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Sicurezza sul lavoro, Frullo: “Il nodo rimosso è la percezione del rischio”

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Ogni caso ha la sua specificità, ma accanto alla cronaca c’è un tema più ampio, spesso sottaciuto in Italia: la percezione del rischio.

L’AQUILA – Gli incidenti sul lavoro che la scorsa settimana hanno interessato la provincia dell’Aquila hanno riportato al centro una discussione che periodicamente riemerge nel dibattito pubblico locale. Ogni caso ha la sua specificità, ma accanto alla cronaca c’è un tema più ampio, spesso sottaciuto in Italia: la percezione del rischio.

Un tema delicato, talvolta evitato perché temuto come una forma di colpevolizzazione dei lavoratori. In realtà, come confermano studi e pratiche consolidate a livello internazionale, dietro molti infortuni agiscono meccanismi psicologici e comportamentali che devono entrare a pieno titolo nella cultura della sicurezza, insieme alle norme, ai controlli e alle responsabilità organizzative.

Ne abbiamo parlato con Fabio Frullo, presidente della Commissione Politiche Sociali del Comune dell’Aquila, ma anche psicologo del lavoro e analista della sicurezza comportamentale applicata. Frullo si occupa di sicurezza sul lavoro da quasi trent’anni, con attività continuativa di analisi, ricerca e intervento nei contesti organizzativi, produttivi e sindacali. È autore di saggi e contributi scientifici sulla Behavior Based Safety (BBS – Sicurezza Basata sui Comportamenti), un approccio che mira a trasformare la sicurezza da adempimento formale a pratica concreta e quotidiana.

“Abbiamo risolto il problema delle regole, non quello dei comportamenti”

Nonostante norme avanzate continuiamo a contare troppi infortuni. Perché? “Perché abbiamo risolto il problema delle regole, ma non quello dei comportamenti. Il nostro Paese è all’avanguardia nel campo delle norme e delle procedure, ma stenta ad adeguarsi nello studio dei comportamenti, cosa che invece stanno facendo altri Paesi. Attenzione: questo non significa incolpare i lavoratori, ma comprendere e agire sulla mancata attuazione delle norme. Non con le sanzioni, ma con processi prettamente formativi e psicologici”.

“Da quasi trent’anni analizziamo la sicurezza comportamentale nei contesti lavorativi e il dato è chiaro: le persone, in molti casi, non si fanno male perché non conoscono le norme, ma perché non sempre le applicano. È lì che nasce l’incidente. E questo vale per i lavoratori e per i loro datori”.

Da qui nasce la BBS. Che cosa significa questo acronimo? “BBS significa Behavior Based Safety, cioè Sicurezza Basata sui Comportamenti. È un approccio scientifico nato nei contesti industriali americani, soprattutto nelle grandi aziende manifatturiere e chimiche, nei primi anni Ottanta. Deriva dalla psicologia del lavoro e studia ciò che le persone fanno realmente sul posto di lavoro, non ciò che è scritto nelle procedure. La BBS non sostituisce le norme: le rende efficaci”.

In cosa si differenzia dalla sicurezza tradizionale?
“La sicurezza tradizionale guarda prettamente ai documenti e a una formazione generale valida per tutti. La sicurezza comportamentale guarda alle singole persone. Possiamo dire che abitudini scorrette, automatismi, pressione sui tempi e percezione distorta del rischio sono oggi, nella maggior parte dei casi, le vere cause degli infortuni. La BBS lavora esattamente su questi fattori”.

Si parla spesso di indice di sicurezza comportamentale. Cos’è?
“È uno strumento chiave della Behavior Based Safety. Misura quanti comportamenti sicuri vengono realmente messi in atto rispetto al totale delle azioni osservate. Non è un’opinione, è un dato numerico calcolato con algoritmi studiati dalla comunità scientifica. E spesso racconta una realtà molto diversa da quella dichiarata”.

Esiste anche un indice di rischio comportamentale? “Sì, ed è forse ancora più rivelatore. Misura la frequenza dei comportamenti non sicuri. Nei lavori di analisi questi indici si sono dimostrati predittivi degli incidenti: dove il rischio comportamentale è alto, l’infortunio è solo una questione di tempo”.

Quindi la BBS consente di prevenire prima che accada l’incidente? “Esattamente. La sicurezza comportamentale è prevenzione vera, non reazione. Interviene sui segnali deboli, sui comportamenti ripetuti, sulle decisioni quotidiane. Agisce prima che il danno si verifichi, non dopo”.

Perché oggi è considerata il futuro della prevenzione? “Perché il nostro Paese non ha bisogno di nuove leggi, ma di un cambio di paradigma. Le norme sono necessarie e fondamentali, ma non sufficienti. Senza lavorare sui comportamenti, sulla cultura e sulla leadership della sicurezza, continueremo a rincorrere gli eventi”.

Qual è l’errore più comune delle aziende? “Confondere la sicurezza con la burocrazia. La sicurezza non è un documento firmato, è un comportamento ripetuto ogni giorno. E i comportamenti, come insegna la psicologia, non cambiano per obbligo, ma attraverso osservazione, feedback e coinvolgimento”.

Un messaggio finale? “La sicurezza non è solo tecnica o normativa: è umana. Finché ci chiederemo chi ha sbagliato invece di perché una persona si è comportata così, continueremo a contare incidenti. La sicurezza comportamentale applicata ci permette finalmente di prevenirli alla radice”.