L’Aquila – Mercoledì 12 giugno 2024 a L’Aquila si intrecceranno tre anniversari dal significato più che attuale: le celebrazioni per i 100 anni dall’assassinio di Giacomo Matteotti il 10 giugno 1924, gli 80 anni dalla Liberazione dell’Aquila il 13 giugno 1944 e la nascita dell’ANPI, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, costituita il 6 giugno 1944 a Roma che, con i suoi oltre 153.000 iscritti, è tra le più grandi associazioni combattentistiche presenti e attive in Italia
Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario, venne rapito e ucciso a Roma il 10 giugno di 100 anni fa, nel 1924. “L’oppositore più intelligente e irriducibile del regime“, come lo avrebbe definito Piero Gobetti, il 30 maggio 1924 pronunciò il celebre discorso, la sua orazione funebre, in cui denunciava in Parlamento i soprusi e gli illeciti commessi dai fascisti durante le elezioni del 6 aprile di quell’anno. Il piatto per Mussolini era ghiotto: grazie alla legge presentata l’anno prima dall’abruzzese, di Loreto Aprutino, Giacomo Acerbo, i due terzi dei seggi sarebbero andati alla lista più votata a livello nazionale. La soglia fu abbondantemente superata: la legge Acerbo segnò così la decisiva affermazione del partito fascista con il 64,9% dei voti. Proprio di fronte a quella nuova Camera, dove ai fascisti spettarono 374 deputati su 535, Matteotti denunciò in quel memorabile discorso, che riuscì a pronunciare a fatica, le violenze squadriste. Tra queste ricordiamo quanto avvenne nella Marsica: Camillo Corradini, a capo di una delle liste elettorali presentate a L’Aquila ed in altre province, aveva scritto perfino a Mussolini di cittadini aggrediti di notte nelle loro case, dell’assenteismo e della compiacenza della polizia, degli assaliti perseguiti per qualche atto, vero o presunto, di reazione e di difesa personale; inoltre a Roma, durante l’ultimo periodo della campagna elettorale, si era persino formata una colonia di profughi politici dall’Abruzzo impossibilitati a tornare nelle loro case devastate.
Era dal gennaio del 1924 che le denunce di Matteotti si erano fatte sempre più frequenti e fino ai giorni precedenti il 6 aprile il deputato socialista andava in giro con manifesti e colla ad attaccare volantini sotto il naso dei fascisti. “Uccidete pure me, ma un ucciderete mai le idee che sono un me”, aveva gridato fiero alle camicie nere. Tra le sue carte emergono tre lettere da lui scritte a Filippo Turati nei primi mesi del 1924 che rivelano tutta la solitudine, i tradimenti, le viltà che contribuirono a creare il clima che rese possibile il suo assassinio: il partito «muore di inazione», dirigere «un esercito che continua a scappare è ridicolo», ognuno «fa quello che vuole, cioè fa nulla». Lo stesso Matteotti stava scrivendo un saggio su quel fatidico 1924, che avrebbe visto la luce postumo a Bruxelles, Londra e Berlino. “Ieri aveva detto che tornava a casa presto per lavorare”, scrisse Turati il giorno dopo la scomparsa, “doveva tra l’altro correggere le bozze dell’edizione ampliata del suo Un anno di dominazione fascista“.
Due mesi dopo il grande successo ottenuto dalle sue liste alle elezioni, Mussolini si trovò improvvisamente di fronte ad una delle crisi più gravi della sua vita politica. Il 10 giugno Matteotti fu rapito nei pressi della sua abitazione romana, sul lungotevere Arnaldo da Brescia e caricato a forza su un’automobile, con il clacson che suonava all’impazzata per coprire le grida disperate del deputato che lottava per la vita. Il manipolo di squadristi era capeggiato da Amerigo Dùmini; gli altri erano Augusto Malacria, Albino Volpi, Ettore Viola e Amleto Poveromo. La scomparsa del deputato del Polesine, il cui cadavere venne ritrovato solo il 6 agosto, destò grande impressione quando due giorni dopo la notizia venne riportata dai giornali. La notizia della scomparsa di Matteotti fu accompagnata da scioperi e proteste in diverse località: a Roma alcuni esponenti delle opposizioni si astennero dai lavori della Camera, dando inizio a quello che sarebbe passato alla storia come “Aventino“; in Abruzzo specialmente nella Marsica, quelle di giugno e luglio 1924 furono mesi di risveglio e agitazione degli elementi popolari, socialisti e comunisti. Anche in qualche consiglio comunale abruzzese, benché dominato da fascisti, furono espresse parole di condanna per l’omicidio e di solidarietà verso la vittima. Tale era la situazione che per riportare la calma fu necessario l’arrivo in persona del duce all’Aquila, in ottobre, descritto dai giornali con i soliti toni trionfalistici.
Per tacitare i malumori che ancora non si placavano, Mussolini decise di intervenire personalmente: il 3 gennaio 1925 tuonò in Parlamento: “Sono io, signori, che mi accuso in quest’aula”, in un’aula veramente sorda e grigia. Per ragioni di ordine pubblico, il processo romano contro gli assalitori fu spostato a Chieti, tranquilla e fedele città di provincia. Anche L’Aquila era tra le candidate, ma se l’aggiudicò la città camomilla, come fu descritta Chieti sul Resto del Carlino, perché placida, abitudinaria, fedele al regime, inoltre abbastanza lontana da Roma. Il processo compiacente di Chieti durò solo otto giorni, otto udienze dal 16 al 24 marzo, accogliendo così il desiderio del duce, che chiedeva la fine del processo entro il 28 per scongiurare il pericolo che l’Italia potesse “matteottizzarsi”. Grande assente Velia, la vedova di Matteotti, resasi dignitosamente conto che, “il processo, il vero processo, a mano a mano svaniva”. Presente invece Farinacci – originario di Isernia – che si fece avvocato di Dùmini che, nella sua feroce arringa, insultò l’operato politico di Matteotti chiedendo l’assoluzione per gli imputati. Infine la sentenza: Dumini, Volpi e Poveromo vennero condannati, ma grazie ad un’amnistia rilasciati dopo appena due mesi di detenzione. Finita la guerra nel 1947 si fece veramente giustizia e si celebrò un secondo processo a Roma, che annullò quello di Chieti.
