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La Sala Baiocco, quando L’Aquila sognava in stile Liberty

La Sala Baiocco tra re, artisti e borghesia nell’elegante Belle Époque aquilana

La Sala Baiocco, quando L’Aquila sognava in stile Liberty
La raffinata Sala Baiocco è più di un semplice spazio architettonico: è come una stanza dell’anima collettiva della città

L’Aquila – Grazie al lavoro condiviso con l’Associazione L’Aquila Young aprirà per L’Aquila Capitale della Cultura uno dei luoghi più rappresentativi della città. È la raffinata Sala Baiocco, che è più di un semplice spazio architettonico: è come una stanza dell’anima collettiva della città, dove si percepisce ancora, quasi fisicamente, il riverbero di voci educate, il fruscio delle conversazioni, il tintinnio dei calici e la musica allegra che, un tempo, facevano da colonna sonora all’età più elegante dell’Aquila.

Siamo tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. L’Italia è giovane, l’Abruzzo fatica ma non resta indietro, e L’Aquila vive un fermento culturale sorprendente. La borghesia emergente vuole mostrarsi, raccontare la dignità conquistata anche attraverso l’architettura, gli stucchi, l’arte. È il tempo del Liberty, del gusto nuovo che si affianca all’eclettismo e ai richiami storicistici. Fuori dalla città consolidata sorgono ville eleganti; dentro, lungo corso Vittorio Emanuele, prende forma uno dei simboli più raffinati di quell’epoca: l’Albergo Italia e, nel suo cuore pulsante, la Sala Baiocco.

Immaginatela allora, inaugurata nel 1895 in pompa magna, alla presenza di re Umberto I e della regina Margherita, affascinata dai merletti del tombolo aquilano esposti nelle sale. L’Albergo Italia era il più rinomato dell’Abruzzo e anche tra i più moderni del Centro Italia: servizi igienici in ogni camera, sale per banchetti, un atrio per la musica. Un lusso autentico. La Sala Baiocco ne era il salotto buono, il luogo dove la società aquilana della Belle Époque si ritrovava e progettava il futuro.

Dal punto di vista architettonico è un piccolo mondo complesso e armonico. L’interno è diviso in due grandi spazi da coppie di colonne binate. Uno, a doppia altezza, è coperto da una volta a padiglione con lunette, con un camminamento superiore protetto da ringhiere in ferro finemente decorate; l’altro, di pari ampiezza, ha un soffitto piano dagli angoli curvi, scandito da colonne singole. Tutto dialoga: colonne, trabeazioni, nicchie, cornici. Tutto è parte di di un’armonia architettonica che unisce funzione e bellezza.

E poi ci sono loro, gli artefici silenziosi di tanta bellezza: Giovanni e Bernardino Feneziani, scultori e decoratori nativi di San Pio delle Camere, formatisi alla Scuola di Arti e Mestieri di Teofilo Patini. I Feneziani sono praticamente ovunque nell’Abruzzo interno di quegli anni: chiese, santuari, teatri, palazzi civili. Partono da un solido eclettismo di fine Ottocento, passano per il neorinascimento e il neobarocco, fino ad abbracciare con grazia i motivi floreali e vegetali del Liberty. Nella Sala Baiocco firmano tutti gli stucchi: un lavoro corale, raffinato, che oggi come allora ci fa stare col naso all’insù.

Sui muri e sulle volte prende forma la pittura. Teofilo Patini, anima inquieta e modernissima, realizza la tela centrale con il baccante; i suoi allievi Carlo Patrignani e Amedeo Tedeschi dipingono i putti, leggeri e simbolici. Allegorie campestri, figure sinuose, colori delicati: il simbolismo entra in città con passo elegante e ma lascia il segno. Patini era di casa qui, portava i suoi studenti, trasformava la sala in un laboratorio vivo di esperienze artistiche. C’è poi il salottino del piano superiore, con fiori stilizzati su fondo verde pallido, il soffitto in vetro, le volte scolpite con svariati simboli, affacciato sulla sala come un balcone discreto. Luoghi pensati per l’incontro, per la conversazione lenta, per quell’arte del tempo che oggi sembra perduta.

Negli anni, la Sala Baiocco cambia funzione: diventa spazio di ristorazione, ospita serate musicali, vede passare mode e generazioni. Ma non perde mai la sua anima. È uno di quei luoghi che raccontano meglio di qualsiasi monumento la vita quotidiana di una città, i suoi riti sociali, le ambizioni, i sogni. Perché la grandezza di una comunità si misura anche nei suoi salotti, negli spazi “comuni” dove si forma l’identità collettiva.

Oggi, dopo il sisma e grazie ai pazienti lavori di restauro, l’Albergo Italia e la Sala Baiocco sono tornati a vivere. Quattro piani che speriamo torneranno ad essere pienamente fruibili, un terrazzo che guarda i tetti dell’Aquila, con la cupola di San Bernardino e il Gran Sasso. È come se quel passato elegante non fosse mai andato via del tutto, ma avesse solo atteso il momento giusto per riaffacciarsi.

E allora sì, entrando nella Sala Baiocco, un po’ di nostalgia arriva. Ma è una nostalgia buona, perché è il ricordo di una bella pagina di storia aquilana, di quando L’Aquila sapeva essere moderna senza rinnegare la sua storia. Una stanza che continua a dirci, sottovoce, chi siamo stati. E forse, chi possiamo ancora essere.