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“Due etti di sonetti, che faccio, lascio?”. Il rapporto Symbola sul valore della cultura

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Nel 2025 crescono valore aggiunto e occupazione nel sistema produttivo culturale e creativo, rispettivamente 115,8 miliardi di euro (+3,3% rispetto al 2024) e 1,5 milioni di addetti (5,7% dell'occupazione complessiva del Paese).

L’AQUILA – Cosa lascia davvero la cultura a un territorio? È la domanda alla quale prova a rispondere il rapporto “Io sono Cultura 2026“, presentato ieri, da Fondazione Symbola, Unioncamere, Deloitte e Centro Studi Guglielmo Tagliacarne. Non è un rapporto dedicato a L’Aquila, né intende esprimere giudizi sull’anno da Capitale italiana della Cultura, i cui bilanci potranno essere tracciati al termine del 2026. Il rapporto però affronta un tema che, nelle ultime settimane, è entrato con forza anche nel dibattito cittadino: quale eredità lasciano gli eventi culturali?

La discussione, riaccesa anche dalle polemiche sulla mostra temporanea di JR, si è concentrata soprattutto sul concetto di lascito materiale, e la critica si è orientata soprattutto sul tema dell’effimero di una mostra o di un concerto come quello tanto atteso di Piovani domani a San Bernardino. Il rapporto, che segnale anche le criticità del settore, invita comunque ad allargare lo sguardo. La cultura, sostiene, non produce valore soltanto quando lascia un’opera permanente, ma anche quando genera occupazione, imprese, competenze, progettazione e attrattività.

I numeri, almeno per l’Abruzzo, parlano intanto di un trend positivo. Nel 2025 il sistema produttivo culturale e creativo regionale ha fatto registrare una crescita del 3,4% del valore aggiunto, mentre il Core Cultura, cioè il nucleo delle attività strettamente culturali e creative, è cresciuto del 4,9%, superando la media nazionale del 3,3%. Rispetto al 2021, l’incremento raggiunge il 30,9% per l’intero comparto e il 42,8% per il Core Cultura. Anche l’occupazione è aumentata: +8,5% nel sistema culturale complessivo e +13,7% nelle attività culturali in senso stretto.

Il rapporto considera cultura non soltanto musei, teatri o spettacoli, ma un sistema che comprende editoria, audiovisivo, cinema, musica, gestione del patrimonio storico, software, videogiochi, architettura e design, oltre a tutte quelle imprese che fanno della creatività uno strumento di innovazione anche in altri settori economici.

In Abruzzo il comparto più rilevante è architettura e design, che rappresenta il 27,6% del valore aggiunto culturale regionale. Seguono editoria e stampa con il 23,8% e software e videogiochi con il 13,8%. Dietro questi numeri ci sono studi professionali, imprese, progettisti, sviluppatori, tecnici, grafici, comunicatori e operatori culturali che trasformano la creatività in lavoro e ricchezza.

È in questa prospettiva che il rapporto propone una riflessione che sarà utile per misurare anche l’impatto di L’Aquila 2026. Se il bilancio dell’anno da Capitale italiana della Cultura sarà possibile soltanto alla fine del 2026, bisogna intanto riconoscere che esiste anche un’altra forma di lascito: quella fatta di competenze, occupazione, filiere produttive, imprese culturali, capacità organizzativa e attrattività che andranno misurate. Un patrimonio meno visibile di un edificio, ma che il rapporto prova a misurare e che, secondo gli autori, rappresenta oggi una componente essenziale dello sviluppo economico dei territori.

Il moltiplicatore economico della cultura

Gli autori parlano di effetto moltiplicatore: la cultura non genera valore soltanto al proprio interno, ma lo diffonde nell’intera economia. Ogni euro di valore aggiunto prodotto dalla filiera culturale e creativa ne attiva infatti, in media, altri 1,7 in altri comparti, dal turismo alla ristorazione, dai trasporti al commercio, fino ai servizi e alla manifattura. Così, ai 115,8 miliardi di euro prodotti direttamente dal settore corrisponde un impatto complessivo di oltre 309 miliardi di euro, pari al 15,4% della ricchezza nazionale.

Non tutti i comparti hanno la stessa capacità di generare ricadute. A trainare sono soprattutto la gestione del patrimonio storico e culturale, le arti performative e visive e la comunicazione, che presentano gli effetti moltiplicatori più elevati. È la dimostrazione che un museo, un festival, una mostra o uno spettacolo non esauriscono il proprio valore nei biglietti venduti, ma mettono in moto un sistema economico più ampio.