Sui passi di Equizio di Amiterno e le montagne abruzzesi

di Fausto D’Addario | 20 Novembre 2022 @ 06:00 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
sant'equizio
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La natura montuosa dell’Abruzzo, specialmente la parte a più immediato contatto con Roma, era una meta preferita da parte degli eremiti del posto – tra questi Sant’Equizio, uno dei patroni de L’Aquila – ma anche dagli asceti che trovavano a Roma un ambiente non proprio edificante e per questo si dirigevano verso la montagna più vicina, quella abruzzese, più tranquilla e confacente alla vita contemplativa.

La Majella fu sempre una meta ricercata per i luoghi solitari e l’elevazione spirituale. Lo stesso Petrarca la celebrava come uno di quei luoghi da cui scaturiscono le fonti della santità, come delle montagne sgorgano i ruscelli e i fiumi. Con il Tibet e la Cappadocia, condivide il primato di luogo montuoso con la maggior concentrazione di luoghi di culto: si sono contate ben 85 località eremitiche in Abruzzo, sparse tra la Majella, il Morrone e il massiccio del Gran Sasso.

Questo perché nella nostra, come nella maggior parte delle religioni, la montagna gioca un ruolo essenziale: è un punto di contatto tra il cielo e la terra, tra uomini e ed esseri divini. L’altezza delle sue cime, che penetrano le nuvole, evoca il contatto con la trascendenza e diventano scale verso il cielo; già nella Bibbia le montagne sono luoghi privilegiati delle apparizioni divine. Per avvicinarsi a Dio bisognava salire sul monte, spesso attraversando luoghi impervi e scoscesi, in un’ascesa che era anche ascensione spirituale. La natura incontaminata e la bellezza dei luoghi che si aprivano agli occhi di questi solitari davano l’impressione di trovarsi in un nuovo Eden, un’anticipazione terrestre del paradiso: era un ambiente ideale per la santificazione degli eremiti e dei monaci. E gli stessi luoghi divenivano santi, perché l’uomo di Dio che qui si era insediato, diventava mediatore tra Lui e gli uomini. Spesso la devozione prendeva poi la forma di un monumento o di un santuario, dove il carisma del santo poteva continuare a manifestarsi.

Ora l’Abruzzo, nella suddivisione romana dell’Italia, si trovava nella Regio IV e poi sarebbe entrato a far parte della provincia Valeria. Secondo Paolo Diacono questa si estendeva in una vasta porzione dell’Italia centrale, che toccava le attuali regioni Abruzzo, Marche, Umbria, Lazio e Campania. Saranno proprio queste aree della Valeria a popolarsi dei santi che precedettero l’arrivo di Benedetto. Sull’origine del monachesimo abruzzese testimone d’eccezione sono i Dialogi di papa Gregorio Magno (590-604), che dà un ritratto vario e frammentato dei fiori di santità di quest’epoca nella provincia Valeria. Gregorio, che dovette basarsi su racconti di testimoni diretti, ricorda in particolare la figura del monaco Equizio. Iniziatore delle prime forme di vita monastica in comune, Equizio operò nel territorio di Amiternum, l’antica città romana che sorgeva nei pressi dell’Aquila. Visse in un arco di tempo compreso tra il 480 e il 550, praticamente contemporaneo al più celebre Benedetto. Entrambi condividevano la comune origine sabina: il primo nativo di Amiterno e il secondo di Norcia. Equizio fondò comunità, sia maschili che femminili, anche se della maggior parte si sono perdute le tracce. Le indicazioni fornite da papa Gregorio non bastano però a localizzare precisamente i siti, che comunque erano posti nell’aquilano; la provincia Valeria era molto vasta, perciò non è da escludere che questi monasteri fossero in altri territori vicini. Si possono comunque menzionare Sant’Equizio, poi San Benedetto di Pizzoli, San Mauro di Amiterno, Santa Maria ad Silicem di Assergi, San Nicola di San Vittorino, Santa Maria in Lauriano.

Dunque quando il fondatore del monachesimo occidentale, Benedetto, lascia la città di Roma e prende la via della grotta di Subiaco, aveva intorno a sé un apostolato monastico creato da Equizio in pieno vigore e ben radicato. Giustamente ci si è domandati: poteva Benedetto ignorare l’esempio di Equizio, così celebre nella provincia Valeria e così vicino a Subiaco? Non è da escludere che il santo di Norcia abbia derivato da questi monasteri la sua ispirazione, concependo e maturando quella regola che avrebbe poi dato definitiva organizzazione al monachesimo occidentale. Del resto questo movimento monastico fu tanto importante che il suo influsso arrivò fino a Roma: Papa Bonifacio IV – abruzzese di nascita – trasformò infatti la sua dimora in un monastero prima di essere elevato al soglio pontificio (608-615), mentre Valenzione, che veniva da un monastero equiziano, diventò abate del monastero di Sant’Andrea sul colle Celio, che non era stata nient’altro che la casa di Gregorio magno. Tuttavia il movimento ben presto esaurì la sua forza, sia perché si reggeva sul carisma del fondatore, sia per le devastazioni della imminente invasione longobarda.

Sarà solo con Benedetto che il monachesimo ricevette un impulso determinante, a partire dall’esperienza eremitica in una grotta di Subiaco, il Sacro Speco. Anche qui una montagna, anche qui una grotta. Ma Gesù non era forse nato in una grotta a Betlemme, dove il Verbo di Dio si era manifestato nel suo splendore? E dopo la sua passione, Gesù non era stato collocato in una tomba ricavata, in una grotta, da dove era scaturita la luce della resurrezione?


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