I LUOGHI DELLO SPIRITO | |

Sant’Equizio, patrono dell’Aquila, e contemporaneo dimenticato di San Benedetto

Sant’Equizio, patrono dell’Aquila, e contemporaneo dimenticato di San Benedetto
Sant'Equizio abate è uno dei patroni della città di L'Aquila, ricordato nel calendario liturgico l'11 agosto. Fondò numerosi monasteri maschili

Sant’Equizio abate è uno dei patroni della città di L’Aquila, ricordato nel calendario liturgico l’11 agosto. Fondò numerosi monasteri maschili e femminili nell’area della Valle dell’Aterno e della Sabina e fu precursore e ispiratore della regola di san Benedetto da Norcia

Tutti sappiamo che il movimento monastico in Occidente ha ricevuto il suo impulso da San Benedetto da Norcia e dalla sua regola basata sull’ora et labora, tanto da meritargli il titolo di patrono d’Europa. Ma se l’ordine benedettino ha contribuito in modo sostanziale alla crescita culturale, allo sviluppo artistico e all’assetto economico dell’Abruzzo, lo si deve a un altro monaco, forse meno celebre, ma non meno importante. Mentre Benedetto operò nel Lazio, lui si rivolse a quella che anticamente era la provincia Valeria, incuneata nel centro Italia fra l’Umbria a Nord, il Sannio a sud, la Campania a ovest e il Piceno a est, in origine abitata dai Sabini e dagli Equi, oggi corrispondente grosso modo alla provincia dell’Aquila con in più i territori di Norcia, Rieti e Tivoli. Ma chi è questo santo monaco? Si tratta di Sant’Equizio abate, il secondo protettore, in ordine cronologico, della città di L’Aquila, fondatore e organizzatore di numerose comunità monastiche maschili e femminili nell’area della Valle dell’Aterno e della Sabina. Il cuore della sua attività nell’amiternino era Pizzoli, dove fondò il monastero di San Lorenzo, del quale oggi rimane la chiesa, anche se in forme diverse. Equizio e Benedetto erano pressoché contemporanei, visto che i limiti della sua attività sono compresi tra il 480 ed il 550, un’età fra le più inquiete della storia della penisola con l’impero romano che in Occidente si era sfaldato da poco; i due, poi, condividevano la comune origine sabina, in quanto originari l’uno di Norcia, l’altro di Amiterno; infine, per entrambi l’unico che ne parla è il santo pontefice Gregorio Magno nei suoi Dialoghi, dove tesse un fervido elogio della santità dell’abate Equizio, ma dedica un intero libro alla vita di Benedetto da Norcia, garantendo a quest’ultimo fama imperitura. Mentre il giovane Benedetto si ritirava nella grotta del Sacro Speco di Subiaco, il movimento equiziano era già fiorente. Sfortuna volle che l’invasione longobarda portò alla distruzione e alla cancellazione di ogni traccia di tutte le sue fatiche.

La memoria liturgica di Sant’Equizio ricorre l’11 agosto, giorno in cui nel 1461, al tempo del cardinale Agnifili, le sue spoglie mortali vennero portate dal primitivo luogo di sepoltura – la chiesa di San Lorenzo a Marruci di Pizzoli – nella chiesa di San Lorenzo in L’Aquila nel quarto di San Pietro. La devozione degli aquilani era tale che Sant’Equizio è commemorato due volte: il 7 Marzo, giorno della sua nascita al cielo e l’11 agosto, data della solenne traslazione delle reliquie in città. Meritò così di essere elevato a compatrono della città e inserito nel gonfalone cittadino insieme a San Massimo di Aveia, San Pietro Celestino e San Bernardino da Siena. Il terremoto del 1703 danneggiò irrimediabilmente la chiesa di San Lorenzo e le reliquie del santo abate vennero custodite dal 1785 in un luogo più sicuro, dai Gesuiti a Santa Margherita, ove si trova una bella tavola dipinta che rappresenta Sant’Equizio nel tipico gesto del protettore, mentre stringe fra le sue mani e porta al cielo la città dell’Aquila. Un altro sisma, quello del 6 aprile 2009, ha reso inagibile la chiesa di Santa Margherita, così che le reliquie di Sant’Equizio hanno subìto un altro trasferimento e sono ritornate nella chiesa di San Lorenzo di Marruci a Pizzoli, in attesa di poter rientrare in città.

