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All’Aquila siamo davvero in 71mila? La guerra dei numeri che racconta due città diverse

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Scontro sui residenti aquilani: 71mila per la maggioranza, meno di 70mila per l'opposizione. E il centro? La guerra dei numeri

L’AQUILA – Basta un numero per scatenare l’inferno. All’Aquila, città che porta ancora le cicatrici del 2009, la conta dei residenti è diventata un campo di battaglia politico dove ogni cifra nasconde una visione diversa del presente. Da una parte c’è chi grida al collasso demografico, dall’altra chi sventola tabelle dell’ufficio statistico comunale come prove di una rinascita in corso.

La domanda che infiamma i social e divide il consiglio comunale è apparentemente semplice: quanti siamo davvero? Ma la risposta, come sempre quando si parla dell’Aquila post-sisma, è maledettamente complicata.

I numeri che dividono

L’ufficio statistico comunale parla chiaro: gli aquilani sono 71.529. Nel 2017 erano 70.088. Un incremento del 2,06% che, secondo i capigruppo di maggioranza, dimostra una crescita “in controtendenza rispetto al dato nazionale, dove la popolazione è diminuita del 2,6%”. Leonardo Scimia (Fratelli d’Italia), Alessandro Maccarone (L’Aquila Protagonista), Daniele D’Angelo (Forza Italia), Daniele Ferella (Lega) e Fabio Frullo (Udc) hanno firmato un comunicato dove accusano le opposizioni di “mistificazione”.

Enrico Verini e Gianni Padovani, dal versante opposto, parlano di una popolazione scesa “sotto i 70mila abitanti” e di una città che vive solo a intermittenza. Due narrazioni incompatibili che poggiano su fonti diverse: da un lato le anagrafi comunali, dall’altro presumibilmente i dati Istat che fotografano dinamiche più complesse.

@laquilablog Ma quanti sono gli aquilani? Dopo il terremoto sono aumentati o diminuiti? @nemocapitano ♬ Artistic Infinite – DJ BAI

Il centro storico: laboratorio del dissenso

È qui che il dibattito si fa incandescente. La maggioranza rivendica un aumento del 15% dei residenti nel cuore della città: da 5.903 a 6.784 unità. Le utenze TARI cresciute dell’11,5% in un anno. Un saldo positivo di 26 attività commerciali tra il 2022 e il 2025. Duecento dipendenti pubblici che lavorano quotidianamente negli uffici rientrati.

Sul fronte opposto c’è chi vede “un parco urbano ordinato e restaurato, ma privo di una vita reale”. Verini e Padovani descrivono serrande abbassate, attività che chiudono o non aprono mai, strade deserte per gran parte dell’anno. La loro accusa più pesante riguarda i servizi: senza scuole dell’infanzia, primarie o secondarie di primo grado, la residenzialità resta “un miraggio”.

Anche sui social la spaccatura è netta. C’è chi ironizza: “Semo 4 jatti, do l’hanno contati?” E chi invece si chiede: “Avranno contato pure gli stranieri?” o “Ma non diciamo castronerie, ci sono aquilani che non sono ancora rientrati”.

La questione che nessuno vuole affrontare

Il gruppo consiliare “Il Passo Possibile” – Emanuela Iorio, Elia Serpetti, Massimo Scimia, Americo Di Benedetto e Fabrizio Ciccarelli – prova a posizionarsi su un terreno diverso. Non nega i numeri ufficiali ma contesta il loro significato politico: “Una città non vive di percentuali isolate: vive di qualità della vita, di servizi quotidiani”.

La loro analisi colpisce dove fa male: anche accettando i 71.529 residenti, resta il fatto che il centro storico non è attrattivo per famiglie, lavoratori e piccoli imprenditori. Il commercio di prossimità sopravvive grazie agli eventi, non alla domanda quotidiana. Gli affitti commerciali espellono le attività più fragili. La grande distribuzione in periferia drena clientela.

“Il centro storico dell’Aquila non è vuoto per destino né per disaffezione spontanea dei cittadini: è vuoto perché, a quasi diciassette anni dal sisma, manca ancora una vera strategia pubblica di ricostruzione urbana e sociale”, scrivono nel comunicato.

Quello che i numeri non dicono

C’è un dettaglio che emerge dai commenti social e che merita attenzione. C’è chi ricorda che prima del sisma il centro storico aveva 12.000 residenti. Se oggi siamo a 6.784, significa che ne mancano all’appello più di 5.000. Un capoluogo di regione con 71.000 abitanti è comunque piccolo per le sue ambizioni. E poi c’è la questione degli aquilani emigrati che mantengono la residenza ma vivono altrove: quanti sono? Nessuno lo dice.

Alberto Bazzucchi, nei commenti, solleva un punto metodologico: “I dati Istat sono più puliti di quelli delle anagrafi comunali. E raccontano una storia un po’ diversa”. È vero: l’Istat depura le statistiche da distorsioni amministrative, ritardi nelle cancellazioni, doppi conteggi.

La politica delle cifre

Quello che sta accadendo all’Aquila è un classico caso di uso strumentale dei dati. Ogni schieramento seleziona le statistiche che rafforzano la propria narrazione. La maggioranza punta su crescita percentuale e saldo positivo tra aperture e chiusure. L’opposizione insiste sul calo assoluto rispetto al pre-sisma e sull’assenza di servizi strutturali.

Il Passo Possibile prova a spostare il focus: “I numeri possono raccontare una parte della storia. La politica ha il dovere di occuparsi del resto: della città reale, vissuta o non vissuta ogni giorno”.

Hanno ragione? Probabilmente sì. Perché una città non è la somma algebrica dei suoi residenti anagrafici. È la densità di vita nei suoi spazi pubblici. È la possibilità di mandare i figli a scuola senza prendere l’auto. È trovare il pane fresco al mattino senza fare dieci chilometri.

Cosa manca davvero

Al di là delle percentuali, c’è una questione che nessuno può negare: all’Aquila manca un ciclo scolastico completo nel centro storico. Mancano i servizi di prossimità. Manca una politica degli affitti commerciali che non espella le attività più deboli. Manca un equilibrio tra turismo ed esigenze dei residenti.

La maggioranza liquida tutto come “dinamica urbana fisiologica”. L’opposizione grida all’apocalisse. La verità, come spesso accade in questa città sospesa tra macerie e rinascita, sta nel mezzo scomodo che nessuno vuole abitare.

Diciassette anni dopo il terremoto, L’Aquila continua a discutere su quanti siano davvero gli aquilani. Forse la domanda giusta è un’altra: come vivono quelli che ci sono?