Un dolore sacro, che testimonia un amore che sbaraglia la morte

L’omelia del Cardinale Petrocchi, nella notte del 13° anniversario del sisma

di don Daniele Pinton | 06 Aprile 2022 @ 03:47 | CREDERE OGGI
dolore sacro
Print Friendly and PDF

L’Aquila. Un dolore sacro, che testimonia un amore che sbaraglia la morte. Questo, uno dei temi nodali dell’omelia del cardinale arcivescovo Giuseppe Petrocchi.

Al termine della Fiaccolata, nella ricorrenza del 13° anniversario del sisma che ha colpito la Città e il comprensorio di L’Aquila, la Chiesa aquilana, poco dopo la mezzanotte si è riunita in preghiera, per la celebrazione eucaristica in suffragio delle 309 vittime di quella terribile notte, nella Chiesa di S. Maria del Suffragio a Piazza Duomo a L’Aquila, dove sorge la Cappella della Memoria, dove sono scolpiti i nomi delle vittime e custoditi i loro volti, per non dimenticare.

La liturgia eucaristica, durante la quale, alla Preghiera Eucaristica, è stata data lettura dei 309 nomi delle vittime del sisma, presieduta dal cardinale arcivescovo Giuseppe Petrocchi, è stata concelebrata da una decina di sacerdoti della Vicaria urbana e animata dal Coro Diocesano Giovanile San Massimo.

Al termine della S. Messa la preghiera è continuata con l’adorazione silenziosa del Santissimo Sacramento fino alle ore 3,32 quando ha avuto luogo il rintocco dei 309 colpi della campana del Suffragio.

Il cardinale Petrocchi, durante l’omelia, ha ripercorso i vari momenti che hanno preceduto la celebrazione eucaristica, tra i quali la fiaccolata, ‘che ha visto, ancora una volta, la partecipazione commossa e corale della nostra gente’, ricordando che ‘si testimonia la Vita che non soccombe e si erge indomita: sfida la morte e nel duello esce vittoriosa. L’amore, infatti, ha la meglio sulla morte: non viene meno, non diminuisce col passare degli anni, ma si rafforza ogni giorno di più. La vostra presenza, carissime Sorelle e Fratelli, attesta efficacemente questo prodigio: è l’amore che ha l’ultima parola’.

Il Porporato, parlando della fiaccolata, ha affermato che ‘la luce delle torce, del vostro corteo, ha squarciato il buio della notte: questi bagliori anticipano la luce del giorno che scaccia ogni oscurità. Sono profezia del Sole che sorge. Nel Rito della Pasqua, la Risurrezione di Cristo è annunciata con l’accensione del Cero: la Chiesa proclama la “notte luminosa” in cui è uccisa la morte e trionfa la Vita’.

Proseguendo la sua riflessione su questo giorno di ricordo e di memoria della tragedia che ha colpito tredici anni fa, il Cardinale arcivescovo, ha ricordato che ‘le vittime del terremoto continuano ad abitare nei nostri pensieri, ed hanno stabile dimora nei nostri cuori. Per questo stasera li nominiamo tutti: uno ad uno. Non si tratta di “necrologio”, ma di un “appello”. Non sono “ex” concittadini e confratelli, ma restano a pieno titolo parte integrante della nostra Comunità ecclesiale e civile’.

Anticipando nel significato, ciò che è poi accaduto alle 3.32, con i 309 rintocchi della campana del Suffragio, il Cardinale Petrocchi ha affermato che ‘i tocchi delle campane non suonano a morto, ma diffondono la voce della risurrezione. Oggi, nella nostra preghiera, commemoriamo non solo quanti sono deceduti “sotto” la violenza devastante del sisma, ma anche le altre “vittime”, quelle del “dopo” terremoto: coloro, cioè, che sono deceduti a causa di patologie provocate da “traumi” postumi, connessi al sisma’.

Nella parte conclusiva della sua omelia, Petrocchi, si è soffermato sul dramma della guerra, affermando da parte della comunità aquilana che ‘le donne e gli uomini, i giovani e bambini della nostra gente, che hanno visto morire i loro cari, e hanno dovuto lasciare angosciati le loro case distrutte dal terremoto, ben capiscono il dramma dei profughi ucrainicostretti dalla furia insensata e omicida della guerra ad abbandonare le loro abitazioni e a cercare rifugio in altre nazioni.In questo dolore lacerante l’Aquila, Città-Martire, si sente Città-Sorella con Kiev, Mariupol, Kharkiv, Bucha, Irpin, Odessa, e con tutti i centri urbani o i villaggi colpiti dalla violenza sacrilega e devastante delle bombe. Per questo il Popolo aquilano – che ben conosce il patire, ma testimonia anche una tenace volontà di ricostruzione – prega per la pace, unito a Papa Francesco, ai credenti di tutte le confessioni e fedi religiose e agli uomini di buona volontà’.

