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Epifania, una notte di canti e serenate in Abruzzo

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Alla vigilia dell'Epifania l'Abruzzo risuonava di canti e serenate tradizionali. La più famosa è la serenata delle chezette di Scanno.

Alla vigilia dell’Epifania l’Abruzzo risuonava di canti e serenate tradizionali. La più famosa è la serenata delle chezette di Scanno.

Alla vigilia dell’Epifania, tra il 5 e il 6 gennaio, l’Abruzzo risuonava di canti e serenate accompagnati coi più svariati strumenti musicali. Quella che per molti è la festa della Befana (storpiatura del nome “Epifania”, cioè manifestazione, apparizione) è in realtà il cuore di un ciclo tanto complesso quanto quello dell’Avvento e del Natale, che abbraccia i ricordi dell’infanzia di Gesù: adorazione dei Magi, fuga in Egitto, presentazione al Tempio, battesimo al Giordano e nozze di Cana. È un lasso di tempo non indifferente di 27 giorni e che arriva fino al 2 febbraio, giorno in cui si dismette tradizionalmente il presepe ed è un ciclo singolare e di alta spiritualità, che ha offerto e continua a offrire tanti motivi di riflessione e di ispirazione alla storia, alla teologia, come alla letteratura e all’arte. In questo contesto di attesa e celebrazione della manifestazione del Signore, si comprendono bene l’atmosfera di festa e le usanze popolari che ruotano attorno all’Epifania.

Va ricordato che l’Epifania in Abruzzo è considerata la prima Pasqua dell’anno, tanto da essere chiamata nei canti tradizionali Pasquetta o Pasqua bbefanìa. Popolarmente il termine Pasqua indicava qualsiasi festa religiosa: la Pasqua di Natale, la Pasqua o Pasquetta per l’Epifania, la domenica delle palme diventava la Pasqua fiorita, la Pentecoste era la Pasqua rosata e la festa di Ognissanti era la Pasqua dei morti. Una seconda spiegazione si riferisce al fatto che, per antichissima tradizione, la liturgia della messa dell’Epifania prevede dopo il vangelo il solenne annuncio della data della Pasqua, centro di tutto l’anno liturgico e da cui dipendono le altre feste mobili.

A portare o cantare la Pasquetta nei paesi abruzzesi erano allegre comitive di ragazzi: “Alle quattre di Gennare, la vicchiétte si mètt’ a mmare; alli cinque si va candanne; alli sei la Pasqua sande!“, si diceva a Lanciano. Una sagra canora veramente caratteristica, dove il sacro si intrecciava al profano. Girando di casa in casa, queste serenate rievocavano in una prima parte i protagonisti dell’Epifania, ossia i re Magi, la stella e il Bambino, mentre nella seconda parte si faceva richiesta di donativi che generalmente erano bontà casalinghe. Questi usi appartengono ad antichissimi riti di fertilità e di rinascita della natura poi cristianizzati, che concludevano il periodo di passaggio dal vecchio al nuovo anno e che segnavano il culmine dell’Inverno e l’inizio del suo scivolamento verso la Primavera. Nell’occasione si onoravano i morti che tornavano fra i vivi, e i bambini, mascherati, effettuavano la questua di buon augurio. Era anche una forma di carità sociale, un modo per ridistribuire la ricchezza tra famiglie ricche e bisognose.

I canti della Pasquetta sono colti o popolari; quelli colti si distinguono per il fatto d’esser stati messi per iscritto e rivisti stilisticamente, oppure composti ex novo come frutto di estro imitativo. Si distinguono per un incipit didascalico, la successione ordinata del racconto e la fedeltà al dettato evangelico. Potremmo citare il “Giunta è la sera dell’Epifania” del barbiere vastese Antonio Rossetti, la “cantata della Pasquetta” di Zi Patàna, il calzolaio francavillese il cui vero nome era Pasquale Febbo; ancora, la “Pasquetta” di Cesare de Titta. Ai canti popolari, ricchi di freschezza e spigliatezza, appartengono quelli ripresi dalla tradizione orale ancora viva nei paesi d’Abruzzo. Ogni centro, anzi, ne aveva uno proprio che si tramandava oralmente, per sottrarlo ad altri gruppi paesani o ai forestieri. Simili cantate sono state raccolte dagli immancabili Finamore e De Nino. Un articolo non può rendere la specialità melodica di questi capolavori del popolo e varrebbe la pena, almeno una volta, partecipare ad alcuni di questi suggestivi riti collettivi.

A Palmoli (Chieti) sono note due versioni del canto della Pasquetta, una più antica e dialettale, l’altra più recente e italianizzata, diffusa anche nei territori limitrofi di Cupello, San Salvo e Vasto. Un corteo di giovani si raduna nella piazza del castello marchesale e, accompagnandosi con organetti, fisarmoniche e chitarre, attraversa il paese bussando di porta in porta a portare il canto di questua per la notte dell’Epifania. La cantata si conclude con la richiesta di vari generi alimentari: “Pizza dolce e sfujiatelle, scrippellette e turcinelle”; e ancora:“date a noi un gallinaccio o salsicce o sanguinaccio o prosciutto o mortadella o buon cacio o scamorzella. Noi di qui non ce ne andremo, se di doni non ne avremo“.

A Scanno (L’Aquila) è famosa la serenata delle Chezette, una tra le varie serenate in dialetto scannese cantate in diverse occasioni dell’anno e purtroppo quasi tutte scomparse durante l’Ottocento. Il nome allude alla calzetta dell’infanzia da riempire. La comitiva di suonatori e cantori, intabarrati con la tipica cappa, va per le vie del borgo intonando festosamente sotto le finestre il noto ritornello: “Addumane è la Pasquetta, t’appenneme la chezetta. Nen ce mette cherrevone [carbone], ma soltante cose bbone”, al suono di fisarmonica, tuba, contrabbasso, tamburelli e organetto chiamato “du botte“. I giovani appendevano alle case la chezetta, con la speranza che il giorno dopo venisse riempita con cibi e regali. Ancora oggi l’entusiasmo degli scannesi mantiene viva questa usanza, che raduna grandi, piccini e donne in abiti tradizionali e richiama fotografi e curiosi. La grande varietà e quantità di robba bella richiesta strofa dopo strofa era un auspicio di grascia, cioè di abbondanza e di grazia per il nuovo anno: cannaveccèta (cannavicciata; il cannavviccio era il seme di canapa), na coppa e nu pare de merre (agnello), cherrecine (fichi secchi), cace, ciucculata, larduocchie ‘mbrunite (lardo annerito), manzule (mandorle), cota de terrone (coda di torrone), na cuncapiana de vine (una conca colma di vino), na cossa de capritte, nu cuppine de nuce, na ‘nzegna de quetrine (un bel po’ di quattrini), mele chetogne.

E alla fine, conclude l’ultima strofa, mìttece pure nu puoche d’amore.