Su Rai Radio 3 Donatella di Pietrantonio racconta il Convento di San Domenico

"È quello che io chiamo il mal d'Aquila"

di Fausto D'Addario | 04 Dicembre 2023 @ 05:45 | CULTURA
Convento di san Domenico
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Su Rai Radio 3 due puntate del programma “Le meraviglie” dedicate all’ex convento di San Domenico a L’Aquila, nelle parole dalla scrittrice Donatella Di Pietrantonio.

L’AQUILA – Su Rai Radio 3 il programma Le meraviglie di Diego Marras ha dedicato due puntate all’ex convento di San Domenico a L’Aquila, attraverso il racconto della scrittrice Donatella Di Pietrantonio.

Ho abitato all’Aquila negli anni ’80, nel modo discontinuo che hanno gli studenti di abitare le città universitarie. La città era bella e un po’ trasandata, ma di quella trasandatezza poetica che si trova a volte in provincia“, così Donatella inizia la sua passeggiata aquilana, fatta di monumenti e ricordi. Erano anni spensierati: la città era piena di vita e di giovani, di universitari e militari; erano, quelli, anni senza lo smartphone, senza il fisso negli appartamenti degli studenti, quelli che quando si usciva, si aveva la certezza di potersi incontrare ai Quattro Cantoni, chi per caso, chi per amore; quelli dove si andava a Roma ai concerti con l’autostop – “Frank Zappa, Van Morrison, Jorma Kaukonen che suonava e cantava Genesis in un palatenda“; quelli dove si raggiungeva Perugia con un improbabile trenino di montagna per l’Umbria Jazz e poi si restava a dormire sulle gradinate, coperti solo dagli striscioni pubblicitari – “anche lì mi sono goduta diversi concerti di Miles Davis, Gil Evans insieme a Sting“. Alla fine si ritornava sempre all’Aquila al mattino con il primo trenino disponibile, ritrovare le solite e quotidiane coordinate. L’Aquila “ha questo potere di legarti e prenderti, di creare un’affezione; è quello che io chiamo il mal d’Aquila“.

E in una di queste passeggiate, passando da una piazza all’altra – nel suo piccolo paese ce n’era solo una, altro che novantanove – Donatella scopre senza nemmeno rendersene conto San Domenico: “La prima volta sono passata qui era di sera e ricordo di essere stata attratta da un canto. Sono entrata e mi sono messa in disparte ad ascoltare le prove del coro“. Da qui inizia la nostra storia.

Convento di san Domenico

Di terremoti e di colori

La chiesa di San Domenico del XIV secolo dà su due piazze: quella omonima, in corrispondenza del prospetto laterale, e Piazza Angioina, di fronte alla facciata. La chiesa è a tutt’oggi chiusa per restauro dopo il terremoto del 2009: restauri non strutturali, ma per gli stucchi e la decorazione interna. Donatella non demorde e sbircia da una fessura tra le due ante: “Riusciamo a vedere un pochino dell’interno, la navata centrale, il sole che entra dalle finestre e vediamo che le strutture sono già tutte in piedi e rimesse a posto“.

L’Aquila è la città italiana che ha avuto il maggior numero di terremoti, perciò nel capoluogo la storia di qualsiasi edificio è storia di terremoti. “Per esempio questa chiesa ne ha subito uno disastroso nel 1703, che fece solo qui dentro seicento morti. Il caso volle che questa scossa violentissima accadesse durante la messa della Candelora“. Da quel momento la città ha conservato la memoria di questo evento cambiando i colori sociali: non più i il bianco e il rosso, che si ritrovano ovunque, da Santa Maria in Collemaggio, alla Fontana delle Novantanove cannelle, ma “il nero del lutto e il verde speranza per la rinascita della città“. In questi cicli di distruzione e ricostruzione, però, gli aquilani sono sempre rimasti sul posto. Ed entrando nel monastero spicca subito la bicromia bianco-rosso dell’Aquila trecentesca: “sono pietre locali, la bianca è la pietra di Poggio Picenze e la rossa è il marmo rosso di Vigliano“. I colori sociali avevano un grande valore simbolico, un po’ come e anche di più dei simboli dei nostri moderni partiti: “per questi colori, per queste pietre, per questa terra, tutti dovevano essere disposti a dare la vita in combattimento, per la difesa del territorio“.

