Nel 1902, nei sotterranei del Castello dell’Aquila, venne trovato un ambiente chiuso e murato con numerosi corpi mummificati. I materiali disponibili collegano la conservazione dei resti al clima secco e ventilato della fortezza, condizioni che avrebbero favorito una mummificazione naturale. Il ritrovamento viene descritto come avvenuto in un locale sotterraneo sigillato, probabilmente legato alla vecchia area funeraria di Santa Barbara.
La quantità iniziale dei resti è indicata come molto elevata: le fonti parlano di centinaia di corpi mummificati nei sotterranei del Castello. La maggior parte venne poi risepolta nel cimitero cittadino. Solo quattro mummie furono conservate e divennero oggetto di studio.
Il collegamento con la cappella di Santa Barbara compare nei materiali come ipotesi riferita alla funzione funeraria di quegli ambienti. I testi non permettono però di ricostruire in modo definitivo la destinazione originaria del locale murato né la sequenza completa degli spostamenti dei resti dopo la scoperta.

Le quattro mummie conservate
Le quattro mummie del Castello dell’Aquila oggi note nelle fonti scientifiche sono due individui femminili adulti e due infanti, uno maschio e una femmina. Furono rinvenute nel 1902 e datate tramite analisi radiometriche tra il 1499 e il 1617 d.C.
Le due donne adulte vengono descritte come individui femminili di età adulta, mummificati naturalmente nei sotterranei del Castello. Anche i due infanti risultano conservati per effetto delle condizioni ambientali secche e ventilate.
Le fonti non usano sempre la stessa terminologia: alcuni materiali parlano di “due infanti”, altri di “due bambini” o “due subadulti”. La documentazione disponibile non consente di uniformare queste definizioni senza forzare i dati.
Le fonti accademiche concordano sul numero di quattro mummie provenienti dal Castello dell’Aquila e sulla datazione compresa tra 1499 e 1617 d.C. Un articolo scientifico pubblicato su Museologia Scientifica riporta il ritrovamento nel 1902 e la collocazione cronologica ottenuta tramite datazione radiometrica.
Un abstract accademico dell’Università di Chieti riprende gli stessi dati e distingue le mummie aquilane da altri resti presenti nella collezione museale, tra cui il “bambino Celano” e reperti provenienti da Sant’Eusanio Forconese.
Una pubblicazione dell’Università di Torino cita il caso come quello delle “mummie naturali del castello cinquecentesco dell’Aquila” e richiama una collezione originaria molto più ampia, stimata in circa un centinaio di corpi. La stessa fonte non chiarisce quanti resti siano stati conservati altrove oltre ai quattro individui studiati.

Dove si trovano oggi
Le quattro mummie conservate risultano oggi al Museo Universitario di Chieti. Sono esposte nella sezione “Mummie: un archivio biologico”, insieme ai dati scientifici relativi agli studi antropologici e patologici condotti sui resti.
L’esposizione viene descritta come rispettosa della natura dei reperti: le mummie sono seminascoste, accompagnate da pannelli informativi sui risultati delle analisi. Fanno parte di una collezione più ampia di nove mummie abruzzesi, distinta dai resti provenienti da altri luoghi della regione.
Nei materiali compare una differenza terminologica tra “Museo Universitario di Chieti” e “Museo di Scienze biomediche dell’Università di Chieti”. I testi disponibili non chiariscono se le due definizioni indichino la stessa sede, un settore del museo o denominazioni usate in contesti diversi.
Il caso delle mummie del Castello dell’Aquila resta documentato da fonti giornalistiche, divulgative e accademiche. I punti più solidi riguardano l’anno del ritrovamento, il 1902, il numero delle mummie conservate, quattro, la composizione antropologica dei reperti e la datazione radiometrica tra la fine del Quattrocento e il primo Seicento.
Restano meno definiti alcuni passaggi: la quantità esatta dei corpi rinvenuti, la ricostruzione completa della scoperta, la destinazione di tutti i resti dopo la risepoltura e la terminologia museale usata per indicare la sede di conservazione. Su questi punti, i materiali disponibili non autorizzano una ricostruzione unica.









