Tra la seconda metà del Cinquecento e il Seicento, L’Aquila diventa un laboratorio ideale per osservare come religione, politica urbana e costruzione delle élite si tengano insieme. Dopo la rivolta antispagnola del 1528 e la durissima punizione con la separazione dal contado, la città entra stabilmente nell’orbita della Monarchia cattolica. L’arrivo di Margherita d’Austria, la ristrutturazione del suo palazzo e la presenza di artisti fiamminghi, lombardi e romani trasformano il centro abruzzese in un nodo periferico ma strategico della geografia politico-culturale spagnola.
In questo quadro si muovono due processi decisivi. Da una parte si ridefinisce la spiritualità urbana secondo i parametri post-tridentini, con visite pastorali, controlli sulla clausura, riforme degli ordini. Dall’altra prende forma un ceto dirigente educato “more nobilium”, che condivide linguaggi, saperi e codici simbolici con Napoli e Roma. Monasteri femminili e Gesuiti sono le due colonne portanti di questa trasformazione: i primi come polmoni spirituali e sociali della città, i secondi come regia pedagogica e politica delle élite.
L’arrivo dei Gesuiti e la nascita del Collegio
L’insediamento della Compagnia di Gesù all’Aquila non è immediato. Già negli anni Sessanta del Cinquecento la Corona e l’episcopato guardano ai Gesuiti come allo strumento più adatto per integrare le élite locali nel modello politico-religioso spagnolo e, al tempo stesso, per bilanciare il peso delle grandi tradizioni spirituali cittadine, in particolare quella francescana osservante e quella celestina di Collemaggio.
Nel 1564, quando le istituzioni cittadine discutono per la prima volta in modo organico dell’insediamento gesuitico, la città si spacca. I sostenitori del Collegio vedono nella nuova fondazione la possibilità di garantire un’istruzione alta, gratuita, capace di “raffinare” i giovani destinati alle cariche pubbliche, all’avvocatura, all’amministrazione del Regno. La controparte, legata soprattutto ai ceti artigiani, contesta il progetto perché richiede gabelle e contributi per una scuola che non si occupa dell’alfabetizzazione dei figli del popolo ma solo di grammatica superiore, retorica, filosofia e teologia, cioè delle discipline riservate alle élite.
La trattativa assume rapidamente un tono politico. Il viceré don Giovanni Zuñiga de Miranda, e dopo di lui i successori, sostengono l’iniziativa. Il rettore gesuita Sertorio Caputo, figura centrale di questo passaggio, lavora per conquistare il favore delle famiglie di maggior peso. Le resistenze continuano finché, tra 1594 e 1596, intervengono il generale Claudio Acquaviva e il cardinale Roberto Bellarmino, e viene offerta alla città una contropartita concreta: un alleggerimento dell’odiato obbligo di alloggiare le milizie spagnole entro le mura.
Il 4 novembre 1596 si inaugura l’Aquilanum Collegium Societatis Iesu, che trova sede nel palazzo Camponeschi, l’antico palazzo dei conti di Montorio. La Camera civica si sposta nel vicino palazzo Margherita, già residenza di Margherita d’Austria. I Gesuiti acquistano la chiesa di Santa Margherita della Forcella, che diventa la facciata sacra del loro insediamento nel cuore politico della città. L’assetto spaziale è eloquente: da un lato il blocco palazzo Margherita–Magistrato–Accademia dei Velati, dall’altro il Collegio gesuitico e la chiesa di Santa Margherita. Il baricentro civile e quello pedagogico-spirituale si fronteggiano sulla stessa piazza, ma sono intimamente connessi.

Tra Seicento e prima metà del Settecento, il Collegio dei Gesuiti diventa il dispositivo centrale per la formazione del ceto dirigente aquilano. Il curriculum segue la Ratio studiorum: prima i corsi di Grammatica e Umanità per consolidare latino e “bonae litterae”, poi la Retorica, infine i gradi alti di Filosofia e Teologia. I gradi rilasciati sono riconosciuti e comparabili a quelli delle grandi università italiane, e permettono agli studenti di circolare all’interno della rete dei collegi gesuitici del Regno.
Nasce così una vera nobiltà di toga che si affianca e si intreccia con la nobiltà di sangue. I giovani delle casate che dominano la vita municipale – Antonelli, Rivera, Dragonetti, Ardinghelli, Quinzi e molte altre – trovano nel Collegio la palestra che li prepara alle cariche nel Magistrato, nei tribunali, nelle amministrazioni locali e nelle strutture del potere spagnolo. L’istruzione è dichiarata gratuita, ma il filtro sociale è evidente: accesso, permanenza e successo nel percorso di studi risultano più agevoli per chi dispone di reti familiari solide e di risorse adeguate.