Sant’Equizio, patrono dell’Aquila, raccontato da San Gregorio

I primi secoli del monachesimo sulle montagne abruzzesi videro un insieme vario e frammentato di esperienze, non ancora inquadrabili in un vasto disegno e riferibili a iniziative private. Le aree montane non dovevano essere molto difficili da raggiungere da Roma, vista la rete viaria che le attraversava, come la Tiburtina-Valeria. Le uniche informazioni di questo periodo ci vengono dai Dialoghi di Gregorio Magno e riguardano principalmente l’attività di Equizio. In uno dei capitoli più lunghi di tutta l’opera, Gregorio lo pennella come un uomo bizzarro, umile e incolto, dal vestiario dimesso e spregevole – “l’aspetto era a tal punto misero che nessuno avrebbe risposto al suo saluto” – dedito al lavoro dei campi con i suoi monaci. evangelizzatore errabondo sul ronzino più misero del convento e protagonista di vicende dal forte colorito folklorico e di operazioni taumaturgiche. Al contempo, però, viene descritto come un santo di grande carisma, prima impegnato nella vita ascetica e poi nell’apostolato. Si spostava a cavallo e portava con sé i codici della Scrittura che prendevano in due sacche di pelle a destra e a sinistra: dovunque arrivava, “apriva la fonte delle Scritture e irrigava i prati delle anime“. Predicatore, pastore di anime e profeta, Equizio è soprattutto una figura popolare, rappresentante di una nuova idea religiosa, di una nuova chiesa “di popolo”, non fatta di preti e vescovi usciti, come da tradizione, dai ranghi dell’aristocrazia ed educati secondo il modello greco e latino, preparati fin da subito all’esercizio del potere. Una chiesa, invece, fatta di uomini di Dio, come Equizio, portatore dello Spirito e destinato a rinnovare il vecchio cristianesimo romano per farlo nuovo, più libero e aperto ad ogni strato sociale.

Vale la pena accennare ad alcuni gustosi episodi ricordati nei Dialoghi. Il mago Basilio fuggì da Roma travestito da monaco e si diresse dall’abate Equizio. Osservandolo bene, si rese conto che gli veniva raccomandato non un monaco, ma un “diavolo“. La sua presenza scatenò in un monastero femminile febbre e deliri in una delle vergini e solo quando Equizio scacciò il mago, il male cessò di tormentare la giovane. Un altro raccontino, quello della monaca e la lattuga, è tra quelli di più scoperto gusto naïf, tanto che l’episodio venne citato da Auerbach come esempio di stile popolare medievale. La monaca cade stecchita per aver mangiato una lattuga non benedetta dal segno della croce, avendo trascurato la norma che imponeva all’abate di benedire ogni cibo distribuito a mensa.

A chi criticava il santo abate per non aver ottenuto dal Papa la licenza di predicare, Equizio rispondeva che una notte in visione gli era apparo un giovane di bell’aspetto, che gli aveva messo sulla lingua “un flebotomo“, uno strumento medico usato come bisturi per le incisioni. E quel giovane gli aveva ordinato: “Esci e predica“. Così da quel giorno non poteva se non parlare di Dio. I due episodi del chierico Giuliano e del suo servo arrogante, mandati a prelevare Equizio e portarlo a Roma, mostrano quale forza misteriosa si celasse nell’umile contadino contro le pretese del clero urbano e intrigante: entrambi, tremanti, cadono a terra ai suoi piedi, mentre il monaco incede tranquillo calzando le scarpe chiodate da contadino e portando sulla spalla la falce per tagliare il fieno. Il trio non fece in tempo ad arrivare a Roma: un corriere arrivò frettolosamente a comunicare che il pontefice si era molto spaventato per una visione, che gli rimproverava la presunzione di aver convocato a giudizio l’uomo di Dio Equizio. Nota Gregorio, la Chiesa può sbagliare anche nel suo stesso capo, il papa: la facilità con la quale è stato possibile adularlo e forzarlo, dimostra che siamo uomini e lo rimaniamo anche al vertice della Chiesa.

La forza del santo opera da morto non meno che da vivo. Quando un contadino poggia maldestramente una cassa di frumento sulla tomba di Equizio, si alza un vento improvviso che scaraventa la cassa e spazza via il frumento. Al tempo dell’invasione dei Longobardi, quando entrarono nell’oratorio di San Lorenzo – presumibilmente quello di Pizzoli – per uccidere i monaci che vi avevano trovato riparo, uno di essi supplicò Equizio che li liberasse:

a quelle parole i soldati Longobardi caddero a terra tormentati da un demonio, finché coloro che stavano fuori capirono che non dovevano profanare quel luogo sacro. Così il santo abate Equizio difese i suoi discepoli e continuò a offrire salute e protezione quanti si recavano presso la sua tomba in quel luogo, in virtù dei suoi resti mortali.

Il movimento monastico da lui fondato comprendeva numerosi monasteri, la cui collocazione, purtroppo, ci rimane pressocché sconosciuta. Nel territorio aquilano sembra che molte siano state le chiese edificate dai monaci equiziani: oltre a San Lorenzo, l’Abbazia di S. Benedetto e la Grancia di S. Severo in Arischia, la chiesa di S. Maria Assunta in Assergi e molto probabilmente Santo Stefano a Monte di Pizzoli. I monaci equiziani dovettero espandersi in tutto il centro Italia, ma finirono con l’essere assorbito dal nascente monachesimo benedettino. Alla provincia Valeria e all’Abruzzo (Amiternum in particolare) rimane però il vanto di aver preparato, come promettente aurora, la via al radioso cammino di San Benedetto da Norcia, che avrebbe avuto felice e feconda diffusione in tutt’Europa.