Ecco il testo integrale dell’omelia pronunciata dal cardinale arcivescovo Giuseppe Petrocchi, durante la Messa, celebrata in occasione del 13° anniversario del terremoto, alla Chiesa di S. Maria del Suffragio, la notte del  6 aprile 2022.

 

Stiamo celebrando questa solenne liturgia nella ricorrenza del 13° anniversario del terremoto, che devastò L’Aquila e il suo territorio. Sappiamo che in ogni celebrazione eucaristica si rende presente la Pasqua di Gesù, cioè, la Sua morte e risurrezione. Questa messa conclude la fiaccolata, che ha visto, ancora una volta, la partecipazione commossa e corale della nostra gente. Non si tratta di una manifestazione solo evocativa e simbolica, ma di una testimonianza di fede, di amore e di speranza. Non si commemorano soltanto una tragedia sismica e le vittime che ha provocato, ma si testimonia la Vita che non soccombe e si erge indomita: sfida la morte e nel duello esce vittoriosa. L’amore, infatti, ha la meglio sulla morte: non viene meno, non diminuisce col passare degli anni, ma si rafforza ogni giorno di più. La vostra presenza, carissime Sorelle e Fratelli, attesta efficacemente questo prodigio: è l’amore che ha l’ultima parola.

La luce delle torce, del vostro corteo, ha squarciato il buio della notte: questi bagliori anticipano la luce del giorno che scaccia ogni oscurità. Sono profezia del Sole che sorge. Nel Rito della Pasqua, la Risurrezione di Cristo è annunciata con l’accensione del Cero: la Chiesa proclama la “notte luminosa” in cui è uccisa la morte e trionfa la Vita.

Proprio per questo, nelle pagine della storia di persone che si amano, la comparsa della morte non segna mai un “punto e basta”, ma un “punto e a capo”. Il legame che ha unito le persone non è reciso, ma è cambiato e viene “eternizzato”: ciò che “prima” era segnato dalla precarietà del tempo, ora porta il timbro indelebile del “per sempre”.

La logica della Pasqua, modifica la grammatica con cui è pensato l’evento della morte: quando si parla di una persona che è passata dal tempo all’eternità, non è giusto dire che “è scomparso”, ma doveroso affermare: “continua ad essere presente”; e l’espressione stridente: “estinto” o “non c’è più”, va sostituita con l’altra: “rimane ancora, anche se in modo diverso”.

Il prefazio, che recitiamo in questa liturgia, dichiara solennemente: “ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata”. La morte «non è uno sfacelo che tutto disperde e distrugge, ma un semplice passaggio e un cambiar vita»[1].

Le vittime del terremoto continuano ad abitare nei nostri pensieri, ed hanno stabile dimora nei nostri cuori. Per questo stasera li nominiamo tutti: uno ad uno. Non si tratta di “necrologio”, ma di un “appello”. Non sono “ex” concittadini e confratelli, ma restano a pieno titolo parte integrante della nostra Comunità ecclesiale e civile.

I tocchi delle campane non suonano a morto, ma diffondono la voce della risurrezione. Oggi, nella nostra preghiera, commemoriamo non solo quanti sono deceduti “sotto” la violenza devastante del sisma, ma anche le altre “vittime”, quelle del “dopo” terremoto: coloro, cioè, che sono deceduti a causa di patologie provocate da “traumi” postumi, connessi al sisma.

Come l’amore più grande è dare la vita per i propri amici (cfr. Gv 15, 13), così il dolore più grande è vedere morire le persone che si amano immensamente. A un genitore che ha perso un figlio non si può chiedere di non soffrire più, ma gli va chiesto di soffrire “bene”, con anima evangelica.   

La certezza della Pasqua non toglie il dolore su cui è impresso il sigillo del vincolo famigliare: ed è bene che sia così. Perché quel dolore è sacro. Testimonia un amore che sbaraglia morte, perché non si arrende e si spinge in avanti, nell’attesa del ricongiungimento. La separazione, infatti, è solo temporanea: costituisce una “pausa” che prepara l’abbraccio definitivo.