Matteotti fu una spina nel fianco di Mussolini e lo perseguitò come un fantasma: il duce era così consapevole che il processo Matteotti sarebbe stato riaperto dopo la guerra, che nella sua fuga si era portato dietro la documentazione di quei fatti per potersi scagionare. Il socialista del Polesine era uno che non ammetteva compromessi ed era forse l’unico che avrebbe potuto costruire un’alternativa antifascista tale da mettere davvero in discussione il governo di Mussolini. Per ricordare il centenario della morte del deputato antifascista l’Archivio di Stato di Chieti ha dato il via al riordinamento e all’inventariazione del fondo archivistico del Partito Nazionale Fascista, che comprende la documentazione del processo che si tenne a Chieti nei confronti degli assassini di Matteotti. Questo servirà a mettere a disposizione degli studiosi il maggior numero di fonti possibili ai fini di un confronto che avverrà in occasione di una giornata di studio prevista a Settembre 2024 a Chieti.
Chi lavorò nella segreteria di Giacomo Matteotti fu Ettore Troilo, animatore e comandante della Brigata Maiella, fino al giorno del rapimento e dell’assassinio del deputato socialista: non è un caso che il centenario della morte di Matteotti e la liberazione dell’Aquila siano ricordati insieme. Le frequentazioni politiche e il rifiuto di iscriversi al partito fascista lo fecero tener d’occhio dalla polizia per tutta la durata della dittatura, tanto che dovette tornare in Abruzzo, da dove organizzò la sua impresa di battaglia in battaglia. Il 9 giugno del 1944 attraverso il Guado di Coccia la Brigata Maiella dilagò nella Valle Peligna e raggiunse L’Aquila, Campo di Giove e Pacentro. L’Aquila fu liberata il 13 giugno. Gli aquilani si erano preparati all’arrivo delle truppe inglesi e avevano tappezzato la città di manifesti di benvenuto in lingua inglese (quel WELLCOME scritto male con due L), ma rimasero meravigliati nel veder arrivare i partigiani italiani. La liberazione fu prima di tutto il frutto dell’ostilità degli aquilani contro le truppe d’occupazione tedesche e della lotta al nazifascismo di tanti protagonisti della resistenza, di giovani coraggiosi, dell’azione militare dei partigiani della Banda Di Vincenzo, della Duchessa, di D’Ascenzo. Quell’Aquila che, durante l’occupazione nazifascista, aveva sofferto la fame, i rastrellamenti, l’incubo dei bombardamenti, la paura e il mercato nero, le ronde, l’oscuramento e la feroce tortura per i dissidenti, finalmente il 13 giugno riscoprì la vita, il percorso di libertà e democrazia che negli anni ha avuto come eredi tanti uomini e donne protagoniste della sua rinascita civile.
L’Abruzzo diede un significativo contributo alla lotta di liberazione: una delle più importanti formazioni partigiane del centro-sud fu proprio la Brigata Maiella, che raggruppò uomini provenienti principalmente dai paesi delle valli del Sangro e dell’Aventino, sotto il comando di Ettore Troilo. Quando dal suolo abruzzese scomparve ogni traccia di soldato nemico, essa non si sciolse, ma continuò la sua battaglia partigiana contribuendo, con il valore ed il coraggio dei suoi uomini, alla liberazione di importanti città, tra le quali Bologna. Dopo la guerra Troilo si laureò in giurisprudenza per iniziare, a Milano, la carriera di avvocato collaborando, tra l’altro, con lo studio di quel Filippo Turati, amico e compagno di partito di Matteotti. Volgeva così al termine quella pagina di storia insanguinata dal tragico seguito di razzie, distruzioni, violenze e uccisioni: il 21 novembre del 1943 a Pietransieri; il 30 dicembre a Francavilla; il 21 gennaio del 1944 a Gessopalena, fino all’estate del 1944 con gli eccidi di Capistrello, Filetto e Onna. L’Aquila uscì quasi indenne dalla guerra, a parte gli episodi di bombardamenti aerei nella zona ferroviaria e industrializzata l’8 dicembre del 1943, mentre l’attività partigiana iniziò con l’episodio sanguinoso dei nove martiri, dei giovani che si erano dati alla macchia all’indomani dell’8 settembre e che avevano mostrato il desiderio di unirsi ai movimenti partigiani. Sorpresi nelle campagne di Collebrincioni vennero giustiziati sommariamente dai tedeschi. E di questa tragedia si seppe soltanto il 14 giugno, il giorno dopo la liberazione, perché i tedeschi avevano tenuto la popolazione all’oscuro. Oggi sono ricordati in una parte centralissima della città, che sostituì la denominazione di Piazza 28 ottobre, giorno della marcia su Roma.
Ancora oggi l’ANPI è in prima linea nella custodire e i valori della Costituzione e della democrazia e nel promuovere la memoria di quella grande stagione di conquista della libertà che fu la Resistenza.









