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Nel segno dello Spirito

Celestino V e il sigillo dello Spirito: la Pentecoste come anima del carisma celestiniano

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Nel silenzio aspro delle montagne d’Abruzzo, fra le vette severe del Morrone e della Maiella, fiorì nel XIII secolo una delle esperienze spirituali più intense e radicali della cristianità medievale: quella di Pietro del Morrone, poi papa Celestino V.

L’AQUILA – Nel silenzio aspro delle montagne d’Abruzzo, fra le vette severe del Morrone e della Maiella, fiorì nel XIII secolo una delle esperienze spirituali più intense e radicali della cristianità medievale: quella di Pietro del Morrone, poi papa Celestino V. Ma dietro la figura dell’eremita divenuto pontefice, si cela un protagonista spesso trascurato ma fondamentale: lo Spirito Santo. Celestino fu infatti figlio e profeta di una Pentecoste interiore, visibile tanto nei segni esterni della sua opera quanto nella linfa spirituale che animava ogni sua scelta. La sua vita, il suo ordine e persino il suo stemma parlano con forza del “Dono dell’Altissimo”.

Una Congregazione nel segno dello Spirito

Prima ancora che il nome “Celestini” si imponesse nella memoria ecclesiastica, Pietro e i suoi primi seguaci si definirono “Fratelli dello Spirito Santo”. Non era solo una denominazione mistica, ma una vera dichiarazione di identità spirituale: quella di uomini condotti dallo Spirito in luoghi deserti, come Giovanni Battista, come Gesù stesso, per imparare ad ascoltare la voce del Padre e restare docili alla sua volontà. Il vescovo di Chieti, Niccolò da Fossa, chiese l’incorporazione dei Fratelli dello Spirito Santo all’Ordine benedettino nel 1264. Del resto l’eremitismo conobbe in quell’epoca una sua rinnovata stagione, sia in forme libere e individuali, sia in veri e propri ordini destinati ad inquadrare e disciplinare tale fenomeno. Colpisce il fatto che l’Ordo S. Spiritus de Maiella, su cui papa Gregorio X aveva concesso la sua protezione, cominciò a polarizzare insieme alcune delle correnti spirituali più affascinanti del tardo medioevo europeo ed italico. Ascoltare la voce dello Spirito significava anche farsi prossimi ai più poveri. Cosa particolare fu il profilo assistenziale che conobbe l’Ordine dei Celestini, come la gestione di ospedali annessi ai monasteri. In questo orizzonte l’attività dei monaci andava ad innestarsi su una tradizione che aveva le sue radici nell’impegno assunto dei laici a partire dal XIII secolo.

Lo stemma dei Celestini

L’araldica celestiniana è essa stessa una teologia simbolica. Lo stemma originario dei monaci presentava uno scudo d’argento con croce latina nera e la lettera “S”, verosimilmente indicante il “Sanctus Spiritus”, come sigillo visibile di un carisma tutto orientato alla terza Persona della Trinità. Con il tempo, lo stemma si arricchì di un monte a tre cime (simbolo dei monti sacri Morrone e Maiella, ma anche delle tre virtù monastiche: Umiltà, Povertà e Castità) e di due gigli, emblemi della protezione angioina e della purezza. Ma il cuore resta quella “S” attorcigliata alla Croce, che tiene insieme il mistero pasquale e la forza trasformatrice dello Spirito: morte e resurrezione, ascesi e gloria, silenzio e fuoco.

Colombe e lingue di fuoco

La Pentecoste non è solo una festa importante per l’Ordine celestiniano – che oggi sopravvive solo nel ramo femminile – ma è il ritmo interno di tutta la sua spiritualità. Lo testimoniano le numerose raffigurazioni della Discesa dello Spirito Santo nelle chiese celestine, prima fra tutte la Badia Morronese, dove una maestosa tela secentesca — forse dei fratelli Solimena — domina l’abside, rendendo visibile quel momento in cui il fuoco celeste discese su Maria e gli Apostoli, come raccontato nel libro degli Atti. L’artista rappresenta il momento in cui si scatena il vento impetuoso, attraverso l’immagine delle nuvole che vengono come squarciate dai raggi provenienti dalla colomba dello Spirito; inoltre gli apostoli sono colti nel gesto della parola, a significare il dono delle lingue che fu concesso loro per la predicazione e la diffusione del Vangelo. Ma troviamo la colomba dello Spirito Santo anche al centro della cupola e disseminata un po’ ovunque.

Anche all’Eremo di Santo Spirito a Roccamorice, sull’altare, troviamo una Pentecoste. È una fedele copia della tela originale del 1605, realizzata da Fabrizio Santafede. Qui la particolarità è che le lingue di fuoco sono poggiate sul capo di alcuni, ma non di tutti gli apostoli. L’intenzione dell’artista era quella di far partecipare i fedeli, mostrando che la discesa dello Spirito Santo continua ad avvenire nella loro storia. Del resto proprio questo eremo fu il teatro di una grandiosa visione verificatasi all’alba del 29 Agosto 1248: mentre Pietro meditava di fronte all’imponente scenario della natura, vide scendere dal cielo una nuvola di santi e di angeli guidati dal re Davide, nell’aspetto di un venerabile anziano. Essi procedevano processionalmente intorno alla nuova chiesa e intonavano i salmi della dedicazione, pronunciando queste parole: “Locus iste terribilis est, domus Dei est, et Porta Coeli et vocabitur aula Spiritus Sancti“, ossia questo luogo è terribile (nel senso che incute rispetto, timore reverenziale), è casa di Dio e Porta del Cielo e sarà chiamata aula dello Spirito Santo. Quindi Pietro vide Giovanni Evangelista in splendide vesti sacerdotali che si accinse a celebrare messa, poi in una nube luminosa, Giovanni battista, la Madonna in trono con il Figlio sulle ginocchia e infine la mano di Dio Padre che benedisse la chiesa, mentre uno stuolo di angeli cantava. Così nasceva quello splendido eremo.

La “Pentecoste interiore” del papa eremita

Quando, nel 1294, Pietro del Morrone accettò — pur riluttante — la nomina al soglio pontificio con il nome di Celestino V, lo fece in forza di una Pentecoste che non aveva bisogno di lingue di fuoco, ma parlava con la chiarezza del discernimento e della docilità spirituale. L’anziano monaco abruzzese si piegò al volere di Dio, nonostante l’evidente sproporzione tra la grandezza del compito e la sua fragilità. Non fu ambizione, ma obbedienza allo Spirito. La sua rinuncia, pochi mesi dopo, non fu un fallimento, ma un altro atto spirituale: discernere i tempi, ascoltare le mozioni interiori, preferire il silenzio al potere.

“Non è per forza né per potenza, ma per il mio Spirito, dice il Signore degli eserciti” (Zaccaria 4,6). In queste parole, possiamo leggere l’intera biografia spirituale di Pietro del Morrone: l’umile eremita diventato Papa, ma ancor più discepolo dello Spirito. La testimonianza di Celestino e dei suoi Fratelli dello Spirito Santo ci ricorda che il protagonista della santità non è lo sforzo umano, ma quello Spirito effuso nella Pentecoste e che arde ancora nel cuore dei santi silenziosi di oggi.