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Orso marsicano, via libera al Piano d’azione 2026-2028

ORSO MARSICANO
Orso marsicano, approvato il PATOM 2026-2028: azioni urgenti per ridurre la mortalità, aumentare la popolazione e garantire la sopravvivenza della specie nell’Appennino centrale

Orso marsicano, approvato il PATOM 2026-2028: azioni urgenti per ridurre la mortalità, aumentare la popolazione e garantire la sopravvivenza della specie nell’Appennino centrale

L’approvazione del Piano d’Azione nazionale per la Tutela dell’Orso bruno marsicano (PATOM) per il triennio 2026-2028 rappresenta un passaggio strategico per la conservazione di una specie di elevato valore ecologico e simbolico, la cui sopravvivenza nell’Appennino centrale è oggi fortemente minacciata. Il piano, frutto di un articolato percorso scientifico e istituzionale condiviso tra enti pubblici, università e aree protette, mira a tradurre le conoscenze acquisite in interventi concreti e coordinati, riconoscendo la necessità di integrare evidenze scientifiche e azioni operative efficaci all’interno di un sistema complesso in cui interagiscono componenti ecologiche, sociali ed economiche.

La condizione dell’orso marsicano è il punto di partenza, e insieme il nodo più drammatico. Parliamo di una popolazione minuscola, confinata per lo più nel territorio del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e nelle aree limitrofe, con numeri che oscillano attorno a poche decine di individui. Le stime più affidabili indicano circa 40-50 orsi nell’area centrale. Numeri che, da soli, raccontano la precarietà di questa sottospecie, isolata geneticamente da centinaia e centinaia di anni e dunque unica e irripetibile. In termini biologici, ogni perdita pesa enormemente; in termini simbolici, ogni scomparsa avvicina un possibile punto di non ritorno.

Il piano individua con chiarezza le urgenze, e la più evidente è la mortalità causata dall’uomo. Non si tratta purtroppo di un rischio astratto, ma di una realtà documentata: la stragrande maggioranza dei decessi noti è legata direttamente o indirettamente alle attività umane, tra bracconaggio, avvelenamenti, incidenti stradali o ferroviari e uccisioni accidentali durante la caccia. In una popolazione così ridotta, anche pochi individui persi ogni anno possono compromettere la stabilità demografica, soprattutto quando a morire sono femmine adulte, fondamentali per la riproduzione. La tutela dell’orso, dunque, passa prima di tutto dalla riduzione drastica di queste cause di morte, attraverso controlli più efficaci, prevenzione e una presenza più incisiva sul territorio.

Ma proteggere non basta: il PATOM insiste sulla necessità di far crescere la popolazione e di favorirne l’espansione. Ed è qui che emerge uno dei paradossi più evidenti. L’orso marsicano vive oggi in un’area relativamente ristretta, ma attorno a quel nucleo esiste un territorio molto più ampio, potenzialmente idoneo, che si estende per migliaia di chilometri quadrati nell’Appennino centrale. Eppure questo spazio resta in gran parte inutilizzato. Il problema non è quindi solo biologico, ma anche ecologico e territoriale: garantire connessioni, ridurre le barriere, rendere questi ambienti realmente accessibili e sicuri per l’orso significa offrirgli la possibilità di uscire dalla sua condizione di isolamento.

In questo scenario, il rapporto con l’uomo diventa decisivo. L’orso marsicano non vive in una wilderness incontaminata, ma in un paesaggio abitato, dove pascoli, coltivazioni e attività umane sono parte integrante dell’ecosistema. I conflitti sono inevitabili: predazioni sul bestiame, danni agli apiari, incursioni nei centri abitati. Il piano riconosce che la conservazione non può essere imposta dall’alto, ma deve costruirsi attraverso il consenso delle comunità locali. Per questo accanto alle misure di tutela compaiono strumenti come indennizzi, prevenzione dei danni, gestione dei rifiuti e sensibilizzazione. È una sfida culturale prima ancora che tecnica: trasformare l’orso da problema a risorsa, da minaccia percepita a elemento identitario del territorio.

Un altro elemento cruciale è il coordinamento. La storia della conservazione in Italia è spesso segnata da frammentazione e sovrapposizione di competenze, e proprio questo è stato uno dei limiti principali nell’attuazione dei piani precedenti. L’orso, però, non conosce confini amministrativi: si muove tra regioni, attraversa parchi, utilizza territori diversi. Il nuovo accordo tra Abruzzo, Lazio e Molise, insieme ai parchi nazionali e al sistema forestale, rappresenta un tentativo concreto di superare questa frammentazione, costruendo una governance più coerente e integrata. È una condizione indispensabile perché le azioni previste non restino, ancora una volta, sulla carta.

Accanto alla gestione operativa, il PATOM assegna un ruolo centrale alla ricerca scientifica e al monitoraggio. Negli ultimi anni, grazie a tecniche come l’analisi genetica non invasiva, è stato possibile ottenere stime più affidabili e comprendere meglio la struttura della popolazione. Ma la conoscenza deve essere continua, aggiornata, capace di orientare le decisioni. Il piano prevede verifiche periodiche e una certa flessibilità, riconoscendo che la conservazione è un processo dinamico, che deve adattarsi ai cambiamenti e alle nuove informazioni .

In fondo, il senso più profondo del PATOM sta proprio qui: nella consapevolezza che salvare l’orso marsicano significa intervenire su un equilibrio complesso, dove ogni elemento – dalla sicurezza delle strade alla gestione dei rifiuti, dalla cultura locale alle politiche regionali – può fare la differenza. L’orso diventa così una specie “ombrello”, la cui tutela produce effetti a cascata su interi ecosistemi, e al tempo stesso una specie “bandiera”, capace di mobilitare attenzione e risorse anche per altri interventi su altre specie.

Il triennio 2026-2028 sarà dunque decisivo per il rapporto tra l’uomo e la natura, tra sviluppo e conservazione. E in questo fragile equilibrio, il destino dell’orso marsicano resta appeso a una domanda semplice e radicale: se siamo davvero disposti a lasciargli spazio per continuare a esistere.