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L’A Capitale della Cool-tura

Dalla prima t-shirt a una pagina Facebook seguita da migliaia di aquilani, “L’A” intreccia gioco, dialetto e memoria culturale, mostrando come la cultura abbia tenuto insieme L’Aquila anche nei momenti più difficili

L’A Capitale della Cool-tura
L’A è ormai un’istituzione nel capoluogo abruzzese. Ma tutto è iniziato per gioco, nel 2009, con una t-shirt e un’idea condivisa tra amici.

L’AQUILA – L’A è ormai un’istituzione nel capoluogo abruzzese. Ma tutto è iniziato per gioco, nel 2009, con una t-shirt e un’idea condivisa tra amici. Da quel gesto nasce L’A, il progetto di Stefania e Antonio, aquilandi doc che, tra ironia e creatività, valorizza territorio, cultura ed eventi locali. Oggi L’A è un simbolo immediatamente riconoscibile, come “LA” per Los Angeles o “NY” per New York, ma soprattutto un modo di sentirsi aquilani, sempre e ovunque. È questo filo – che unisce dialetto e identità, memoria e presente, gioco e comunità – che Antonio Fruci, fondatore di L’A, intreccia da sedici anni e porterà al centro del suo intervento al convegno internazionale “Geolinguistica, dialettologia e digitalizzazione: esperienze a confronto”,in programma il 15 e 16 gennaio al Centro congressi universitario “Luigi Zordan”, in piazza San Basilio; convegno che aprirà il calendario dei grandi eventi di L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026.

L’intervento di Antonio si inserisce nella sezione “Il recupero del dialetto all’Aquila e in Abruzzo: il contributo essenziale degli enti non accademici”, un aspetto tutt’altro che secondario, come lui stesso sottolinea. Alla domanda su cosa parlerà nel suo intervento e quale messaggio desidera lasciare al pubblico, Antonio ci risponde raccontando innanzitutto una storia, quella di L’A, nata quasi per gioco e diventata nel tempo qualcosa di molto più grande:

«Durante il convegno – “il contributo essenziale degli enti non accademici” (è importante sottolineare quest’ultima negazione) – racconterò l’esperienza della pagina facebook L’A – da come è nata 16 anni fa (ovviamente in origine era un “gruppo”, non esistevano ancora le “pagine”), a come comunichiamo, speriamo in modo ironico, pop e non banale, la città dell’Aquila anche attraverso la nostra lingua (ad esempio il nostro libro “I love JU”)  e vedremo come un gioco si sia trasformato in una comunità che si esprime online, anche nelle nostre varietà linguistiche locali».

Un percorso fatto di leggerezza e profondità insieme, in cui il dialetto diventa strumento di condivisione e appartenenza. Non a caso, il messaggio che Antonio vorrebbe arrivasse è semplice e inclusivo:

«In questo senso mi piacerebbe che arrivasse il messaggio: “continuiamo così tutti insieme” e anzi invitiamo a seguirci chi non ci conosce, anche i giovanissimi, “condividete i nostri social”».

Ma perché oggi è così importante dedicare un convegno al dialetto aquilano e al lavoro di valorizzazione che L’A porta avanti da anni? La risposta va oltre la linguistica e tocca il cuore dell’esperienza aquilana recente:

«È importante dedicare convegni a tutte le varietà linguistiche, ovviamente. In particolare nel nostro caso è stato importante, e lo sarà ancora, conoscere le nostre culture e quindi anche la nostra lingua, banalmente anche per il seguente motivo: se l’identità di una persona, o di una comunità, è data dalla somma del luogo e della cultura, alta o bassa, nel momento in cui purtroppo è venuto a mancarci il luogo fisico, giustamente, per bilanciare questa perdita, ci siamo aggrappati con forza alla nostra cultura per sentirci più uniti».

Un passaggio che richiama inevitabilmente il post-sisma e il bisogno di ricostruire non solo spazi, ma relazioni:

«Spero che la pagina L’A abbia contribuito, anche se solo minimamente, a far sentire gli aquilani, che vivono anche altrove, parte di una comunità».

E il dialetto? È solo memoria del passato o può ancora parlare al presente e al futuro? Per lui non c’è dubbio:

«Entrambe: le lingue sono a tutti gli effetti degli esseri viventi che cambiano e si modificano, così la nostra lingua può aiutarci a “riscoprire” il nostro passato, ma può tranquillamente raccontare l’attualità, come fanno ad esempio alcuni gruppi musicali locali, oppure scrittori o attori, esattamente come avviene anche in altre città e regioni italiane».

Uno sguardo dinamico, che rifiuta l’idea del dialetto come reliquia e lo restituisce come strumento vivo, capace di raccontare il presente:

«Il convegno è un’occasione importante per conoscere alcune realtà e alcuni importanti lavori, aquilani come l’ALEICA (Atlante Linguistico ed Etnografico Informatizzato della Conca Aquilana) del professor Avolio, ma anche stranieri».

Infine, lo sguardo si allarga alla sfida di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura. E sul prossimo futuro, Antonio esprime un augurio che è anche una visione:

«Per quanto riguarda “L’Aquila Capitale della cultura”, io spero che sia un volano per noi aquilani a continuare e a incrementare le nostre attività culturali, con la consapevolezza che viviamo in un territorio che ha ancora molto da far conoscere (un nostro progetto si chiama “L’Aquila capitale della Cool-tura”) e che abbiamo molto da raccontare, anche in aquilano»

Un racconto che parte dal dialetto ma arriva dritto all’identità, alla partecipazione e al futuro di una città che continua a riconoscersi, parola dopo parola, comunità dopo comunità.