Se a Punta Marina, nel Ravennate, i pavoni sono diventati un caso nazionale tra notti insonni e selfie dei turisti, a L’Aquila i pavoni non gridano e non passeggiano tra le case.

L’AQUILA – Se a Punta Marina, nel Ravennate, i pavoni sono diventati un caso nazionale tra notti insonni e selfie dei turisti, a L’Aquila i pavoni non gridano e non passeggiano tra le case. La loro presenza è anzi molto più discreta: li si vede incisi nella pietra e nel legno, nascosti tra i dettagli dei palazzi storici del centro. E hanno anche lasciato una traccia nella toponomastica cittadina, in Via del Pavone, che va da Via Roma a Via Saturnino.

Dietro questa denominazione si cela una precisa storia di famiglia e di potere.

L’origine del nome rimanda infatti ai Carli, una delle casate più influenti dell’Aquila, il cui stemma araldico era semplice e inconfondibile: proprio il pavone. Simbolo di prestigio e immortalità, il pavone compariva sugli edifici di proprietà della famiglia e finì per identificare anche la strada.

I Carli discendono dai Cadicchi o Cardicchi, famiglia di mercanti documentata già nell’XI secolo e ritenuta originaria di Paganica. Trasferitisi all’Aquila nel XIV secolo con Masciarello, consolidarono rapidamente la propria posizione. Da Antonio, figlio di Masciarello, nacque Carlo, da cui derivò il cognome della famiglia.

Tra Quattrocento e Seicento i Carli accumularono immense ricchezze grazie al commercio del bestiame, alla gestione dei pascoli e a una vasta rete di proprietà immobiliari, tanto che nel 1580 risultavano la terza famiglia più ricca della città.

La scelta del pavone come emblema non era casuale. Secondo una tradizione antica e resa celebre da Sant’Agostino, si pensava che la carne del pavone non marcisse e per questo, nell’iconografia cristiana, l’animale divenne simbolo di immortalità e resurrezione. Inoltre, la muta annuale delle piume, perse in autunno e rinnovate in primavera, rafforzò ulteriormente il significato di rinascita e rinnovamento. Solo in epoca successiva i bestiari medievali gli attribuirono anche un significato negativo: quando fa la ruota diventa simbolo di vanità e superbia e da qui deriva il verbo “pavoneggiarsi”. Per i Carli, comunque, il pavone rappresentava soprattutto nobiltà, continuità e splendore.

La famiglia possedeva numerosi edifici tra il quarto di Santa Maria e quello di San Pietro.

Il primo grande palazzo documentato della famiglia è Palazzo Carli Benedetti, realizzato su progetto di Silvestro dell’Aquila e completato nel 1494. Nell’arco della scala, nella corte principale, si possono ancora osservare due pavoni in bassorilievo, evidente richiamo allo stemma di famiglia.

Nel Seicento i Carli si trasferirono in un nuovo e imponente edificio tra via Roma e piazza dell’Annunziata, il Palazzo Carli, poi ristrutturato profondamente dopo il terremoto del 1703. Lo storico edificio è situato tra via Roma, Piazza Rivera, via Forcella e, appunto, via del Pavone e ospitava prima fino al terremoto del 2009 la sede del Rettorato dell’Università degli Studi dell’Aquila.

Ma la storia non finisce qui.A dire il verlo, ancora più antico è il Palazzo Carli-Porcinari, edificio di origine trecentesca, in via Paganica. E infatti sul magnifico portone ligneo quattrocentesco compaiono due pavoni affrontati, scolpiti in bassorilievo. Oggi ospita il raffinato Palazzo dei Pavoni Relais di Charme, struttura ricettiva di alto livello nel cuore della città. Il nome scelto richiama direttamente i pavoni scolpiti sul portone e lo storia dei Conti Carli.

E così, mentre i pavoni di Punta Marina conquistano i social con le loro grida e le loro ruote colorate, quelli dell’Aquila continuano da secoli a fare ciò che sanno fare meglio: custodire in silenzio la memoria della città, che sempre si rinnova, come le piume di un pavone.