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Dante Labs, in aula l’ammissione: debiti per milioni. Ex lavoratori senza stipendi e Tfr

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«A quanto ammonta il debito?» chiede Paolo Romano. Andrea Riposati, CEO di Dante Labs, si sporge verso il microfono, abbassa la voce e quasi tra sé mormora: «… milioni»

L’AQUILA – «A quanto ammonta il debito?» chiede il consigliere Paolo Romano. Andrea Riposati, CEO di Dante Labs, si sporge verso il microfono, abbassa la voce e quasi tra sé mormora: «… milioni», precisando subito dopo che «il valore degli investimenti resta comunque superiore a quello del debito».

Una parola sola – milioni – che cade in aula come un colpo secco. Nessuno commenta, ma tutti capiscono. La parabola dell’azienda che doveva rappresentare la nuova economia aquilana – lanciata anni fa con un parterre politico-istituzionale di primo livello – si è capovolta.

La Commissione Politiche sociali del Comune, presieduta da Fabio Frullo, era convocata per fare chiarezza sulla crisi di Dante Labs, la società di biotecnologie che prometteva di trasformare l’Aquila in un polo della genomica europea. L’azienda, all’inizio della seduta, ha chiesto che l’incontro si tenesse a porte chiuse, senza la stampa, invocando la riservatezza di alcune questioni. Ma la Commissione ha scelto la seduta pubblica, nel nome della trasparenza e del diritto di cronaca.

In apertura, Riposati ha provato a dare una lettura quasi filosofica del tracollo: «Le aziende nascono, crescono, attraversano momenti buoni e altri difficili. È la vita delle imprese».

Insomma: è il capitalismo, bellezza.
Un ragionamento che pesa, pronunciato davanti ai rappresentanti di quarantacinque lavoratori che avanzano dal gruppo mesi di stipendi e Tfr. Tra licenziamenti, mancati rinnovi e dimissioni “per giusta causa”, restano solo cause aperte in tribunale, una decina di dipendenti a L’Aquila e uno nel Regno Unito.

Dopo l’invocazione al ciclo naturale delle imprese, Riposati però cambia registro. E accusa le istituzioni territoriali. Parla di “accreditamenti sanitari bloccati”, di “inerzie regionali” e di “opportunità perdute per mancanza di risposte dagli uffici”: «Non chiediamo soldi, ma collaborazione. Senza accreditamento la società non può operare nel mercato clinico e restiamo tagliati fuori».

Nel finale, il CEO passa anche all’attacco dei sindacati: «La richiesta di liquidazione coatta ha messo a rischio la sopravvivenza dell’azienda».

Immediata la replica Alessandra Marchionni, della Cgil dell’Aquila: «No, quella procedura serviva solo a tutelare i lavoratori. È l’unico modo per far intervenire il Fondo di garanzia Inps e permettere ai dipendenti di recuperare le spettanze. Se oggi Dante Labs è sull’orlo del fallimento, non è per colpa dei sindacati, ma di una gestione opaca e di scelte sbagliate».

Gli ex dipendenti, molti dei quali presenti in aula, hanno raccontato la lunga agonia dell’azienda.
«Mi hanno licenziato da un giorno all’altro – ha detto un ex tecnico – e non ho visto un euro”. “Ho due figlie piccole e nessuno ci ha dato spiegazioni. Ci hanno abbandonati» spiega un altro.
Fino ad agosto ci dicevano che tutto andava bene. Poi da un giorno all’altro i conti erano bloccati. La verità l’abbiamo scoperta solo dopo».

Restano un mistero le cause della crisi. Riposati, oltre al mancato accreditamento, che permetterebbe di lavorare anche commesse statali, ha evocato la crisi generale del settore biotech e delle indagini genetiche.

Spiegazione che non ha convinto i commissari, di centrodestra e centrosinistra. La consigliera Stefania Pezzopane ha dato voce all’indignazione generale: «Prima di parlare di nuovi accreditamenti vogliamo sapere dove sono finiti i soldi. Questa azienda ha ricevuto fondi e sostegni pubblici: chi ha controllato? È assurdo che oggi nessuno sappia dire perché sia crollata».

Nulla sembrano saperne in Regione Abruzzo. Gli uffici regionali, collegati in videoconferenza, sono rimasti alla procedura di licenziamento collettivo aperta nel 2024, poi ritirata a dicembre dello stesso anno: da allora “non ci sono più state comunicazioni ufficiali”. Tradotto: il silenzio.
Il Comune dell’Aquila non ha presentato né sindaco né assessori, assenti anche sul punto L’Aquila Capitale della Cultura che è stato rinviato.

La commissione si aggiornerà, anche con la richiesta di un nuovo approfondimento politico e tecnico in commissione regionale. Intanto restano i fatti: milioni di debiti, stipendi non pagati, contenziosi in corso con fornitori ed ex dipendenti e le promesse di risollevarsi in futuro.
Della start-up d’avanguardia però, sopravvive una struttura esausta, con la sensazione diffusa tra i consiglieri che la storia sia già scritta.

E con una domanda che incombe sullo sfondo: come si è arrivati a questa situazione? Il caso Dante Labs è emblematico di un capitalismo di start-up, basato su espansione rapida, marketing aggressivo, grandi supporti istituzionali e una comunicazione aziendale di successo. Oggi l’impressione di molti è che non tutto fosse così chiaro. Ma non è un caso isolato perché la vicenda si somma alle difficoltà di altre realtà, con parabole simili, come i cinesi di Zte, o il caso di Aura: situazioni che imporrebbero una riflessione politica più ampia.