L’Oratorio di San Filippo Neri a L’Aquila, un faro di fede e cultura

Il 26 maggio moriva San Filippo Neri, che fu vicino ai giovani, ai poveri e ai malati. Fondò a Roma la Congregazione dell'Oratorio, che ebbe come principale centro in Abruzzo l'Oratorio a lui dedicato nel centro dell'Aquila

di Fausto D'Addario | 26 Maggio 2024 @ 05:08 | CULTURA
san filippo neri
Print Friendly and PDF

L’AQUILA – Il 26 maggio del 1595 moriva San Filippo Neri, detto popolarmente “Pippo Buono” per il suo carattere sempre amabile e gioioso. Era il santo della gioia e della carità, fondatore della Congregazione dell’Oratorio e una delle figure più interessanti del periodo della Riforma cattolica nel Cinquecento. Giunto da Firenze in una Roma che si leccava ancora le ferite per il Sacco dei Lanzichenecchi del 1527, iniziò un’opera di apostolato rivolta ad ogni categoria di persone, con l’intento di condurre a Dio nella semplicità del vangelo ogni anima che gli si presentasse. Nel 1575 Papa Gregorio XIII affidò a Filippo e ai suoi preti la piccola e fatiscente chiesa di Santa Maria in Vallicella, oggi uno dei più splendidi trionfi del barocco romano, erigendo al contempo la nuova Congregazione dell’Oratorio. Vita familiare, poche regole essenziali, laici, preti, poveri e nobili, legati da un vincolo di carità e amicizia, nutriti da momenti di vita comune e assenza vincoli formali: si trattava di un’assoluta novità a quei tempi. Dalla mente eclettica e vivissima di Filippo Neri nacquero i frutti più duraturi della sua opera apostolica: gli oratori, che rapidamente ravvivarono la vita spirituale e culturale dei principali centri italiani ed europei.

L’arrivo degli Oratoriani a L’Aquila

A L’Aquila gli Oratoriani giunsero per interessamento del nobile aquilano Baldassarre de Nardis il 5 marzo del 1607, dunque a pochi dalla morte di Filippo Neri, con l’intento di mettere mano alla riforma del clero e della società. Non era il primo arrivo dei padri in terra d’Abruzzi: già nel 1585 papa Sisto V aveva affidato alla neonata Congregazione la decadente, ma bellissima abbazia di San Giovanni in Venere a Fossacesia. Dopo due mesi di infiammate esperienze nell’oratorio romano, Baldassarre ne voleva a tutti i costi uno anche nella sua città. E l’oratorio aquilano, cui diede avvio, ebbe come primo centro la chiesetta di San Girolamo nei pressi del Duomo, tanto che per decenni a L’Aquila gli oratoriani venivano chiamati Padri di San Girolamo. Terminata nel 1582 nella Piazza di San Biagio, San Girolamo andò completamente in rovina per il terremoto del 1703 e non fu più ricostruita. La comunità si era èerò da tempo spostata nel Quarto di San Pietro con la costruzione di una chiesa intitolata a San Filippo Neri. Il De Nardis nei primi anni poté valersi dell’esperienza di Giuseppe Prato, canonico della Cattedrale, che aveva convissuto con San Filippo a Roma e aveva contribuito alla nascita della casa di Napoli, nonché dell’appoggio di Girolamo Branconio, potente abate di San Clemente a Casauria.

Nelle dinamiche interne alla città, la cui vita religiosa era tradizionalmente dominata da Celestini e Francescani, si inserirono tra Cinquecento e Seicento altri ordini religiosi: Cappuccini, Fatebenefratelli, Carmelitani, Cistercensi, Gesuiti,  Barnabiti, Minimi e anche anche gli Oratoriani. Insomma in pochi decenni, L’Aquila finì per diventare “piena di clero più di qualsivoglia altra città del regno“, come si legge in una fonte dell’epoca. L’Oratorio si ritagliò da subito un ruolo decisivo nella società aquilana ed esercitò “un primato devozionistico e spirituale incontrastato“, per dirla con le parole del compianto Raffaele Colapietra. A testimonianza di questa incisività, si diffuse la credenza popolare secondo cui la famiglia Neri fosse ascritta dal 1391 alla cittadinanza dell’Aquila e i suoi antenati vi avessero abitato a lungo; dunque San Filippo Neri era percepito dal popolo come fosse un santo aquilano. E questa vicinanza gli valse, il 25 aprile 1669, l’inserimento tra i compatroni della città, insieme a San Massimo, Sant’Equizio, San Pietro Celestino, San Bernardino da Siena, Sant’Antonio di Padova e San Francesco Saverio. A promuovere la devozione nei confronti di San Filippo Neri fu l’oratoriano Giovan Battista Magnante, figura d’eccezione nel panorama aquilano, tanto da essere descritto dai contemporanei come un vero e proprio “Filippo Neri vivente“.