Nel contesto del Collegio maturano figure destinate a uscire dall’orizzonte locale. Tra le più significative le fonti ricordano l’archeologo Vito Maria Giovinazzi, docente di poesia latina e lingue classiche, che collega l’Aquila ai grandi dibattiti antiquari napoletani e romani. Attorno alla scuola gesuitica si organizza anche una fitta rete di istituzioni collegate: congregazioni mariane, confraternite di nobili, iniziative rivolte all’istruzione femminile come il “tesoro di Santa Margherita”. La Compagnia non si limita a insegnare, ma costruisce un vero sistema di socializzazione religiosa e politica delle élite.
L’Accademia dei Velati: la scena letteraria del potere
Nel 1598 nasce l’Accademia dei Velati, quasi in parallelo con il pieno insediamento del Collegio. L’iniziativa, attribuita dalle fonti allo stesso Sertorio Caputo, dà vita a un’istituzione di belle lettere che funziona come salotto ufficiale del ceto dirigente. Gli accademici assumono nomi simbolici, adottano imprese e motti, si riuniscono nelle sale del palazzo del Magistrato, proprio di fronte agli spazi gesuitici.
Nel catalogo dei membri compaiono dottori e giuristi come Massonio, Vivio, Crispomonti, aristocratici con responsabilità civiche come gli Alfieri, i Rivera, i Dragonetti, i Petrella, e numerosi ecclesiastici. Le orazioni, i componimenti poetici, i “discorsi” in latino e in volgare celebrano la Monarchia spagnola, i suoi riti, la figura del sovrano – emblematiche le esequie di Filippo II nel 1598 – e al tempo stesso esaltano il mito civico dell’Aquila e una nobiltà fondata su cultura, retorica e devozione ortodossa.
La regia gesuitica è evidente. L’Accademia diventa il volto letterario del progetto di integrazione delle élite: attraverso le riunioni, le pubblicazioni e le cerimonie si fissa una koinè di valori che salda fedeltà alla Corona, obbedienza all’ordine sociale e cattolicesimo tridentino. I monasteri femminili entrano in questo orizzonte come interlocutori sociali e simbolici: le stesse famiglie che animano Accademia e Magistrato popolano, finanziano e proteggono i grandi conventi della città.
La corona dei monasteri femminili
Mentre Gesuiti e Accademia presidiano il centro politico, i monasteri femminili disegnano una vera corona religiosa lungo il perimetro urbano. Le piante seicentesche, come quella di Giacomo Lauro, mostrano chiaramente questa cintura: gli insediamenti femminili compaiono spesso in prossimità delle porte e delle mura, quasi a costituire una protezione spirituale del corpo cittadino.
Tra i complessi più rilevanti le fonti ricordano Santa Chiara, di tradizione clariana, che tra Cinquecento e primo Seicento arriva a sfiorare le centoventi religiose; Santa Lucia, grande monastero femminile anch’esso attestato con numeri molto alti già a metà Cinquecento; San Basilio, laterale rispetto al centro ma di forte peso patrimoniale; le celestine di Sant’Agnese; Sant’Amico, dove vive l’agostiniana suor Maria Teresa Ciampella, destinataria di lettere di aristocratici in cerca della sua intercessione.
Questi conventi sono, allo stesso tempo, luoghi di clausura, strumenti di gestione delle strategie familiari, centri di accumulazione patrimoniale e nodi di una rete devozionale che unisce città e contado. Monacare una figlia permette di consolidare patrimoni e alleanze, ma significa anche collocarla in uno spazio percepito come alto e prestigioso, da cui la famiglia ottiene una rappresentanza simbolica presso Dio. Doti, lasciti, acquisti di terre e case alimentano la forza economica delle comunità femminili, che arrivano a investire in vigne, case urbane, rendite rurali.
La santità femminile, riconosciuta o anche solo percepita, diventa un capitale prezioso. Le famiglie più influenti tendono a legarsi ai monasteri in cui vivono religiose ritenute in odore di santità. Nel caso di suor Maria Teresa Ciampella le lettere di Donna Giulia Franchi e di Antonio Carli mostrano come la sua figura venga cercata nelle fasi critiche della vita domestica. La sua preghiera è invocata come garanzia di protezione per l’intera casata.
Clausura, numerus clausus e controllo pastorale
Il quadro si inserisce nella più ampia politica di controllo della vita religiosa definita dal Concilio di Trento. I vescovi aquilani della seconda metà del Cinquecento e dell’inizio Seicento – da João de Acuña a Gundisalvo de Rueda – applicano con rigore le normative sulla clausura, sul numero delle monache, sull’organizzazione interna dei conventi.
Il caso di Santa Lucia è emblematico. Già nella seconda metà del Cinquecento il numero delle religiose è così elevato da rendere necessario un intervento diretto. Il vescovo Basilio Pignatelli fissa un numerus clausus di settanta monache. Nella visita del 1616, de Rueda registra sessantacinque religiose, segno che il limite viene sostanzialmente rispettato. La logica è chiara: il numero massimo ammesso dipende dalle entrate del monastero, e più solide sono le relazioni con le aristocrazie cittadine, più ampia è la capacità di sostentare una comunità numerosa.
