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Sant’Emidio e il terremoto del 1703. Il miracolo di Vittoria Ferretti

Sant’Emidio e il terremoto del 1703. Il miracolo di Vittoria Ferretti
Il terremoto del 1703 e il miracolo di Vittoria Ferretti: nasce il culto di Sant’Emidio all’Aquila.

Il 2 febbraio 1703, giorno della Candelora, poco prima di mezzogiorno, un terremoto stimato intorno alla magnitudo 6,7 colpì L’Aquila e gran parte dell’Abruzzo. La città fu quasi rasa al suolo. Le cronache parlano di oltre 2.400–2.500 morti nel solo centro urbano e migliaia di vittime nel territorio circostante. Le chiese erano gremite per la Purificazione di Maria. Molti fedeli morirono sotto volte e capriate crollate.

Tra gli edifici devastati vi fu la chiesa di San Filippo Neri. Proprio lì si colloca l’episodio che segna l’avvio del culto di Sant’Emidio all’Aquila.

Il terremoto colpì nel cuore della vita religiosa e civile. Nella basilica di San Domenico, dove si celebrava una comunione generale, il tetto crollò provocando fino a 600 morti. Interi quartieri furono compromessi. Case lesionate, conventi distrutti, famiglie spezzate.

La risposta fu immediata. Processioni penitenziali, voti collettivi, invocazioni ai santi ritenuti protettori contro i terremoti. In questo contesto si inserisce il caso di Vittoria Ferretti.

Il crollo di San Filippo Neri. Vittoria Ferretti sotto le macerie

La chiesa di San Filippo Neri, costruita tra il 1637 e il 1661 dall’ordine dei Filippini nel quarto di San Pietro, lungo l’attuale via Cavour, era un centro attivo di predicazione e musica sacra. Il 2 febbraio 1703 la cupola collassò sui fedeli riuniti per la messa. Morirono circa trenta persone.

Tra loro, secondo le ricostruzioni, il confessore di Vittoria Ferretti, i servitori della sua famiglia e un giovane fanciullo.

Vittoria Ferretti, nobildonna nata ad Ascoli e imparentata con la famiglia Marini dell’Aquila, si trovava inginocchiata presso un confessionale al momento della scossa. Quando le murature cedettero, rimase sepolta sotto detriti e calcinacci fino al collo. Il corpo intrappolato, la testa libera.

Restò così per ore. Intorno a lei, i morti. Fu il marito a scavare tra le rovine. Quando riuscì a raggiungerla, la donna era viva, senza ferite gravi, con solo qualche livido. In una città che contava centinaia di cadaveri, la sua sopravvivenza colpì profondamente l’immaginario collettivo.

Sant’Emidio e il terremoto del 1703

L’attribuzione a Sant’Emidio e la diffusione del culto all’Aquila

Vittoria Ferretti dichiarò di attribuire la propria salvezza a Sant’Emidio, vescovo e martire ascolano già venerato come protettore contro i terremoti nei territori di Ascoli e dell’Appennino umbro-marchigiano.

Il racconto della nobildonna ascolana sopravvissuta al crollo di San Filippo Neri fu interpretato come un segno. Se Sant’Emidio aveva protetto una sua concittadina nel cuore della distruzione, poteva diventare anche per L’Aquila un riferimento contro il flagello sismico.

Un fatto individuale divenne chiave collettiva di lettura del disastro. Dopo il terremoto del 1703, la devozione a Sant’Emidio si radicò anche all’Aquila e nel contado. Tradizioni locali ricordano che diversi ascolani presenti in città durante il sisma sarebbero usciti illesi e avrebbero promosso la venerazione del loro patrono come ex voto.

Nel 1732 il vescovo Domenico Taglialatela nominò ufficialmente Sant’Emidio protettore del clero aquilano. Il culto, nato dal racconto del 1703, entrò così nella sfera istituzionale.

Dopo una nuova scossa nel 1762, nel Duomo venne istituita una confraternita intitolata al santo. La devozione assunse una forma stabile nella liturgia e nella vita religiosa cittadina.

Scambi di reliquie e legami tra città

Il legame tra Ascoli e L’Aquila si consolidò anche attraverso gesti formali. La città marchigiana donò all’Aquila una reliquia di Sant’Emidio insieme a un diploma di cittadinanza. Gli aquilani ricambiarono inviando un analogo diploma civico e frammenti delle reliquie dei loro principali protettori: San Pietro Celestino, San Bernardino da Siena e Sant’Equizio.

Il culto si intrecciò così a relazioni simboliche e religiose tra due centri appenninici segnati dalla stessa vulnerabilità sismica.

Il “miracolo del confessionale” contribuì a fissare nella memoria cittadina un nuovo riferimento contro il terremoto. Dalla distruzione del 1703 prese forma una devozione destinata a segnare a lungo la storia religiosa dell’Aquila.