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L’Aquila pedonale rischia di restare vuota

Le serrande abbassate nel centro storico raccontano una domanda che la politica preferisce non porsi: chi ci deve lavorare, riesce ancora a starci?

L’Aquila pedonale rischia di restare vuota
Le chiusure al traffico e la crisi dei negozi nel centro storico dell'Aquila: un problema che nessuno schieramento vuole affrontare.

C’è una frase che riassume meglio di qualunque piano urbanistico il destino del centro storico dell’Aquila: “Chiudono e basta nel silenzio”. L’ha scritta un ex commerciante che ha abbassato la saracinesca da poco, in un post pubblicato su un gruppo Facebook cittadino. Non è uno studio, non è un dato ufficiale. È la testimonianza di chi ha fatto i conti alla fine del mese e ha deciso che non tornavano più.

Da anni il dibattito sul centro storico aquilano si muove su un binario familiare: pedonalizzazione contro accessibilità, decoro contro traffico, rilancio contro conservazione. Ogni fazione ha i suoi argomenti, le sue slide, i suoi convegni. Quello che manca quasi sempre è la voce di chi il centro lo ha attraversato per lavoro, non per passeggiare.

Il racconto di questo commerciante è specifico: prima delle limitazioni al traffico, il negozio viveva soprattutto della clientela delle frazioni — Fossa, San Demetrio, Sassa — gente che saliva in auto, parcheggiava vicino e faceva acquisti. Con le chiusure progressive al traffico veicolare, quella clientela si sarebbe in gran parte dissolta. Non per un cambio di gusti, ma per un calcolo elementare: chi arriva da fuori non lascia l’auto a distanza e non rischia una multa per comprare un paio di scarpe.

Si può discutere questa lettura. Ma è difficile negarle un merito: mette il dito su un punto che il dibattito pubblico tende a rimuovere, ovvero che pedonalizzare un centro storico non è un’operazione neutra. Ha dei costi, distribuiti in modo diseguale tra chi vive di rendita immobiliare o di turismo di passaggio e chi invece dipende da una clientela di prossimità che arriva in automobile perché non ha alternative reali di trasporto pubblico.

C’è poi un secondo livello del racconto, ancora più scomodo. L’ex commerciante parla di controlli continui, di recensioni ostili, di un clima definito quasi di “invidia sociale” da parte di chi, pur non essendo mai stato cliente, si è poi presentato a esprimere dispiacere per la chiusura. È un dettaglio che va preso per quello che è — una percezione soggettiva, non una prova — ma che restituisce bene la distanza tra il dolore performativo per un negozio che sparisce e l’indifferenza pratica verso le condizioni che lo tengono aperto.

Il punto politico, però, è un altro, e l’autore del post lo mette senza sconti per nessuno: destra, sinistra e centro avrebbero condiviso, in tempi diversi, la stessa impostazione favorevole alle chiusure del traffico nei centri storici. Non è una critica di parte, è una critica al metodo. Perché quando un problema attraversa tutti gli schieramenti senza che nessuno lo affronti seriamente, significa che nessuno ha davvero interesse a misurarne il costo.

L’Aquila ha una condizione aggravante che altre città italiane non hanno: un centro storico ricostruito pezzo per pezzo dopo il 2009, con investimenti pubblici enormi destinati soprattutto al recupero fisico degli edifici. Ha senso restaurare le facciate e poi lasciare che dietro quelle facciate non ci sia più un’economia reale? Una città che ricostruisce le pietre ma perde le attività che le abitano rischia di trasformarsi in una scenografia da cartolina, bella da fotografare e vuota da vivere.

Questo non significa che riaprire tutto al traffico sia la soluzione. Sarebbe la stessa scorciatoia mentale, solo di segno opposto. Significa che prima di decidere quale centro storico si vuole — pedonale, misto, ad accesso regolato — bisognerebbe misurare seriamente l’impatto economico di ogni scelta sulla base di dati concreti, non di convinzioni ideologiche su cosa renda una città “vivibile”.

Il rischio, altrimenti, è continuare a discutere di piani per anni mentre le serrande si abbassano una alla volta, senza clamore. E alla fine, chi ci ha lavorato per una vita non tornerà a raccontarlo in un dibattito pubblico. Lo scriverà, forse, in un gruppo Facebook, quando ormai non avrà più nulla da perdere.