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Il 12 settembre 1943: il volo che cambiò L’Aquila

L'Operazione Quercia del 1943 portò due morti aquilani. Il carabiniere Natale e la guardia Vitocco caddero ad Assergi durante il passaggio tedesco sul Gran Sasso.

Il 12 settembre 1943, mentre l’Italia era ancora scossa dall’armistizio di tre giorni prima, il cielo sopra Campo Imperatore e il territorio aquilano fu solcato da una formazione di alianti tedeschi. Non era un bombardamento, ma un’operazione militare destinata a segnare la città: la liberazione (o il rapimento) di Benito Mussolini e, soprattutto, le prime vittime aquilane della giornata.

L’Italia dopo l’armistizio

Il 12 settembre 1943 era ormai tre giorni che Benito Mussolini non era più capo dello Stato italiano. L’8 settembre, il Re Vittorio Emanuele III e il generale Badoglio avevano comunicato alla radio l’armistizio con gli Alleati. L’Italia, improvvisamente, era diventata zona nemica per i tedeschi.

Mussolini era prigioniero dal 25 luglio, quando il Gran Consiglio del Fascismo lo aveva spodestato. Badoglio, su ordine del Re, l’aveva fatto arrestare. Nei giorni successivi era stato tenuto in diversi luoghi — Ponza, La Spezia, l’Isola d’Elba — sempre con l’intento di isolarlo e sottrarlo ai nemici.

Hitler, però, non poteva permettere che il suo alleato finisse nelle mani degli Alleati. L’avrebbe considerato una disfatta personale. Ordinò, dunque, che Mussolini fosse recuperato. Il compito cadde su Otto Skorzeny, capitano delle SS, e su Harald Mors, maggiore dei paracadutisti (Lehrbataillon della 2. Fallschirmjägerdivision), sotto il coordinamento del generale Kurt Student.

La scelta di Campo Imperatore

Dopo settimane di ricerche e informazioni contraddittorie, i tedeschi scoprirono che Mussolini era stato trasferito su Campo Imperatore, l’altopiano del Gran Sasso. Qui, attorno al 1943, era stato costruito di recente un centro di sport invernali. L’albergo era raggiungibile solo tramite funivia da Assergi.

Il luogo era strategicamente isolato: difficile da raggiungere via terra, facilmente difendibile, perfetto per custodire un personaggio dell’importanza di Mussolini. Ma era anche una trappola: i paracadutisti tedeschi si sarebbero sfracellati sulle rocce se lanciati intorno a Fonte Cerreto. L’unica soluzione era usare quello spazio ristretto di terreno attorno all’albergo.

Mors, comandante dei paracadutisti, propose un’operazione combinata “cielo-terra”: 400 uomini perfettamente addestrati, divisi in due colonne — una via aria, una via terra — che avrebbero dovuto convergere sull’obiettivo alle 14 del 12 settembre.

Gli alianti tedeschi nel cielo aquilano

La mattina del 12 settembre, alle 3 del mattino, la colonna terrestre tedesca si mosse verso Assergi. Poche ore dopo, intorno alle 12.30, decollarono da un aeroporto tedesco dodici alianti DFS 230, trainati da altrettanti aerei Henschel. Tre alianti si staccarono dai traini durante il decollo; i rimanenti nove puntavano verso Campo Imperatore.

Il DFS 230 era un mezzo di trasporto semplice, costruito appositamente per operazioni tattiche: poteva trasportare dieci soldati con equipaggiamento, o 1.200 kg di materiale. Non aveva motore proprio — era un aliante — e una volta lanciato dal ricognitore doveva planare verso la destinazione. Su quelle ali, in quella mattina aquilana, volavano circa 90 paracadutisti tedeschi.

Lo spazio di atterraggio era microscopico: il terreno attorno all’albergo era stretto e in pendenza. Per ridurre la velocità di frenata, i tedeschi avevano incastrato rotoli di filo spinato sotto le ruote degli alianti. Alcuni atterrarono con difficoltà; uno si danneggiò con feriti. Ma il piano funzionò: i soldati scesero rapidamente e si diressero verso l’albergo.

Contemporaneamente, la colonna terrestre stava forzando il blocco di Assergi.

Foto: Stocker, Dr. I 1943

Il blocco di Assergi e le uniche vittime

Mentre gli alianti atterravano in quota, la colonna motorizzata tedesca raggiunse Assergi, il paese ai piedi della funivia. Qui trovò un blocco di carabinieri e guardie forestali, ordinate di controllare gli accessi al Gran Sasso.

La colonna tedesca non rallentò. Forzò il blocco sparando. In questo scontro — il solo momento di violenza dell’intera operazione — caddero i primi morti: il carabiniere Giovanni Natale e la guardia forestale Pasquale Vitocco, entrambi di L’Aquila.

Vitocco fu ferito gravemente. Non poté ricevere immediate cure adeguate in montagna. Fu trasportato a valle e ricoverato all’ospedale civile dell’Aquila, dove morì il giorno seguente, il 13 settembre.

Saranno le sole due vittime dell’operazione Quercia nel tentativo italiano di opporre resistenza. Eppure rappresenteranno, per L’Aquila, il prezzo pagato dalla città a un evento militare che la popolazione non poteva controllare né prevedere.

Il maresciallo dei carabinieri Osvaldo Antichi, che comandava la sicurezza a Campo Imperatore, scriverà successivamente con amarezza: «Se 48 ore prima della liberazione di Mussolini non ci fosse stato annunciato, dai responsabili governativi, che gli ordini che avevamo ricevuto in precedenza dovevansi ritenere annullati, sono più che sicuro che, armati come eravamo, in campo chiuso, bloccata la teleferica, avevamo infallibilmente, senza dubbio, al cento per cento, ragione sui teutonici.»

