Si entra in sala per ridere. E si ride, molto. Ma si esce con addosso qualcosa di più difficile da scrollarsi di dosso: una domanda. Buen Camino, il nuovo film di Checco Zalone, si presenta come una commedia leggera, costruita sul talento ormai iconico dell’attore pugliese di incarnare personaggi improbabili, eccessivi, caricaturali. Ma, quasi senza accorgersene, ci si ritrova anche a pensare. Perché sotto la superficie della commedia leggera, costruita sull’arte collaudata di mettere in scena personaggi grotteschi e contraddizioni contemporanee, il film racconta qualcosa di profondamente serio: il bisogno umano di rimettersi in cammino per ritrovare se stessi.
Il protagonista è un uomo che ha tutto ma non è niente. Ricco per eredità, prigioniero dell’apparenza, vive una vita veloce, lucida, rumorosa, ma vuota. È la caricatura di un successo senza percorso, di un’esistenza senza radici. Sarà la fuga della figlia adolescente, fragile e inquieta, a costringerlo a inseguirla lungo il Cammino di Santiago, il più battuto e simbolico dei percorsi spirituali europei. Lui parte in Ferrari, convinto che basti il denaro a riportare tutto “alla normalità”. Ma il cammino, come sempre, ribalta i piani.
Ed è proprio qui che il film compie la sua svolta più profonda: perché camminare, lentamente, in mezzo alla natura e alle relazioni essenziali, trasforma. Quel padre ridicolo, giorno dopo giorno, si spoglia. Del parrucchino, della macchina, dell’abito di scena. Gli accade ciò che a molti uomini s쳭e nel passaggio più difficile: smettere di essere un personaggio e diventare una persona. Diventare padre. Diventare uomo.
Camminare, nel film, non è solo spostarsi nello spazio. È togliere strati, perdere maschere, rallentare. È lasciare la Ferrari, il parrucchino, l’abito di scena, per scoprire che l’essenziale pesa meno ed è più vero. È così che il padre-pupazzo diventa, passo dopo passo, un padre reale. E forse, finalmente, un uomo.
Buen Camino incrocia idealmente l’Abruzzo. Perché se Santiago è il simbolo globale del pellegrinaggio, l’Abruzzo è una scuola silenziosa e potentissima di cammino interiore. Una terra che da secoli educa alla lentezza, all’ascolto, al dialogo profondo tra natura e sacro. Una regione dove il paesaggio non è mai semplice sfondo, ma presenza viva, capace di interrogare chi attraversa sentieri, tratturi, eremi e borghi.
In Abruzzo il cammino non è moda, è memoria. Tratturi della transumanza, percorsi francescani, vie celestiniane, antichi tragitti verso santuari mariani: strade che hanno “disegnato” il territorio e lo hanno impregnato di sacralità. Qui il viaggiatore entra in contatto con lo spirito dei luoghi, con comunità che nei secoli hanno costruito un equilibrio delicato tra intervento umano e natura, tra fatica quotidiana e tensione spirituale.
Camminare in Abruzzo è immergersi in un viaggio lento, a piedi, in bicicletta, a cavallo, dove al mito della velocità si sostituisce il ritmo della montagna, del bosco, della valle. È un’esperienza che restituisce senso all’abitare il mondo, proprio come accade al protagonista del film quando scopre che la ricchezza non è accumulare, ma fermarsi, comprendere.
Dal Cammino del Gran Sasso al Cammino dei Briganti, dalla Via dei Tratturi al Cammino Grande di Celestino, fino al Cammino di San Tommaso, al Cammino dei Parchi o al Cammino della Pace, l’Abruzzo è irrorato da itinerari che sono al tempo stesso storici, culturali e spirituali. Percorsi che raccontano storie di eremi nascosti, di vallate attraversate da santi, pastori, pellegrini, di grotte, fonti e boschi dove il legame tra sacro e natura è ancora percepibile, quasi tangibile.
Come nel film di Zalone, anche qui il cammino diventa metafora di una povertà scelta, non subita: spogliarsi del superfluo per ritrovare ciò che conta. Se siamo un po’ tutti segnati dall’omologazione culturale e dall’ossessione dell’apparire, questi itinerari restituiscono autenticità, ricostruiscono appartenenza. Rieducano lo sguardo. Rallentano il cuore. Insegna che non tutto si risolve subito. Che per capire bisogna restare. Che per amare bisogna camminare accanto.
Buen Camino fa ridere, fa scendere una lacrimuccia, fa pensare. Mette i genitori davanti a domande scomode: sai veramente chi sei? Conosci davvero chi è tuo figlio, chi sta accanto a te? L’Abruzzo, con i suoi paesaggi severi e accoglienti, con i suoi silenzi abitati, forse può aiutare a rispondere alla stessa intuizione. Camminare non è solo un’azione fisica: è un atto profondamente umano e spirituale. È il modo più antico che abbiamo per riconciliarci con noi stessi, con gli altri, con il mistero della vita.
Anche se ci scappa una risata, come insegna Checco Zalone. Perché a volte è proprio sorridendo che si inizia, davvero, il cammino.









