SULMONA – Era arrivato nel carcere di Sulmona con alle spalle una condanna per partecipazione ad associazione di tipo mafioso, per fatti commessi fuori dall’Abruzzo. Dopo aver scontato la pena, aveva deciso di rimanere in città. E proprio qui, secondo gli investigatori, sarebbe diventato il promotore di una nuova organizzazione criminale, alleandosi con chi già gestiva lo spaccio nella Valle Peligna.
È la vicenda al centro dell’operazione Metamorfosi, che il 3 novembre ha portato all’esecuzione di 20 misure cautelari nelle province dell’Aquila, Teramo, Bologna, Foggia e Napoli. L’indagine, avviata nel 2024 dalla Polizia di Stato e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia dell’Aquila, ha ricostruito un presunto sistema criminale dedito al traffico di cocaina, alle estorsioni e al riciclaggio, con l’aggravante del metodo mafioso, il 416bis, contestata nell’ambito dell’inchiesta.
L’uomo, legato alla criminalità organizzata siciliana, avrebbe mantenuto i rapporti con gli ambienti di provenienza anche dopo la scarcerazione. A Sulmona avrebbe trovato interlocutori tra gli spacciatori del territorio. Non uno scontro per conquistare le piazze, secondo la ricostruzione della Procura, ma un’alleanza. Da quell’incontro sarebbe nato un sodalizio autonomo, con una precisa divisione dei compiti e un giro d’affari stimato tra 180mila e 200mila euro al mese, fino a conquistare, secondo gli inquirenti, il monopolio dello spaccio di cocaina nella Valle Peligna.
La presenza del carcere, del resto, è da tempo un elemento particolare della vita cittadina. L’istituto ospita soprattutto detenuti dei circuiti di alta sicurezza, molti dei quali provenienti da altre regioni. Già in passato erano state sollevate preoccupazioni per l’insediamento a Sulmona di familiari di detenuti e per la permanenza sul territorio di persone tornate in libertà. Un fenomeno richiamato anche durante la conferenza stampa in Questura, ricordando le segnalazioni arrivate dai cittadini e dalla stampa locale. Stabilire la propria residenza nella città in cui si è scontata la pena non costituisce, naturalmente, alcun elemento di sospetto. In questo caso, però, gli inquirenti ritengono di aver ricostruito un preciso percorso di radicamento criminale.
Il mercato della cocaina sarebbe stato alimentato anche dai rapporti con un narcotrafficante albanese e con un esponente di un clan camorristico di Secondigliano. Ma soprattutto sarebbe stato difeso con la violenza. Aggressioni, minacce armate, estorsioni e attentati incendiari contro esponenti dei gruppi rivali avrebbero consentito all’organizzazione di imporsi sul territorio. Le intimidazioni, secondo l’accusa, avrebbero colpito persino gli appartenenti al sodalizio che non rispettavano le direttive. Gli investigatori hanno inoltre ricostruito la disponibilità di armi ed esplosivi e la progettazione di un attentato dinamitardo.
È in questo passaggio che il nome Metamorfosi sembra acquistare significato, non semplicemente una mafia arrivata da fuori, ma una criminalità locale che avrebbe cambiato struttura e metodi attraverso un’alleanza. Un’organizzazione diventata, secondo gli inquirenti, tanto influente da costituire un interlocutore anche per gruppi criminali provenienti da altre regioni.
Per due anni gli investigatori della SISCO dell’Aquila, la Sezione investigativa del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato, specializzata nel contrasto alla criminalità organizzata, hanno lavorato per ricostruire attività, gerarchie e flussi finanziari del sodalizio, individuando anche presunti meccanismi di riciclaggio e intestazioni fittizie. Un’indagine complessa, condotta sotto il coordinamento della Dda dell’Aquila, che ha richiesto una lunga attività investigativa sul territorio sulmonese.
Alla conferenza stampa in Questura, oltre procuratore capo Sgambati e al sostituo procuratore della DDA aquilana, Roberta D’Avolio, sono intervenuti anche i funzionari della SISCO aquilana e Marco Garofalo, dirigente della prima divisione del Servizio centrale operativo (SCO), che ha richiamato l’attenzione sulla capacità delle organizzazioni mafiose di insediarsi lontano dai territori d’origine, talvolta in maniera sommersa, altre volte attraverso forme particolarmente aggressive di violenza. Le accuse sono ancora al vaglio della magistratura e per tutti gli indagati vale la presunzione di innocenza.








