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La Beata Cristina da Lucoli e il monastero di Santa Lucia all’Aquila

La Beata Cristina da Lucoli e il monastero di Santa Lucia all’Aquila
La vita e il culto della beata Cristina da Lucoli, badessa di Santa Lucia all’Aquila, tra misticismo, riforme e memoria cittadina.

La vicenda del monastero di Santa Lucia e della Beata Cristina da Lucoli (al secolo Mattia Ciccarelli, questo il suo nome di battesimo, nacque il 24 febbraio 1480 a Colle di Lucoli) rappresenta una pagina centrale della spiritualità e della storia sociale dell’Aquila nel Cinquecento. Il monastero di Santa Lucia, nel quartiere di San Pietro di Coppito, con ingresso oggi in viale San Giovanni Bosco n. 6, sorgeva in origine lungo l’antica via dell’Ospizio, dove si accedeva direttamente alla chiesa. Fu fondato nel 1350, quando il vescovo Paolo di Bazzano concesse ad alcune donne, già dedite alla vita religiosa in una casa nel locale di Arischia, di edificare in città un monastero e una chiesa, adottando la regola di sant’Agostino.

Fin dagli anni 1476–1494, la comunità fu diretta spiritualmente dal beato Antonio Turriani, promotore dell’osservanza regolare e dell’affiliazione alla Congregazione agostiniana di Perugia. Egli introdusse una disciplina severa, fondata sulla vita comune, sull’elezione periodica delle cariche e su una liturgia corale ordinata, anticipando disposizioni che sarebbero state poi formalizzate dal Concilio di Trento .

Mattia Ciccarelli proveniva da una famiglia modesta, ma profondamente religiosa. Fin da giovane si distinse per una vita di penitenza e di contemplazione, accompagnata da visioni mistiche, fenomeni estatici e carismi profetici che richiamarono l’attenzione di sacerdoti e notabili. Entrò nel monastero di Santa Lucia nel 1505, a venticinque anni, dopo un periodo di discernimento spirituale e sotto la guida del confessore agostiniano fra Bartolomeo da Terni.

All’interno del convento, Mattia prese il nome di Cristina, in onore della martire di Bolsena, e intraprese una vita di assoluta austerità. Le cronache coeve ricordano i digiuni prolungati, le ore di preghiera davanti al Crocifisso e le pratiche di mortificazione che la resero presto esempio di virtù monastica. Il suo carisma personale attrasse vocazioni e benefattori, rafforzando la posizione del monastero in città.

Nel 1529, in un periodo di gravi difficoltà per l’Aquila — stretta tra crisi economiche, pestilenze e tensioni politiche — Cristina fu eletta badessa. Guidò la comunità con equilibrio e fermezza, promuovendo la coesione interna e la carità verso l’esterno. Durante la sua direzione, il monastero sopravvisse grazie anche all’aiuto di famiglie cittadine e di mercanti fiorentini residenti all’Aquila, tra cui Giovan Donato e Onofrio Barbadori, che contribuirono alla manutenzione degli edifici e al sostegno delle monache.

In quegli stessi anni, Cristina mantenne un dialogo costante con il clero e la nobiltà locale. Tra i suoi interlocutori vi furono Silvestro di Notarnanni, figlio del committente del mausoleo di San Bernardino, e il vescovo di Sulmona Giovan Battista Carli di Cadicchiolo, che riconobbe in lei una guida spirituale autorevole .

Le testimonianze più antiche descrivono Cristina come una religiosa dotata di carismi mistici straordinari: visioni di Cristo e della Vergine, estasi prolungate, predizioni di eventi futuri, guarigioni attribuite alla sua intercessione. Una delle più note riguarda la carestia che colpì la città negli anni ’30 del Cinquecento: Cristina distribuì il poco pane rimasto nel convento alle famiglie bisognose, e — secondo la cronaca agostiniana — le scorte si moltiplicarono fino alla fine dell’emergenza.

Nelle sue lettere e nei resoconti conservati presso l’Ordine agostiniano, emerge una figura che unisce misticismo e pragmatismo, capace di mediare tra le tensioni cittadine e di offrire conforto a chi si rivolgeva al monastero in cerca di consiglio e aiuto. I prodigi a lei attribuiti contribuirono alla diffusione di un culto spontaneo già in vita.

Il monastero di Santa Lucia fu frequentato da personalità di rilievo del vicereame spagnolo. García de Haro, viceré degli Abruzzi, e Donna Isabella Vargas, donna di corte e benefattrice, visitarono più volte il convento. Nel 1543, il governatore Francesco Carrello, colpito da una malattia grave, chiese l’intercessione di Cristina e ottenne una pronta guarigione; in segno di gratitudine fece collocare un baldacchino votivo nella chiesa di Santa Lucia .

Questi episodi, attestati dalle cronache agostiniane, testimoniano il prestigio raggiunto dal monastero non solo come luogo di clausura, ma anche come spazio di influenza morale e politica in una città segnata dal controllo spagnolo e dalla perdita della libertà comunale.