Il contrordine che Antichi lamenta era arrivato poche ore prima: una comunicazione del prefetto Senise che raccomandava «la massima prudenza» e, implicitamente, la resa senza spargimento di sangue. Gli ordini precedenti erano da considerarsi annullati.

L’assenza di resistenza

Dentro l’albergo non ci fu alcuno sparo. I carabinieri e i poliziotti che custodivano Mussolini non reagirono. Alcuni testimoni ricorderanno una scena quasi surreale: i militari italiani consegnarono le armi con indifferenza, diversi lanciarono persino i fucili nell’abisso. In meno di venti minuti, tutto si concluse in una sala dell’albergo con un momento conviviale: soldati italiani e tedeschi a brindare insieme, armi in spalla.

Harald Mors, il comandante dei paracadutisti, anni dopo riassumerà così l’operazione: «È stata un’azione militare, ma non una missione di guerra.»

Mussolini fu trovato nella sua camera. Skorzeny, capitano delle SS, si precipitò ad essere il primo a vederlo. Dopo qualche foto, iniziò la fase più delicata: come portare il Duce fuori da Campo Imperatore, da un altopiano ormai circondato da nemici?

Foto: Stocker, Dr. I 1943

La fuga aerea dalla montagna

L’unico mezzo disponibile era uno Storch (Cicogna), un piccolo aereo a decollo e atterraggio breve, pilotato dal capitano Gerlach della Luftwaffe. Poteva trasportare un solo passeggero. Era stato previsto un secondo aereo per l’accompagnatore — Skorzeny si offrì volontario — ma non riuscì ad atterrare.

Skorzeny, nonostante il suo peso considerevole, ottenne comunque il permesso di salire sullo Storch. La pista era troppo corta per il decollo in condizioni normali. Gerlach, abile pilota, ideò una soluzione: fece trattenere manualmente le ali dell’aereo da alcuni soldati mentre il motore raggiungeva il massimo regime. A un segnale, lo Storch fu lasciato libero e scattò verso il burrone. Per qualche momento scomparve nell’abisso. Poi, lentamente, riapparve in cielo, guadagnando quota verso il territorio italiano occupato dai tedeschi.

Mussolini atterrò a Pratica di Mare, dove fu trasferito su un Heinkel He 111 diretto a Vienna. Due giorni dopo, il 14 settembre, incontrò Hitler a Rastenburg.

L’Aquila tra fronti

L’Operazione Quercia del 12 settembre 1943 non fu un evento circoscritto alla montagna. Ebbe ricadute dirette sul territorio e sulla popolazione di L’Aquila.

La città si trovava in una zona geograficamente strategica: l’Appennino abruzzese, il Gran Sasso, il territorio intorno ad Assergi erano parte dello scenario di una guerra che, in quei giorni di settembre, stava ridisegnando gli equilibri italiani. L’8 settembre aveva portato il caos: l’esercito italiano si frantumava, le autorità civili erano confuse, la popolazione non sapeva che cosa aspettarsi.

Il 12 settembre, quando gli alianti tedeschi sorvolarono il Gran Sasso e la colonna motorizzata forzò Assergi, L’Aquila fu testimone e teatro di questo movimento. Due dei suoi cittadini — il carabiniere Natale e la guardia forestale Vitocco — pagarono con la vita l’ordine di controllare gli accessi alla montagna. L’ospedale civile della città ricevette i feriti, e accolse Vitocco negli ultimi istanti della sua agonia.

Per L’Aquila, l’operazione rappresentò il punto di contatto più diretto con la guerra strategica: non bombardamenti sulla città, ma il passaggio di una forza militare straniera attraverso il territorio circostante, con conseguenze mortali per chi custodiva gli accessi.

Il seguito

Dopo il 12 settembre, L’Aquila rimase in territorio conteso per mesi. I tedeschi non occuparono stabilmente la città, ma controllavano buona parte dell’Abruzzo fino all’avanzata alleata del 1944. L’Operazione Quercia era stata un episodio, ma aveva segnato il territorio e la memoria locale con due morti che non appartenevano a operazioni tattiche dirette, ma a un momento di transizione politica e militare dove gli ordini si contraddicevano e la violenza eruppe quasi casualmente.

Una giornata che rimase nella memoria locale

Il 12 settembre 1943 fu una giornata che L’Aquila non dimenticherà. Non per l’esito dell’operazione — che era una questione politica e militare tedesca — ma per il fatto che due cittadini aquilani caddero nel tentativo di controllare un territorio che, quella mattina, non potevano più controllare.

Giovanni Natale e Pasquale Vitocco non sono rimasti celebri come gli attori principali dell’Operazione Quercia. Gli studi sulla liberazione di Mussolini si concentrano su Skorzeny, Mors e Student. Ma per L’Aquila, questi due nomi restano legati a un momento in cui la guerra globale toccò direttamente il territorio locale, con conseguenze che la propaganda militare di nessun belligerante avrebbe mai celebrato.

L’altopiano di Campo Imperatore continuò, negli anni successivi, a essere luogo di passaggio e di conflitto. Ma il 12 settembre 1943 rimane il giorno in cui il cielo sopra L’Aquila ospitò uno degli episodi militari più discussi della Seconda Guerra Mondiale — e in cui la città pagò il prezzo più immediato: due morti dimenticati dalla storia ufficiale.