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Referendum, chi li ha visti?

Referendum, chi li ha visti?
Referendum abrogativi: Cinque quesiti in arrivo a giugno, ma il vero ostacolo è il quorum. Riflessioni su cittadinanza, lavoro e astensione.

In un Paese dove si vota sempre meno, la democrazia diretta rischia di diventare una formalità. Ma c’è ancora qualcosa da salvare?

Il quorum è morto. Viva il quorum?
Prova a spiegare a un diciottenne che sta per votare per la prima volta cos’è un referendum abrogativo. Con un po’ di fortuna ti ascolta. Poi chiedigli perché dovrebbe andarci davvero. E lì inizia il vuoto. Quello dell’urna, certo, ma anche quello dell’interesse. L’8 e il 9 giugno saremo chiamati a decidere su cinque quesiti, uno sulla cittadinanza e quattro sul lavoro. O meglio: potremmo essere chiamati. Perché, come sempre più spesso accade, la vera partita non si gioca tra il sì e il no, ma tra chi ci va e chi resta a casa.

Il quorum – quella soglia del 50% + 1 degli aventi diritto – è diventato il vero ostacolo, la montagna da scalare a mani nude. Negli ultimi vent’anni, con l’eccezione del 2011, nessun referendum abrogativo ha raggiunto il traguardo. Non perché i temi siano irrilevanti. Ma perché la strategia è chiara: chi vuole affossare il quesito invita all’astensione. Funziona. E ormai ci abbiamo fatto l’abitudine.

Non si vota perché non si crede più nel voto. Ma il problema non è (solo) la sfiducia: è che la partecipazione costa fatica, mentre l’astensione è una forma di consumo passivo. E in un’epoca in cui tutto deve essere veloce, chiaro, pronto all’uso, anche la democrazia si piega al principio della minima fatica. Non c’è voglia di approfondire, leggere, capire. E, diciamolo, nemmeno tempo.

Chi si oppone al referendum – sia esso un partito, un comitato o una carica istituzionale – lo sa bene. Basta dire: “Non andate a votare”. Non è vietato dalla legge, ma è moralmente discutibile. Perché un sindaco, un ministro, un presidente dovrebbe incoraggiare la partecipazione, non sabotarla con l’astuzia del silenzio.

La spaccatura dentro il PD e l’ombra lunga del renzismo
Uno dei dettagli più rivelatori di questi referendum? Non è nei testi di legge, ma nei corridoi del Partito Democratico. I quattro quesiti sul lavoro spaccano il partito tra passato e presente: da una parte la segretaria Elly Schlein con la CGIL, dall’altra l’eredità riformista dell’epoca Renzi, quella che scrisse le norme oggi finite nel mirino.

Il quesito sulla cittadinanza: chi è “italiano”?

C’è un referendum che sembra meno ideologico, ma in realtà lo è più degli altri. Parliamo del quesito sulla cittadinanza, che propone di ridurre da dieci a cinque anni il tempo di residenza per i cittadini extracomunitari che vogliono diventare italiani. Un tema che riguarda milioni di persone… ma che paradossalmente non possono votare.

Qui non si discute solo di termini legali, ma di identità, di confini culturali, di appartenenza. L’Italia è un Paese che regala la cittadinanza a chi nasce da un italiano all’estero, ma la nega a chi nasce e cresce qui, se i genitori non sono cittadini. È un paradosso antico, ma ancora molto resistente.

Chi vuole cambiare le regole parla di inclusione, diritti, coerenza. Chi si oppone, più o meno apertamente, teme una pressione migratoria o un collasso dell’integrazione. Ma di nuovo: senza quorum, il dibattito è sterile. Non decide la maggioranza, ma l’indifferenza.

La trappola del quorum: riformare o eliminare?

Vale la pena porsi una domanda scomoda: ha ancora senso mantenere il quorum? Fu introdotto in un’epoca in cui votava il 95% degli italiani. Oggi sarebbe come disegnare le strisce pedonali in mezzo al raccordo anulare: un’idea civica, ma fuori luogo.

In nessun altro Paese democratico il referendum abrogativo ha un quorum simile. Eppure, da noi continua a esistere con il suo carico di paralisi. Lo si giustifica con la necessità di evitare “l’uso disinvolto” dello strumento referendario. Ma in realtà lo si usa così poco da risultare inoffensivo.

Forse è il momento di ripensarlo: o si toglie il quorum, oppure si trasforma il referendum in uno strumento consultivo con un significato politico e non vincolante. Altrimenti, ogni consultazione sarà un rito vuoto.

Che fare?

Tre strade. La prima è la più semplice (e quella più battuta): ignorare tutto, disertare le urne, delegare. Ma è anche quella che ci ha portato qui.

La seconda è andare a votare, ma con coscienza. Sforzarsi di capire i quesiti, di ascoltare chi ne parla con competenza e non solo per convenienza. È un atto civico, non una prova di militanza.

La terza, più ambiziosa: riformare l’istituto del referendum, renderlo più accessibile, più utile, meno soggetto a tattiche. Si può fare. Ma servono politica, visione, volontà.

Nel frattempo, chi crede ancora nella partecipazione dovrà rimboccarsi le maniche. Perché la vera sfida non è cambiare la legge. È far capire che votare, anche oggi, ha un senso.