Incendio sul Morrone, paesaggi sacri da salvare

Due focolai di nuovo attivi ma il vero fuoco che dovrebbe ardere è l’amore per l’Abruzzo

di Fausto D'Addario | 30 Luglio 2023 @ 05:10 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
incendio sul Morrone
Print Friendly and PDF

I paesaggi sacri del Morrone sono da salvare a tutti i costi. Solo pochi giorni fa è stato domato l’ennesimo incendio sul Morrone: vento impetuoso e fiamme implacabili hanno fatto riemergere i ricordi del disastroso incendio di sei anni fa, quando in 10 giorni andò in fumo il 5% dell’area protetta. Per non parlare dell’inferno di fuoco degli anni ’80. Questa volta niente ritardi e inadempienze e l’emergenza si pensava risolta in 36 ore. Invece due focolai sono ora di nuovo attivi sul Morrone, complice il forte vento: fino a questo momento, si è evitato andasse in fumo l’intero versante peligno della montagna sacra a papa Celestino V.

Incendio Morrone

Nonostante tutte le accortezze prese, siccità e intervento doloso dell’uomo continuano a mettere a repentaglio quel prezioso serbatoio di biodiversità floristica e faunistica, che è il Monte Morrone, con tutto il fascino di territorio primordiale e selvaggio del Parco Nazionale della Maiella.

La cresta scoscesa del Morrone (2061 mt), i sentieri ombreggiati tra i boschi, i canaloni asciutti, le piccole valli in quota, i verdi pascoli e i fiori nelle praterie: un ecosistema irripetibile che ha da sempre ispirato il senso del sacro. Per i popoli antichi la montagna è un punto di equilibrio cosmico perfetto, perché è orientato verso il cielo, dove termina in unità. Sulla montagna, il cielo e la terra si incontrano, è il luogo del loro matrimonio sacro. È sulla montagna che dimora la divinità ed è qui che fa sentire la sua voce.

L’uomo ha frequentato l’eterna grandezza del Morrone fin dai tempi più remoti. Come testimoniano i resti del paleolitico, dell’età del bronzo e del ferro. A 680 metri sulle Balze del Morrone in una grotta alta e stretta compaiono pitture rupestri: parti del corpo umano e altre figure stilizzate, in color ocra ancora ben leggibile. Una simbologia cultuale che riporta a riti ancestrali a noi sconosciuti, ma che indicano come quest’area fosse già considerata luogo di culto.

Che dire delle mura ciclopiche sul Colle delle Fate, i cui resti maestosi – basta mettersi vicino agli enormi massi – biancheggiano al sole tra l’azzurro terso del cielo e la natura incontaminata. Con la vicinanza di un paese che sembra un presepe naturale, Roccacasale.

La statuetta raffigurante la Dea Madre Mediterranea con incisa la singolare iscrizione in Lineare-A – scrittura enigmatica che ancora oggi nessuno è riuscito a decifrare – qui ritrovata è un reperto eccezionale: è tra i più antichi documenti epigrafici in tutta Italia. Le due cisterne potevano servire da osservatori astronomici per i culti e cicli agrari. Insomma, la cosa straordinaria è che questo luogo fatato, pur trovandosi nel cuore dell’Abruzzo, riporta piuttosto ai monumenti dell’architettura fenicia e al mondo del Mediterraneo orientale. Come se non bastasse, antiche leggende e tradizioni popolari parlano di tesori nascosti e della presenza di fate, da cui il nome. Forse non è un caso che il devastante incendio di sei anni fa si è fermato proprio qui. Non pioveva da giorni, ma improvvisamente cominciò a piovere e proprio qui, sull’acropoli abitata dalle fate, avvenne il miracolo e le vampe di fuoco furono domate.

Poi c’è il santuario di Ercole Curino, ricavato sul versante scosceso del monte Morrone e articolato in due ampi terrazzamenti, opera d’ingegneria straordinaria. Tutta l’area era fittamente abitata dal popolo dei Peligni, uno di quelli che diede filo da torcere ai Romani nei torbidi eventi della guerra sociale. Il santuario fu seppellito quasi del tutto da una frana, ecco perché si è conservato molto bene. L’ampia scalinata conduce al sacello, di cui rimangono tracce di affreschi sulle pareti, ma soprattutto il pavimento a mosaico con cani, delfini e palmette. Sulla soglia, le folgori sacre a Giove, padre di Ercole, raffigurato con corpo muscoloso di atleta in una preziosa statuetta in bronzo qui scoperta e oggi conservata a Chieti, al Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo.

Ma forse il luogo più celebre è l’eremo di Sant’Onofrio al Morrone, che custodisce la vita e la memoria dell’eremita Pietro Angelerio, che salì al soglio pontificio il 5 luglio del 1294 con il nome di Celestino V, a 79 anni. Ed è in questo luogo che tornò a rifugiarsi dopo il gran rifiuto. Radicalità quasi mistica di un Abruzzo ascetico e spirituale, la cui natura montagnosa ne faceva una meta preferita da solitari abitatori di umili e umide celle. Il romitorio incastonato sul pendio roccioso si raggiunge facilmente, anche se attraverso uno scosceso sentiero: è uno di quei luoghi dello spirito che un abruzzese deve visitare almeno una volta nella sua vita. Si entra attraverso la porta stretta della chiesetta, la ianua Coeli, ossia la porta del Cielo, perché l’eremo e sospeso tra la roccia e il cielo. All’interno affreschi straordinari, tra cui un Pietro Celestino nelle vesti di pontefice e i santi monaci Antonio, il primo eremita, Benedetto, che con la sua Regola diede impulso al monachesimo occidentale, e il suo discepolo Mauro. Il tutto coperto da una volta a botte stellata dipinta con un profondo blu, come quei cieli che ogni notte custodivano il sonno di questi umili frati. Che fossero sciamani neolitici, popoli italici o santi eremiti, tutti sono saliti sulla montagna per cercare Dio.

Più recentemente queste montagne offrirono insperato rifugio ai partigiani e ai militari in fuga durante la Seconda guerra mondiale. Il Campo di Prigionia di Fonte d’Amore, alle falde del versante occidentale del Morrone, venne costruito dapprima per i prigionieri di nazionalità austro-ungarica nella Prima guerra mondiale, ma fu riutilizzato come luogo di detenzione per i prigionieri Alleati, catturati nella campagna d’Africa. Il Sentiero della Libertà, che collega Sulmona a Palena, ripercorre strade sterrate e mulattiere che furono utilizzate dopo l’armistizio dell’8 settembre dai reclusi in fuga dal campo di prigionia, guidati dai partigiani, per ricongiungersi ai commilitoni al di là del front verso i territori già liberati dagli Alleati.

Il massiccio del Morrone vigila silente su un patrimonio naturale, storico e spirituale da salvare a tutti costi: è questo il vero fuoco che dovrebbe ardere, l’amore per l’Abruzzo.


Print Friendly and PDF

TAGS