L’AQUILA – Il sentore c’era. E alla fine l’ondata del No è arrivata puntuale, come un orologio svizzero. Il No alla riforma della Costituzione è intorno al 54%.
C’era incertezza, certo. Ma già ieri l’alta affluenza nelle città (oggi arrivate anche al 70% o oltre) – tradizionalmente più vicine alle forze di centrosinistra – aveva dato un’indicazione chiara, che si è materializzata nello scrutinio.
È una sconfitta per il Governo. La prima, determinata da una partecipazione ampia e ben oltre le attese della vigilia, al 60% circa. Un dato che ha allargato il corpo elettorale e reso il voto meno prevedibile rispetto agli schemi tradizionali.
Cosa accade ora?
“Se gli italiani si esprimono il risultato va accettato”, ha commentato a caldo Galeazzo Bignami, capogruppo di FdI alla Camera.
Giorgia Meloni aveva già chiarito nei mesi scorsi che non si sarebbe dimessa in caso di sconfitta. Ma le ripercussioni politiche ci saranno. Anche perché, tra le tre grandi riforme messe in campo dalla maggioranza – il premierato targato Fratelli d’Italia e il federalismo caro alla Lega – quella della giustizia appariva la più avanzata e, sulla carta, la più vicina al traguardo.
Voluta in particolare da Forza Italia, la riforma ha però mostrato crepe già durante la campagna. Negli ambienti della maggioranza, e soprattutto in Fratelli d’Italia, le lamentele sotterrane non sono mancate: agli alleati azzurri viene rimproverato di non aver spinto abbastanza per portare a casa il risultato. Un tentativo di ricompattare il fronte c’è stato, con l’intervento diretto della presidente del Consiglio nella campagna elettorale, ma probabilmente troppo tardi e nel pieno di tensioni interne, alimentate anche da polemiche come il caso Delmastro e dal caro gasolio che sicuramente avrà inciso. Non hanno aiutato, probabilmente, anche certe note sguaiate e poco istituzionali contro la magistratura, tirando in ballo episodi che non c’entravano nulla come la casa nel bosco.
Qualche testa, metaforicamente, potrebbe cadere. E qualche equilibrio interno alla coalizione rischia di incrinarsi.
La sconfitta, però, ha radici più profonde. I contenuti della riforma — almeno sulla carta — non erano lontani da sensibilità presenti anche nel centrosinistra e nella sua cultura giuridica. Ma il metodo ha pesato: una riforma approvata a maggioranza, senza un accordo largo, in un contesto internazionale complesso. Un terreno su cui gli elettori sembrano aver dato un segnale chiaro: le regole del gioco si cambiano insieme.
Dall’altro lato, c’è chi può festeggiare. La magistratura, che si è esposta direttamente nella campagna per il No, esce rafforzata dal risultato. Ma esce anche con una situazione complessa. Proprio questa esposizione apre un tema: il coinvolgimento diretto nel confronto politico rischia di pesare, nel medio periodo, sulla percezione del suo ruolo. Un dibattito già aperto, dentro e fuori l’Associazione nazionale magistrati.
Possono festeggiare anche la Cgil, protagonista della mobilitazione del No, e i partiti di centrosinistra — con l’eccezione di Azione, che ha sostenuto il Sì insieme ai Radicali, e forse a Italia Viva che ha lasciato libertà di voto. Ma la vittoria porta con sé anche una sfida: si è riusciti ad allargare la partecipazione su un tema specifico, senza candidati e senza una competizione politica tradizionale. Trasformare questo consenso in una proposta politica stabile resta un passaggio tutt’altro che scontato.
Infine, resta il nodo della giustizia. Che abbia bisogno di riforme è fuori discussione. Ma è altrettanto probabile che, dopo questo risultato, per un po’ nessuno vorrà metterci mano, e questo sarà comunque un problema per i cittadini.
Di seguito, la dichiarazione del Presidente di Confimprenditori, Stefano Ruvolo.
“Innanzitutto, ciò che balza immediatamente agli occhi è l’altissima percentuale di italiani che ha deciso di andare a votare, quasi il 60 per cento, come se si trattasse di una votazione politica.
A nulla, quindi, sono valsi gli sforzi della premier Meloni di non voler politicizzare questo voto. Gli italiani, quando sanno di poter contare, vanno volentieri alle urne. E questo dovrebbe aprire una riflessione più generale sulla necessità e l’urgenza di ridare al popolo la facoltà di scegliere da chi farsi rappresentare e non dover accettare passivamente i desiderata delle segreterie dei partiti.
La via maestra è la riforma elettorale con la reintroduzione delle preferenze e del proporzionale, come avviene per le elezioni europee
La vittoria del NO al referendum è stato quindi un chiaro segnale al governo, di cui Meloni, Tajani e Salvini dovrebbero prendere atto.
La Meloni ha dato prova di non convincere più la Nazione. Quando alle parole non seguono i fatti, si perde in credibilità. E questo è sotto gli occhi di tutti”.
REFERENDUM, GD ABRUZZO: “VINCE IL NO, SEGNALE FORTE CONTRO IL GOVERNO. UNDER30 DECISIVI. ORA COSTRUIRE L’ALTERNATIVA”
“Il risultato del voto non lascia dubbi: la magistratura e la giustizia non sono controllabili dal governo” E’ il primo commento di Saverio Gileno, segretario regionale dei Giovani Democratici dell’Abruzzo e Coordinatore nazionale della Segreteria.
“Si tratta di un dato politico importante, anche alla luce dell’alta affluenza, che va oltre il merito stesso della riforma. Gli italiani hanno voluto mandare un segnale chiaro: c’è scontentezza, c’è rabbia nei confronti dell’operato del governo e c’è soprattutto un grande bisogno di alternativa. Un dato ancora più significativo riguarda le nuove generazioni: tra gli under 30 il NO vince con oltre 20 punti di distacco, a dimostrazione di come questa vittoria passi anche dal grande apporto delle giovani e dei giovani. Da oggi deve partire un percorso politico serio con l’obiettivo di costruire una coalizione e un programma in vista delle elezioni politiche del 2027, aperto a tutte le forze che vogliono esserci. Serve realizzare un’alternativa che non sia solo contrapposizione, ma una credibile proposta di governo per il Paese” Prosegue Gileno.
“In questo risultato c’è anche il grande lavoro dei Giovani Democratici d’Abruzzo, che in queste settimane hanno animato una campagna capillare tra strade, piazze e mercati, parlando con le persone e riportando il confronto politico tra i cittadini. Un impegno che continuerà nei prossimi mesi, proprio in vista della costruzione di questa alternativa.Ora è il momento di dare risposte concrete: serve subito una legge strutturale per il voto fuorisede. L’onda dei fuorisede, che anche grazie al grande impegno dei Giovani Democratici hanno partecipato come rappresentanti di lista, è stata straordinaria e dimostra quanto sia forte la domanda di partecipazione delle nuove generazioni”.
“Anche in Abruzzo il NO ha vinto. È un segnale politico chiaro dopo sette anni di governo regionale del centrodestra a guida Marsilio. Anche qui deve aprirsi una nuova fase: costruire un’alternativa credibile, radicata nei territori e capace di rispondere ai bisogni reali dei cittadini e a difesa dei diritti e della Costituzione”.