La morte e il culto

Cristina morì all’Aquila il 18 gennaio 1543, all’età di sessantadue anni. All’epoca della sua morte il monastero ospitava circa 120 monache, numero che si sarebbe poi ridotto a 70 nel 1594 e a 49 nel 1603. Nonostante questo calo demografico, il monastero rimaneva un centro vitale della spiritualità aquilana, caratterizzato da un’intensa vita di preghiera, lettura e carità. La notizia si diffuse rapidamente in città e nei paesi del contado. Gli abitanti di Lucoli, sua terra d’origine, giunsero in massa al monastero per renderle omaggio, portando con sé rami d’ulivo e ceri. Il corpo fu esposto nel coro monastico e subito si moltiplicarono i racconti di guarigioni e grazie.

Il suo culto popolare si mantenne vivo nei secoli, resistendo alle soppressioni ottocentesche e ai disastri naturali. Nel 1841, papa Gregorio XVI ne confermò ufficialmente il culto come beata. Le reliquie furono poi traslate nel monastero di Sant’Amico all’Aquila, dove sono tuttora venerate. Lo storico Antonio Ludovico Antinori, che nel 1822 pubblicò la prima biografia a stampa della beata, scrive che “moltissimi concorrevano al monastero di Santa Lucia, tratti dalla fama di buona religiosa, e concorrevano da parti anche forestiere e lontane, e di vari ceti, e di gradi vari, nobili e popolari, letterati e idioti, secolari e religiosi; e da Roma e da Napoli e da altre città riceveva di continuo lettere e messi”.

Dopo la morte della beata, la sua opera ispirò altre riforme monastiche. La religiosa Diodata la Francese, formatasi a Santa Lucia, fu inviata nel 1571 a Napoli per riformare il monastero di Santa Maria Maddalena, sotto la protezione regia. L’influsso spirituale di Cristina attraversò così i confini locali, integrandosi nel più ampio movimento di rinnovamento dell’Ordine agostiniano nel Sud d’Italia.

Dopo la soppressione del monastero di Santa Lucia, avvenuta il 12 ottobre 1908 per decreto delle autorità civili, le reliquie della beata Cristina furono trasferite nella chiesa del monastero agostiniano di Sant’Amico, dove sono tuttora conservate in un’elegante urna a vetro, visibile ai fedeli. Le agostiniane di Sant’Amico accolsero le consorelle del monastero soppresso, con le quali avevano avuto nei secoli sempre rapporti di carità fraterna. Insieme alle reliquie di Cristina, furono trasferiti anche oggetti appartenuti al Beato Antonio Turriani e la statua lignea di Santa Lucia. Ogni 18 gennaio, nella chiesa di Sant’Amico, viene celebrata una messa solenne in suo onore.

Il Monastero di Santa Lucia e le famiglie Aquilane

Il monastero di Santa Lucia rappresentava un punto di riferimento per importanti famiglie dell’oligarchia mercantile aquilana. Tra i devoti della beata Cristina troviamo esponenti delle famiglie Carli, Notarnanni, Antonelli, De Rosis e Benedetti, tutti appartenenti a quel ceto mercantile che aveva gestito la città nel corso del Quattrocento e che nel Cinquecento stava cercando di ristrutturarsi dopo la perdita del controllo sul contado.

Il vescovo di Sulmona Giambattista Carli di Cadicchio ricorreva ai consigli della monaca. Compagne di clausura di Cristina erano alcune donne di casa Carli, che prediligeva il monastero agostiniano per la monacazione delle donne di famiglia. A Santa Lucia, all’epoca della morte di Cristina, soggiornava anche Porzia Antonelli, vedova di Francesco De Rosis, con tre figlie. Fu proprio una De Rosis, suor Evangelista, monaca nello stesso monastero, a scrivere intorno al 1600 la vita di Diodata la Francese, dedicando alcune pagine anche a Cristina.

Queste famiglie dell’oligarchia aquilana stavano attraversando un momento di profonda trasformazione. Alcune cercarono la via dell’infeudamento per acquisire lo status nobiliare. Altre, come i Carli e i De Rosis, riuscirono a superare la congiuntura del Cinquecento mantenendo posizioni di rilievo, probabilmente anche grazie ai rapporti privilegiati con il potere spagnolo mediati proprio attraverso la vita monastica e il culto della beata Cristina.

Il culto per la beata nativa di Lucoli potrebbe aver costituito un terreno di aggregazione tra le élite cittadine e il potere spagnolo. I monasteri femminili aquilani svolsero una funzione di integrazione con le autorità politiche spagnole, che non si sottrassero dall’inviare proprio da quella città che era stata antispagnola gli elementi idonei a riformare i monasteri femminili in funzione della disciplina tridentina.

Nel territorio di Rocca di Cambio, non lontano da Lucoli, si trova l’abbazia di Santa Lucia, un importante complesso abbaziale di architettura gotico-romanica del XII secolo, che pur essendo un edificio diverso dal monastero agostiniano cittadino, condivide la stessa dedica alla santa e rappresenta un ulteriore tassello della devozione luciana nel territorio aquilano.