Gli strati della storia

La visita al convento di San Domenico è straordinaria, perché percorrendo questi ambienti e guardandoci intorno, “riusciamo a interrogare le strutture e avere delle risposte sulla evoluzione che nel corso di secoli questo posto ha avuto“.  Il grande chiostro rinascimentale non ha riportato che danni minimi dal terremoto del 2009, in quanto c’era già stata un restauro antisismico negli anni 2000. “La vista di cui possiamo godere da questo bellissimo chiostro, che è molto grande, bianco, luminosissimo, ci fa capire perché L’Aquila doveva essere fondata proprio qui e non altrove“. La città viene infatti fondata su un altopiano all’interno di una conca e da qui si possono vedere tutti gli accessi da nord, gli eventuali pericoli, ma anche tutti i possedimenti, i pascoli e tutta la vita e l’attività di quel mondo feudale agitato e ribelle dell’epoca. Nemmeno la posizione del convento di San Domenico all’interno della città è casuale: alla metà del Duecento all’Aquila erano già presenti i tre grandi ordini mendicanti: Francescani, Domenicani e Agostiniani e ciascuno ha il suo convento. “Questi devono essere alla giusta distanza da loro: possiamo dire che sono posti ai vertici di un ideale triangolo, che racchiude al suo interno l’abitato di allora. In questo modo si individuano tre aree di influenza“. Anche i religiosi, non solo le casate nobili, parteciparono a questa sorta di lottizzazione della città, con la divisione in aree di influenza. In particolare il convento domenicano è voluto da Carlo II d’Angiò, che non dona il Palazzo Reale, come si è ripetuto per molto tempo, ma dei palazzi demaniali. Ad oggi il complesso attuale si sviluppa su un’area di 8000 m², con vari corpi di fabbrica intorno a dei chiostri, mentre all’inizio c’era solo un conventino preesistente, come veniva chiamato, di cui sono stati rinvenuti grotte, cisterne, gradini e parti di archi. Ma il convento ha conosciuto tutta una serie di trasformazioni fino ad arrivare all’Ottocento: “c’è una trasformazione brutale, poco rispettosa delle architetture, perché il convento viene trasformato in carcere. Quindi grandi trasformazioni plano-volumetriche. E poi addirittura diventerà nel 1950 carcere minorile, che resterà fino al 1994. Negli anni tra il 2000 esatto e il 2009, anno dell’altro grande terremoto, c’è stato un restauro meraviglioso, per opera del Provveditorato alle Opere Pubbliche e soprattutto l’architetto Maurizio d’Antonio, che ha ricostruito in maniera filologica tutta la storia del convento, riportandolo allo splendore del convento trecentesco“.

Quei piccoli segreti dei frati

Il corridoio ospitò per secoli le celle dei frati e poi quelle celle dei carcerati, prima adulti e po minori, con comprensibili trasformazioni: “ogni frate aveva la sua singola e piccola cella, mentre le celle carcerarie dovevano essere molto più grandi, per ospitare più persone“. Gotico, barocco, modernità: pur stando fermi, vediamo le epoche che scorrono e si passano la mano. Le celle sono oggi gli uffici dei dipendenti della Corte dei Conti, “che infatti dicono di lavorare al fresco“. Donatella si sofferma su una trave particolare con lo stemma dei D’Angiò e gli stemmi delle famiglie nobiliari aquilane, che volevano il loro posto accanto a quello reale. Ma qual è la particolarità? “Questa trave è capovolta e questo sta a significare o un riutilizzo, nel senso che questa trave stava da qualche altra parte e poi è stata messa qui, però, sottosopra per farci vedere, che non è nata qui; oppure è un simbolo più potente, che sta a indicare una sconfitta, un passaggio dagli Angioini a qualcuno che è venuto dopo e li ha sconfitti, per esempio gli Aragonesi“.

Uscendo dalla porta principale su Piazza Angioina, Alfonso Forgione, docente di Archeologia Medievale presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università dell’Aquila spalanca le porte di un piccolo mondo molto interessante: il Pomaq, Polo Museale dell’Ateneo Aquilano che, per conto della Soprintendenza, gestisce la bella collezione delle ceramiche di San Domenico. Troviamo oggetti di uso comune che appartenevano ai frati, le coppette, le tazze delle loro colazioni, dei loro pranzi, “spesso con il nome del frate che usava sempre lo stesso pezzo“. Quando il frate moriva o il vasellame si rompeva, veniva poi gettato. Su diversi oggetti troviamo anche gli stemmi e i simboli delle casate, come il guanto di una delle più potenti famiglie nobiliari aquilane, i Camponeschi; troviamo simboli religiosi, il Tau per i francescani e l’asterisco per i domenicani. “Tra gli oggetti più curiosi troviamo le pipe dei gendarmi in terracotta: appartenevano ai gendarmi che durante i turni di guardia uscivano a fumare; ne sono state trovate circa cento“. Infine ci sono alcuni oggetti che presentano quantomeno dei problemi interpretativi, perché non sembrerebbero provenire da un ambiente religioso monastico: “piatti con dei nomi di donne Faustina, Livia, seguiti dalla lettera B, che sta per Bella“. Scandaloso è un versatoio, finemente decorato, che riporto due cuori trafitti da una freccia e sopra la scritta “Sol pe amore“. E come si spiega la presenza di questi oggetti in un complesso conventuale? Per Forgione le casate vicino al convento usavano gli stessi pozzi dei frati come discariche. “Ma io voglio credere che magari si trattasse anche di qualche monaco innamorato“.

E oggi?

Dopo il terremoto del 2009, con la distruzione e poi la ricostruzione, all’Aquila sono tornati alla pubblicazione fruizione molti posti ed edifici che prima erano poco frequentati o non utilizzati. Le vicende del complesso di San Domenico dimostrano che “laddove si era ben lavorato prima sulle strutture, anche un terremoto cosi devastante non ha fatto grossi danni“. Con tutta la distruzione che il convento aveva attorno a sé all’alba del 6 aprile 2009, il fatto che fosse lì, cosi, intero e in buone condizioni, era come una specie di monito a una buona manutenzione. “Le ristrutturazioni fatte nel tempo che salvano murature e vite umane“.

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