L’AQUILA – Quel 2 febbraio 1703 L’Aquila smise di essere la città che era stata fino a quel momento. Le scosse furono devastanti, le case crollarono, le chiese si sventrarono, i quartieri più fragili sprofondarono nel silenzio della morte. Fu una delle più grandi tragedie della sua storia secolare. La violenta scossa sismica si abbatté su una città già indebolita dai terremoti del 14 e del 16 gennaio, cogliendola in un momento di estrema fragilità: era circa mezzogiorno e molte persone erano nelle chiese per la Candelora. Secondo alcune fonti, solo nella chiesa di San Domenico si registrarono circa seicento vittime.
Come ricordava il professor Raffaele Colapietra nella nota intervista sull’Aquila, l’emergenza fu tale da costringere il Consiglio collaterale di Napoli a intervenire direttamente inviando a L’Aquila un commissario straordinario, il marchese Marco Garofalo, incaricato di fronteggiare una situazione che appariva senza via d’uscita. “La città dell’Aquila fu, non è; le case sono unite in mucchi di pietra, li remasti edifici non caduti stanno cadenti. Non so altro che posso dire di più per accreditare una città rovinata”. La lettera di Garofalo al Viceré lascia poco spazio all’immaginazione.
Eppure, sottolinea lo storico aquilano, la sopravvivenza della città non può essere attribuita soltanto all’azione di governo. “Non si deve solo alle misure del marchese Garofalo, che era un ministro di grande rilevanza, la resistenza della città”, ricordando come L’Aquila avesse già iniziato a reagire prima ancora dell’arrivo del commissario.
Il prezzo pagato fu comunque altissimo. “Oltre duemila morti su meno di ottomila abitanti, quindi una percentuale che ammonta a quasi un terzo della popolazione”. Una strage che riportava alla memoria un’altra ferita recente: “anche nel caso della grande peste del 1656 si era avuta una strage simile”. Catastrofi ravvicinate, terremoti e epidemie che segnavano ciclicamente il destino della città.
E tuttavia, nel 1703, qualcosa cambia. “La città, che si stava faticosamente rialzando dalla peste di cinquant’anni prima, fu nuovamente colpita, ma seppe reagire ugualmente, anzi, ancora con maggiore vivacità”. Una reazione alimentata anche da un fenomeno decisivo: “ci fu un’abbastanza rapida immigrazione dalle campagne, quindi una popolazione giovanile”, pronta a reinventare e rinvigorire la vita quotidiana.
La prova più concreta di questa resilienza appare già nelle settimane immediatamente successive al sisma. “In una baracca della piazza del Mercato aveva sede il Comune», racconta Colapietra, spiegando come l’amministrazione cittadina non si fosse fermata nemmeno davanti alle macerie. Lì si riunì il magistrato aquilano, lì venne nominato il nuovo camerlengo, Alessandro Quinzi, dopo la morte di Stefano Cresi sotto le rovine del suo palazzo “che prospetta la chiesa di S. Pietro di Coppito”.
Intorno, la città improvvisata riprendeva a vivere. Vennero allestite novantadue strutture provvisorie in Piazza del Mercato, destinate ad accogliere gli uffici, le autorità civili e religiose, collocandole a ridosso dei luoghi in cui sorgevano prima degli edifici andati distrutti.
“Nelle baracche si svolgeva un’attività pressoché normale: di credito, di riscossione, di vendita di case, di acquisto di terreni”. Una normalità fragile, ma ostinata, che prendeva forma tra legno, fango e paura.
Le ferite, però, erano profonde. Le vittime erano concentrate soprattutto nel quarto di San Giovanni, “che è quello che anche recentemente ha avuto maggiori danni, cioè la zona di via XX Settembre, della Villa comunale, che trovandosi su un terreno infelicissimo perché percorso dalle acque nel fondo, è il più debole”. La ripresa sarebbe stata lunga e difficile, ma sorprendentemente rapida dal punto di vista del popolamento e delle attività.
Ciò che L’Aquila perse davvero, per decenni, fu un elemento identitario: l’acqua. “Quello che la città perde per lunghi decenni, è la nettezza”, racconta Colapietra, evocando un Settecento segnato dalla sporcizia, dai maiali nelle strade, da una “vergogna cittadina” che contrasta con l’antica immagine di città dell’acqua.
Intanto, anche il volto monumentale cambiava. Collemaggio, nonostante i danni, continuò a splendere grazie agli interventi seicenteschi già avviati. Diversa la sorte di San Domenico, “completamente rovinata dal terremoto con molte centinaia di morte”, ma ricostruita in forme magnifiche.
Diversa sorte ebbe il Duomo, che dovette attendere per la riapertura quasi la fine del secolo, il 1780. “L’assenza del duomo dalla piazza del Mercato fece sì che vi potesse avere sede la chiesa del Suffragio, di cui oggi tanto si parla, e che è una novità che sarebbe stata impensabile prima del terremoto, perché il Capitolo del duomo e il vescovo non avrebbero consentito la presenza religiosa di altre chiese in questo ampio spazio”.
La Confraternita del Suffragio era attiva già prima del terremoto e aveva inizialmente sede nella chiesa di San Biagio di Amiternum, alle spalle di via Roio. Insieme a quella di Sant’Antonio, rappresentava una delle realtà confraternali più giovani, nate nella seconda metà del Seicento. Tuttavia, il sisma cambiò radicalmente il quadro urbano ed ecclesiastico: “l’annientamento completo del duomo e l’assenza del vescovo”, costretto lontano dal Regno a causa di un duro contrasto di giurisdizione con l’autorità spagnola, crearono le condizioni per una svolta decisiva.
In quel vuoto di potere e di spazi sacri, la confraternita riuscì a ottenere dalla famiglia Cappa alcuni ambienti all’interno delle loro botteghe, dove già nei primi anni del Settecento prese forma il progetto architettonico della nuova chiesa. Il cantiere proseguì nei decenni successivi sotto la direzione di Buratti, fino a giungere alla fase conclusiva negli anni Settanta del XVIII secolo, quando intervenne un giovane architetto proveniente dalla Valtellina, allora parte del Ducato di Milano. Fu Gianfrancesco Leomporri a dare compimento all’opera, firmando “l’estrosa e geniale facciata” che sancì la conclusione dei lavori e consacrò la chiesa come elemento di forte valore non solo religioso, ma soprattutto artistico, nel contesto complessivo di piazza del Mercato.
La città non si arrese alla distruzione: fu la tenacia dei suoi abitanti a permettere che il cammino dell’Aquila proseguisse nel tempo.









