L’oratorio di San Pellegrino a Bominaco è veramente l’oratorio dell’incanto. Ambiente affascinante e misterioso, è interamente ricoperto di affreschi, tanto da essere conosciuto come la Cappella Sistina d’Abruzzo. Attraversando il portale si entra in un luogo di squisito gusto medievale, dove il tempo sembra essersi fermato. Il mistero è accresciuto dal fatto che sono presenti una serie di cicli di affreschi che dialogano tra loro in un rapporto complesso e non ancora del tutto chiarito allo stato attuale.
Bominaco era ubicata in una zona attraversata dai tratturi, percorsi pastorali attraverso i quali si svolgeva la transumanza e l’oratorio faceva parte di una fiorente abbazia benedettina. Tutta l’arte lì rappresentata era destinata alla contemplazione durante la celebrazione delle liturgie monastiche. Dei quattro cicli pittorici – con la loro datazione al 1263 del rosoncino della facciata posteriore – la nostra attenzione però va alle storie dell’Infanzia di Cristo: Annunciazione e Visitazione, Natività, Annuncio ai pastori, i Magi da Erode, Adorazione dei Magi e Presentazione al tempio. Alle base delle raffigurazioni artistiche ci sono naturalmente le narrazioni evangeliche di Luca e di Matteo, che fanno di Maria, Gesù, Giuseppe, gli angeli, i pastori e i magi i personaggi costitutivi di tutte le natività.
Il racconto dell’adorazione dei magi
L’adorazione dei magi è una delle scene più antiche dell’arte cristiana, visto che la troviamo già riprodotta nelle catacombe e sui sarcofagi dei primi cristiani. Nel cristianesimo antico era una festa assai più sentita rispetto ad oggi. I Magi compaiono solo nel racconto dell’evangelista Matteo (Mt 2,1-12). Essi giunsero dall’Oriente a Gerusalemme chiedendo: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Poiché abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo“. Una stella apparve sul luogo dove era il Bambino e, grazie a questa nuova e stupenda luce del cielo, i magi lo raggiunsero e “prostratisi lo adorarono”. Poi gli offrirono doni: “oro, incenso e mirra“. Dodici versetti che non hanno cessato di stimolare la riflessione dei teologi. Così, ad esempio, si esprimeva nel IV secolo San Giovanni Crisostomo: “Diamo il nome di Epifania a questo giorno, perché la grazia salutare del Signore si è manifestata a tutti gli uomini”. Infatti la nascita di Gesù fu un evento tutto sommato nascosto; la venuta dei magi, invece, significava che il mistero della natività era destinato alla redenzione di tutti. Papa Leone Magno nel V secolo dedicava otto sermoni all’evento dell’adorazione e nel VI secolo San Fulgenzio di Ruspe vedeva nei magi i popoli pagani e nei pastori gli ebrei, le due pietre miliari nella costruzione della Chiesa. Tutto questo rientra nell’affresco di Bominaco, con qualche particolare in più.
Non erano tre e non erano re
Insoddisfatti della scarna cronaca dell’evangelista Matteo, ben presto i cristiani arricchirono le storie dell’Infanzia di Cristo di particolari e rivisitazioni. Secondo un’antica tradizione si credeva che i magi fossero tre, quanti i doni offerti, maMatteo non dice nulla su di loro. Gli artisti, però sono rimasti molto influenzati dai racconti apocrifi e dai commenti dei Padri della Chiesa ed è così che li troviamo rappresentati in molte opere d’arte. Il più noto di questi scritti è il cosiddetto Vangelo armeno dell’Infanzia, che precisa per la prima volta i nomi, il numero e lo status regale: “Quando l’angelo aveva portato la buona novella a Maria era il 15 di Nisān, cioè il 6 aprile, un mercoledì, alla terza ora. Subito un angelo del Signore si recò nel paese dei persiani, per avvertire i re Magi che andassero ad adorare il neonato. E costoro, guidati da una stella per nove mesi, giunsero a destinazione nel momento in cui la vergine diveniva madre .. Quelli che erano i re magi erano tre fratelli: il primo Melkon, regnava sui persiani, il secondo, Balthasar, regnava sugli indiani, e il terzo, Gaspar, possedeva il paese degli arabi. Essendosi uniti insieme per ordine di Dio, arrivarono nel momento in cui la vergine diveniva madre“.
L’affresco di Bominaco
L’artista di Bominaco rappresenta sinteticamente l’apice del racconto: l’offerta ossequiente dei tre doni al Bambino. Se nei primi secoli i magi sono tutti e tre vestiti alla persiana, nel periodo bizantino i loro abiti cambiano foggia e infatti a Bominaco li troviamo vestiti con una tunica, avvolti da un grande mantello, come cavalieri in viaggio. L’artista scrive anche i nomi sopra ciascuno dei magi, identificandoli: guida il gruppo Melchior, che è il più anziano, con barba e capelli bianchi e offre i grani di incenso; al centro troviamo Baldasar di età matura, segnalata dalla barba, che porta l’oro e infine Gaspar, il più giovane e imberbe, con la pisside per la mirra. Maria, avvolta da un maphorion rosso, è seduta in trono con il Bambino Gesù sulle ginocchia, un’immagine che esprime maestosità e tenerezza. Gesù benedice i Magi, ricevendo i doni simbolici. Già dai primi secoli dell’era cristiana l’oro simboleggiava la regalità di Cristo, l’incenso la sua natura divina, la mirra preannunciava la redenzione attraverso la morte e la risurrezione. Qui non c’è ancora il re “nero”: entrerà nel corteo solo nella seconda metà del XIV secolo, quando Giovanni di Hildesheim assocerà a ogni mago uno dei tre continenti allora conosciuti, tra cui l’Africa. Non appare la stella, anche se la volta dell’oratorio è decorata da un bellissimo cielo stellato. Né i tre magi vengono raffigurati come santi, con il nimbo dorato, come i membri della santa Famiglia, cosa per cui si dovrà aspettare il Trecento. A Bominaco l’architettura sullo sfondo è ridotta al minimo: il luogo dell’adorazione assume tratti architettonici più definiti rispetto a una semplice grotta o stalla, ma comunque stilizzati, i magi si stagliano su uno sfondo ocra smaterializzante e Madre e Figlio sono assisi su un trono.
È un’arte che dà grande importanza al tema dell’adorazione, in uno stile semplice ed efficace. Il Maestro che ha dipinto queste scene ha uno stretto rapporto con l’arte benedettina, evidente nelle ricche architetture e nei paesaggi fantasiosi, nonché per l’allungamento delle figure, che si fanno tortili e sinuose, quasi prive d’ossatura e per i contorni sottili e molli anche nei volti e nelle mani fragili dalle fini dita incurvate. Anche se stilizzate, le figure mostrano una grande forza espressiva, con colori vividi e contorni marcati. Gli artisti, sebbene anonimi, erano probabilmente monaci o artigiani legati al monastero, che lavorarono con maestria per creare un ambiente spirituale immersivo. Ancora oggi l’Oratorio di San Pellegrino incanta i visitatori con la sua bellezza e il suo senso di sacralità: i suoi affreschi riflettono il desiderio di trasmettere la fede attraverso immagini, favorendo la meditazione e il raccoglimento. È un luogo che rappresenta un ponte tra arte e spiritualità, un capolavoro dell’arte spirituale abruzzese, che racconta la storia di una comunità monastica e della sua fede attraverso il linguaggio universale dell’arte.









