luce della strada che avrebbe preso lo sviluppo sociale ed economico dell’Abruzzo. E le divergenze non potevano essere più accentuate. Già negli anni ’50 il vicentino Guido Piovene aveva scritto reportage sull’Italia di quegli anni, dal titolo significativo di Viaggio in Italia, per raccontare l’Italia agli italiani. Questo viaggio per la penisola lo portò a visitare anche l’Abruzzo, regione della quale fece una descrizione che, più di cinquant’anni di distanza, stupisce ancora per la sua lucidità. Piovene intuì le potenzialità dell’Abruzzo e rimase particolarmente impressionato dal “fenomeno” Pescara, che definì “uno dei fatti straordinari dell’Italia del dopo guerra” e che senza dubbio fu la tappa abruzzese che sembrò gustare di più:

“Dopo la guerra, questo grosso centro si è raddoppiato. Nell’insieme Pescara è una città americana in Italia, col piccolo nucleo indigeno che in un angolo sopravvive […] Può espandersi senza limiti per addizioni successive, come Los Angeles. È qui, unica in Italia, una città ribollente, confusa, in cui uomini e gruppi affluiscono, si addizionano, si accavallano come onde. Per un lato Pescara si può dire la più abruzzese delle città abruzzesi, per un altro lato è l’opposto della regione, di cui assorbe la linfa”.

Inoltrandosi verso l’interno, Piovene si imbatté in posti incantevoli, ma dove non gli parve di vedere traccia di futuro. Qui il bello volge lo sguardo al passato. La stessa L’Aquila, città ricca di arte e di storia, pur facendo bella mostra di “banche, cinematografi, compagnie di assicurazione, di un numero e di una mole che sembrano sproporzionati“, apparve al viaggiatore vicentino come una “piccola Roma ministeriale e funzionaria“. Invece della città traino della Regione, “L’Aquila è una città di funzionari ed impiegati, come si vede dalla folla sotto i portici e nei caffè“.

Per Piovene le due città rappresentavano le due anime dell’Abruzzo montano e costiero; lo scrittore fa anche riferimento alla rivalità tra aquilani e pescaresi e il conflitto per il primato sulla regione: a Pescara compete il primato commerciale, all’Aquila quello burocratico, come fosse una piccola Washington. L’Aquila capoluogo era piuttosto un richiamo alla tradizione e alla storia, nonché un incentivo a rimanere nell’orbita della politica romana; scegliere Pescara, invece, significava scommettere sullo sviluppo economico e industriale della fascia adriatica, legandosi alle Marche e all’Emilia Romagna. Il prevalere dell’una o dell’altra anima dell’Abruzzo avrebbe segnato una direttrice di sviluppo incentrata su uno dei due aspetti e la soluzione di una lotta per la supremazia che covava da tempo. 

Due autostrade parallele

A tutto questo si aggiunse la realizzazione di un’importante rete autostradale, uno dei momenti chiave dell’assetto del territorio abruzzese. Ancora una volta venne fuori il conflitto d’interessi tra l’Abruzzo interno e quello costiero. Nel maggio del 1955 una legge aveva previsto la costruzione del tratto Roma-L’Aquila-Teramo-Giulianova, che avrebbe consentito di raggiungere l’Adriatico seguendo la direttrice più breve. La cosa non andò giù né a Pescara né a Chieti, che si sentirono tagliate fuori dal progetto, che diedero origine a lunga serie di polemiche che ostacolarono per anni la realizzazione del tratto. Il traforo del Gran Sasso durò cinque anni e venne a costare il doppio del previsto. Solo nel 1966 si arrivò al compromesso di avere due autostrade parallele: la Roma-L’Aquila-Alba Adriatica e la Pescara-Chieti-Sulmona-Avezzano-Roma. 

Il capoluogo articolato

La polemica tra L’Aquila e Pescara arrivò ad ingarbugliare l’intera vita politica della Regione, con lo scontro fra partiti e persino al loro interno, in particolare nella Dc abruzzese, che vedeva contrapporsi per L’Aquila Lorenzo Natali e per Pescara Remo Gaspari. La situazione si fece rovente nel 1970, allorché il Consiglio regionale si trovò di fronte alla vexata quaestio: quale delle due città sarebbe stata il capoluogo di regione? La scintilla che fece scoppiare la miccia a Pescara fu un provvedimento del Consiglio dei Ministri, che vide la nomina del prefetto dell’Aquila quale Commissario di governo per la Regione, appena costituita. I pescaresi nel ’70 lessero la nomina come l’anticipazione della scelta dell’Aquila a capoluogo e reagirono con proteste, blocchi stradali e scontri con le forze dell’ordine. Di fronte al precipitare della situazione si tentò una mediazione politica, il cosiddetto “capoluogo articolato“: L’Aquila sarebbe stata capoluogo di regione, ma la Giunta si sarebbe riunita anche a Pescara, che avrebbe poi accolto sette assessorati su dieci. Tutte queste tensioni non risolte vennero a coagularsi in modo drammatico anche a L’Aquila: il compromesso provocò una vera e propria sommossa popolare. I moti dell’Aquila provocarono decine di feriti e la pace tornò soltanto il 4 marzo 1971, dopo sette giorni di rivolta. Manifestazioni di piazza, copertoni in fiamme, arresti, sassaiole, scioperi, scuole chiuse per giorni.La vicenda si risolse con il citato compromesso del capoluogo articolato che, come è stato scritto, vede “l’economia e i commerci a Pescara, la cultura e la scienza a L’Aquila, le autostrade a tutti“, raggiungendo così una forma di equilibrio, che dura tuttora.

Gli scontri si placarono nel giro di pochi giorni e lo stautod ella regione abruzzo venne approvato defintivamente nella primavera del 1971, con Ugo Crescenzi come primo presidente. Alla fine L’Aquila perse gli assessorati più “pesanti” sotto il profilo sociale ed economico, che vennero decentrati a Pescara. 

Oggi a più di cinquant’anni da quei fatti, lo Statuo approvato è ancora in vigore. Pescara e L’Aquila lavorano – o dovrebbero lavorare – in sinergia per garantire lo sviluppo della regione e il benessere dei suoi cittadini. Ma per il compianto professor Colapietra l’equilibrio-squilibrio fra le due parti della regione rimane istituzionalmente e di fatto, e tenerle insieme non è facile. L’Aquila continua ad avere una sua funzione, Pescara continua ad averne un’altra certamente diversa: 

“Per L’Aquila e per Pescara, l’essere o non essere capoluogo non è che abbia portato grandi novità […] La connotazione di capoluogo si è andata praticamente sfumando fino a dissolversi, prendendo atto della differenza obiettiva fra le due realtà, fra le zone interne e la costa, fra il capoluogo della regione e il capoluogo adriatico, la grande Pescara, che sono due realtà che non si fondono fra di loro, che non hanno un rapporto diretto, ma piuttosto convivono fra di loro e mandano avanti la regione in una forma di governo, di istituzione, di trasformazione e di riforma, che non si concentra su linee incisive definitive”.

L’Abruzzo che tornerà fra poco alle urne per eleggere il nuovo consiglio regionale e il nuovo governatore si troverà ad affrontare questi problemi complessi e di non facile soluzione.


Print Friendly and PDF

TAGS