Gesù è disceso nel mare della sofferenza, fino a raggiungere il fondo dell’abisso. Ogni evento doloroso, per quanto grave e drammatico, si colloca a livelli meno profondi del Suo, che ha preso su di Sé tutto il dolore del mondo. In Lui, siamo partecipi gli uni degli altri, perché siamo “membra del Suo corpo” (Ef 5,30). La sofferenza non è più solo “tua” o solo “vostra, ma è “Sua” e perciò “nostra”: è portata insieme, “come” Chiesa, e “nella” Chiesa. La consolazione, che viene dallo Spirito, diventa “con-piangere”, ma anche “con-credere”: conduce a “collegarsi”, per grazia, con il Cielo, pur avanzando nel pellegrinaggio sulla terra.

Come tanti chicchi di grano formano un solo pane, nella mensa eucaristica, così tanti cuori, raccolti in Gesù, il crocifisso risorto, formano una sola offerta al Padre celeste, che assume questo dono fatto-Chiesa e lo colma con l’effusione del Suo Spirito: Spirito di Verità, di Amore, di Unità, di Letizia e di Pace.

«È con questa forza divina che gli uomini-di-comunione cooperano a costruire la cultura della solidarietà, della giustizia e della pace: in una parola, la civiltà dell’amore. Inoltre, attraverso questa instancabile e luminosa dedizione, sanno di affrettare (cfr. 2Pt 3,12) la venuta definitiva del Regno, nella certezza che “nulla, anche se imperfetto e provvisorio, di tutto ciò che si può e si deve realizzare mediante lo sforzo solidale di tutti e la grazia divina in un certo momento della storia, per rendere più umana la vita degli uomini, sarà perduto né sarà stato vano”» (SRS, n. 48).

Nel brano del Vangelo, che ci è stato annunciato, Gesù ci consegna una formidabile promessa: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero» (Gv 8,31-32.36). Liberi, dunque, qualunque cosa accada; liberi, pure “dentro” il dolore, perché accolto e valorizzato come una “risorsa salvifica”, se viene reso amore.

Ecco perché quelli che fanno-Pasqua con Gesù, anche in mezzo alle “fiamme” della tribolazione (come è avvenuto per Azaria e i suoi compagni, secondo il racconto del profeta Daniele), restano “illesi”, cioè non sono “consumati” dalla rabbia o dallo sconforto, e mantengono una “serenità profetica”, perché carica di speranza (cfr. Dn 3,49-50).

Le donne e gli uomini, i giovani e bambini della nostra gente, che hanno visto morire i loro cari, e hanno dovuto lasciare angosciati le loro case distrutte dal terremoto, ben capiscono il dramma dei profughi ucraini costretti dalla furia insensata e omicida della guerra ad abbandonare le loro abitazioni e a cercare rifugio in altre nazioni.

In questo dolore lacerante l’Aquila, Città-Martire, si sente Città-Sorella con Kiev, Mariupol, Kharkiv, Bucha, Irpin, Odessa, e con tutti i centri urbani o i villaggi colpiti dalla violenza sacrilega e devastante delle bombe.

Per questo il Popolo aquilano – che ben conosce il patire, ma testimonia anche una tenace volontà di ricostruzione – prega per la pace, unito a Papa Francesco, ai credenti di tutte le confessioni e fedi religiose e agli uomini di buona volontà.

In questi giorni sentiamo parlare, con accenti concitati, di allerta e di mobilitazione bellica: vogliamo rispondere alla brutalità barbara e feroce della guerra con l’“allerta” e la “mobilitazione” della solidarietà e della “com-passione”, creando una stretta catena di accoglienza, di amicizia e di condivisione. Siamo fiduciosi che dopo la bufera, tornerà a splendere il sole della riconciliazione e della fraternità: più luminoso e caldo di prima. Infatti, scrive Papa Francesco: «è il Risorto che ci dice, con una potenza che ci riempie di immensa fiducia e di fermissima speranza: “Io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5). Con Maria avanziamo fiduciosi verso questa promessa» (EG 287).

E proprio a Maria (che ha vissuto lo strazio di fissare lo sguardo su Gesù crocifisso, ma è anche la prima a gioire per averLo visto risorto) affidiamo tutti i popoli martoriati da conflitti armati: sia Lei – Madre, Maestra e Modello dei Credenti – ad insegnarci l’arte di vivere la storia con la forza trasformante della carità (segno distintivo dei figli di Dio) e a renderci costruttori perseveranti di pace, con la coerenza lungimirante e tenace di cittadini degni del Vangelo (cfr. Fil1,27).                                                                           

[1] Leone XIII, “Laetitiae sanctae”.

 


Print Friendly and PDF

TAGS