Dipendenti dall’ordinario diocesano, i padri di San Filippo, detti per questo “filippini”, nel corso del Seicento e del Settecento avrebbero prestato man forte alle attività pastorali dei vescovi aquilani; sensibili al tema della cultura, tra le loro file si formarono i rampolli del patriziato urbano e alcuni dei più noti eruditi dell’Aquila, uno tra tutti Antonio Ludovico Antinori. Il già ricordato Branconio era un amante della cultura, illuminato mecenate, principe dell’aquilana Accademia dei Velati – il cuore degli intellettuali della città – e tra i protagonisti delle erudite disquisizioni narrate nelle Giornate Aquilane. In un momento in cui la città era attraversata da tensioni fra partiti opposti, la Congregazione fu capace di riunire personaggi espressione dell’aristocrazia in declino, della media borghesia e di “uomini nuovi” e creare quel necessario raccordo politico e spirituale tra potere civile e religioso.

Fede, cultura e musica nell’Oratorio

I primi padri convivevano presso abitazioni di privati cittadini, fino a quando un apposito convento venne ultimato nell’aprile del 1618. Pochi anni dopo papa Gregorio XV nel 1622 annunciò la canonizzazione di San Filippo Neri; allora gli oratoriani aquilani non persero l’occasione per celebrare quell’occasione addobbando chiese e tutta la città: archi trionfali, arazzi, illuminazioni, processioni con la statua del novello santo, in un’atmosfera fatta di musiche e canti.

La Chiesa di S. Filippo Neri fu aperta al pubblico il 22 maggio del 1660 e, tra le varie bellezze, comprendeva la realizzazione di sette altari, riconducibili alle più ricche famiglie nobili dell’Aquila. Tra essi l’Altare Maggiore dedicato a San Filippo Neri e di patronato della famiglia Colantonio e l’altare della Visitazione, detto anche ‘della Municipalità’ o ‘delle Reliquie’, che custodiva preziose reliquie di santi. Di notevole fattura gli affreschi di Giacomo Farelli, annoverato tra i grandi della pittura partenopea del Seicento, ma ingiustamente condannato a una damnatio memoriae, sia perché rimane fuori dalla retorica del “petrolio” culturale, sia perché le sue opere del periodo abruzzese, affreschi e pale d’altare, sono in cattivo stato o non possono essere esposte. Anche il nuovo convento venne realizzato in forme ispirate al barocco romano, nonostante una generale severità dovuta alla sua funzione. A completare l’insediamento oratoriano contribuirono l’oratorio dei laici e la Piazza di San Filippo, che doveva prendere a modello quella di Sant’Ignazio a Roma.

I padri oratoriani dimostrarono la loro sensibilità verso i ceti meno abbienti con notevoli opere di carità, come nel caso delle drammatiche carestie del 1622 e del 1647, mentre durante la peste del 1656, si preoccuparono di visitare i gli ammalati benedire le fosse comuni. Si preoccupavano poi dei detenuti e dei condannati a morte nelle carceri, si impegnavano nella predicazione nelle piazze e avevano una particolare attenzione per l’educazione spirituale dei giovani. Verso il mondo femminile le loro iniziative erano volte alla tutela delle orfane, delle zitelle, delle ‘convertite’ e delle monache, attraverso sostegni economici, organizzativi e spirituali.

Il rapporto degli Oratoriani aquilani con la cultura si manifestò nella propensione all’editoria, all’interno di una politica culturale della Congregazione Filippina a produrre opere legate alle finalità del loro istituto e alle loro attività. Segnaliamo le opere scritte dal padre Giuseppe Coppola, poi vescovo dell’Aquila dal 1742 al 1749, che si proponeva di ricostruire le vicende del patrono dell’Aquila San Massimo d’Aveja e la vita di Sant’Eusanio, le cui spoglie aveva rinvenuto nella cripta della chiesa di S. Eusanio Forconese. Non meno importante è la vita della beata Cristina da Lucoli, scritta dal padre oratoriano Antonio Ludovico Antinori, che fu tra i più importanti intellettuali aquilani di tutti i tempi, in cui era fornita un’accurata biografia della monaca agostiniana Cristina Ciccarelli del monastero di Santa Lucia dell’Aquila. Tali opere erano solo una piccola parte dell’immenso patrimonio della biblioteca oratoriana, dalle cui stanze vennero numerosi intellettuali che animarono il dibattito culturale aquilano seicentesco e settecentesco.