Le visite pastorali intervengono anche sugli spazi. A San Basilio de Rueda ordina di chiudere finestre che si affacciano sui giardini esterni, di rafforzare le grate, di limitare gli affacci verso la città e le campagne. Per le celestine di Sant’Agnese, nel 1563, la città concede un “spiraculo” d’acqua due notti al mese, riconoscendo che la mancanza di un approvvigionamento stabile costringe le monache a un faticoso trasporto di barili che sottrae tempo e energie a una comunità già provata da ristrettezze alimentari. Il corpo delle monache è percepito come corpo da proteggere e controllare, doppio simbolico della purezza della città.
Il terremoto del 1703: crisi disciplinare e ricomposizione
Il 2 febbraio 1703 un terremoto devastante colpisce L’Aquila. Monasteri, chiese e palazzi nobiliari subiscono crolli e lesioni. Per i conventi femminili il problema non è solo edilizio, ma disciplinare e simbolico. Molte religiose dormono in baracche allestite nei giardini dei monasteri, mancano alloggi sicuri nelle diocesi vicine, le monache rifiutano spesso di allontanarsi dal luogo della professione, pur gravemente danneggiato.
Il vicario capitolare Benedetti e il commissario regio Giuseppe Rivera scrivono al nunzio a Napoli per chiedere indicazioni su come conciliare la sicurezza fisica con il rispetto della clausura. La preoccupazione è esplicita: salvare le monache significa salvare la purezza della città e la tenuta di un ordine sociale basato sul continuum tra case aristocratiche e claustri femminili.
Alcuni conventi non verranno ricostruiti, altri saranno accorpati, ridisegnando la mappa della presenza monastica. Ma le indicazioni ricevute insistono sulla necessità di riedificare, quando possibile, “sulle antiche basi”. La ricostruzione barocca del Settecento, con le sue facciate rinnovate e i suoi interni ridefiniti, poggia così su una geografia sacra consolidata tra Cinquecento e Seicento, che le élite cittadine non intendono mettere in discussione.
Oratoriani, confraternite e pluralità di modelli
Nel medesimo arco di tempo fa la sua comparsa un altro protagonista della scena religiosa aquilana, la Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri. Nel 1607 Baldassarre de Nardis fonda la comunità, che prima ha sede a San Girolamo e poi, dal 1637, nella nuova chiesa di San Filippo Neri, consacrata nel 1661.
Gli Oratoriani presidiano il quartiere di San Pietro, un’area più artigiana e popolare rispetto alla zona dominata da Gesuiti e palazzo Margherita. Lavorano sul clero e sui laici attraverso confessione, predicazione, Quarantore, pratiche di carità. Sono particolarmente attivi nell’assistenza a indigenti, carcerati, donne “pericolanti”, nel legame con il Conservatorio della Santissima Annunziata. Le confraternite e gli oratori popolari offrono così un contrappunto alla regia gesuitica: mentre la Compagnia forma l’élite colta e codifica il linguaggio del potere, Oratoriani e confraternite intervengono sulla religiosità vissuta dei ceti medi e bassi, pur rimanendo in dialogo con le famiglie che finanziano altari, cappelle e opere pie.
Anche il mondo monastico femminile è coinvolto in questo intreccio. Le monache compaiono come destinatarie di elemosine, amministrano patrimoni legati a istituzioni confraternali, entrano nei discorsi dei predicatori come modelli di virtù o esempi da correggere.
Alla fine del Seicento, prima del grande trauma del 1703, L’Aquila si presenta come un sistema estremamente coerente. I Gesuiti educano la classe dirigente, guidano l’Accademia dei Velati, diffondono una cultura letteraria e politica filo-spagnola e tridentina. I monasteri femminili assorbono una parte rilevantissima delle figlie dell’aristocrazia e della borghesia emergente, amministrano patrimoni cospicui, producono e custodiscono capitale carismatico legato a visioni, santità, culti. L’Oratorio e le confraternite radicano la pratica religiosa negli strati popolari, senza spezzare il legame con le grandi famiglie che sostengono economicamente altari e opere pie.
Ne esce una L’Aquila barocca in cui il potere si rappresenta attraverso la monumentalità delle nuove architetture – collegi, palazzi, chiese –, attraverso la densità delle pratiche devozionali e attraverso la regia educativa della Compagnia di Gesù insieme alla pervasività della clausura femminile. Il terremoto del 1703 costringe questo sistema a un doloroso riassetto, ma non lo cancella. Per tutto il Settecento, chi entra in città continua a leggere nello spazio urbano – nei resti del Collegio gesuitico, nelle facciate dei monasteri, nei palazzi delle grandi famiglie – la stratificazione di reti nate proprio tra la seconda metà del Cinquecento e il pieno Seicento.

Visita la sezione Raccontando per leggere altri articoli su L‘Aquila Monastica.