Grande attenzione fu rivolta anche alla musica: era lo stesso San Filippo a volere la musica come elemento stabile delle sue riunioni, grazie alla suggestione emotiva che era in grado di suscitare. La possibilità di eseguirla, mantenendola sempre a un buon livello qualitativo, si offriva spontaneamente a San Filippo, che poteva contare nel mondo musicale romano su un vasto giro di amicizie. Da origini così spontanee scaturì una nuova forma di musica sacra, detta appunto l’oratorio, attraverso una lunga evoluzione durata quasi un secolo. Una tradizione che arrivò anche all’Aquila: nelle domeniche e nelle feste di precetto i padri filippini tenevano in chiesa gli esercizi, accompagnati da un mottetto cantato da musicisti. Nel periodo invernale, dalla festa di Tutti i Santi a Pasqua, nei giorni festivi, grande concorso di popolo affluiva per gli oratori vespertini, caratterizzati da dialoghi in musica, preceduti da un breve sermone imparato a memoria da un fanciullo. I due organi e due coretti in legno intagliati e dorati, che fanno bella mostra di sé all’interno della chiesa di San Filippo, servivano adeguatamente allo scopo. A L’Aquila si diffuse così, in maniera precoce, il melodramma sacro, che ebbe la sua prima raffinata ed originale testimonianza nella Melpomene Sacra, definita da di Raffaele Colapietra, “la più interessante esperienza spirituale del seicento aquilano“. Le incisioni della Melpomene Sacra furono realizzate da Francesco Bedeschini, uno dei principali artisti del Seicento aquilano. I melodrammi sacri, composti anche da autori rimasti ignoti, costituirono una consuetudine irrinunciabile nell’ambito della vita culturale aquilana del XVII secolo. Grazie alla loro opera, gli Oratoriani ridiedero vita alla devozione nei confronti della Vergine, un culto ritenuto indispensabile da San Filippo, attraverso preghiere, pellegrinaggi alla Madonna di Roio, o processioni alla Madonna di San Filippo, custodita nella loro chiesa. Senza contare l’impulso dato al culto dei santi, delle reliquie e delle anime del Purgatorio, elementi che rimasero profondamente impressi sulla religiosità cittadina, nell’architettura e nella toponomastica, ben oltre gli anni della Controriforma.

Da un oblio all’altro

Come sappiamo bene, la decadenza inizia dal culmine di ogni parabola. Alcune condanne dell’Indice e la progressiva marginalizzazione dell’Oratorio nel panorama aquilano del Settecento culminò con la soppressione della Congregazione nell’epoca napoleonica, poi sancita dal decreto regio del 2 ottobre del 1809. Dopo duecento anni di intenso attivismo la presenza dei padri filippini scomparve dall’Aquila e l’atteso ritorno in città, di fatto, non avvenne mai. La chiesa sconsacrata, incamerata nel 1862 tra i beni del Comune dell’Aquila, divenne magazzino del dazio doganale, finché tra il 1970 e il 1972 fu adibita a teatro. Il Teatro San Filippo è stato la sede de “L’Uovo” dal 1987 al 6 aprile 2009, fino alla fusione nel 2015 con il Teatro Stabile d’Abruzzo: un’istituzione che ha raccolto nella sua quarantennale attività ampi e unanimi consensi di pubblico e di critica, stagioni da sold out, l’inserimento nel 2000 nell’elenco dei Teatri Stabili di Innovazione, anche grazie all’impegno particolare profuso nell’educazione teatrale dei giovani e nel coinvolgimento di diversamente abili e detenuti. Compromessa dalle conseguenze del terremoto del 6 aprile 2009, la chiesa-teatro è stata sottoposta a un lungo e paziente restauro da più di 3 milioni di euro dal 2013, al quale hanno contribuito i proventi della vendita del cd “Domani”. Utilizzato come spazio espositivo, il San Filippo sarebbe pronto dal 2017: auspichiamo che, nella città Capitale della Cultura 2026, il suo recupero contribuisca a far tornare L’Aquila fucina di idee e progetti artistici di spessore nazionale.


Print Friendly and PDF

TAGS