La ricerca della forma fisica perfetta può celare insidie inaspettate. Secondo una recente indagine dell’Osservatorio DCA Serenis Nutrizione, per molti pazienti la richiesta di una semplice dieta dimagrante rappresenta in realtà la punta dell’iceberg di un malessere più profondo. Purtroppo, il passaggio cruciale verso un supporto psicologico fatica a concretizzarsi, bloccandosi spesso a metà strada.
I numeri del fenomeno in sintesi
I dati raccolti dai professionisti disegnano un quadro su cui riflettere:
- Il 54% dei nutrizionisti rileva segnali di un rapporto disfunzionale con il cibo in almeno 5 pazienti su 10 che si presentano per perdere peso.
- L’88% indica come sintomo principale il famigerato “effetto yo-yo”, ossia una storia di diete ripetute con successiva e costante ripresa dei chili.
- Due professionisti su tre dichiarano che almeno 4 pazienti su 10 hanno già sperimentato tre o più diete prima di varcare la porta dello studio.
- Quasi la metà degli esperti (46%) propone un supporto psicologico in non più di 3 casi su 10.
- Quando la terapia viene suggerita, meno della metà dei pazienti la accetta (58%), spesso perché incapace di riconoscere l’origine del proprio problema.
Oltre la bilancia: i veri contorni del problema
Il sondaggio, condotto tra l’8 e il 13 ottobre 2026, ha coinvolto 24 professionisti (23 biologi nutrizionisti e 1 dietista), attivi soprattutto con adulti tra i 25 e i 40 anni e con un carico di lavoro che sfiora, per la metà di loro, gli oltre 50 pazienti mensili.
La situazione fotografata è seria: il 33% degli esperti vede problematiche psicologiche legate al cibo in 5 o 6 pazienti su 10, mentre il 21% le riscontra in 7 o più casi su 10. Questo dato trova riscontro in una storica ricerca pubblicata sul BMJ nel 1999: lo studio, condotto su 1.700 adolescenti australiani, dimostrò che le ragazze sottoposte a diete fortemente restrittive avevano un rischio ben 18 volte superiore di sviluppare disturbi alimentari rispetto alle coetanee.
Regole rigide e sensi di colpa: i campanelli d’allarme
Cosa deve farci insospettire? Al primo posto, come detto, ci sono le diete cicliche (88%). Seguono, a pari merito al 54%, l’imposizione di regole alimentari inflessibili e i forti sensi di colpa che si presentano al termine dei pasti. Il 33% dei professionisti nota inoltre l’esclusione immotivata di intere categorie di alimenti, mentre un quarto (25%) affronta il delicato tema delle abbuffate.
Spesso sono i pazienti stessi a tradire il proprio malessere con frasi rivelatrici. Si va dall’ossessione per il controllo (“Mi dica esattamente cosa devo mangiare, altrimenti sgarro”) all’incapacità di resistere pur in assenza di appetito, fino alla cosiddetta “fame nervosa”, che spinge a mangiare nei momenti di stress. Il vero campanello d’allarme suona quando l’obiettivo non è più solo dimagrire, ma far cessare il pensiero ossessivo verso il cibo e le calorie. Per iniziare a prendere consapevolezza dei propri comportamenti alimentari e capire se si sta oltrepassando il limite, può essere molto utile partire da uno strumento di autovalutazione accreditato come l’eat 26 test.
Fretta, intelligenza artificiale e farmaci “facili”
Le pressioni sociali complicano notevolmente il quadro clinico. Il 79% dei nutrizionisti riferisce di ricevere richieste di dimagrimento in tempi record e del tutto irrealistici. Il 42% intercetta pazienti che seguono “piani miracolosi” scovati sui social o addirittura generati da chatbot di intelligenza artificiale. Preoccupa anche il dato sui farmaci: nel 46% dei casi, i pazienti richiedono medicinali per la perdita di peso senza avere alcuna reale indicazione clinica, scavalcando la necessaria valutazione medica.
Un problema che colpisce anche la mezza età
Sbaglia chi pensa che i disturbi alimentari siano un’esclusiva degli adolescenti. Tra i professionisti che registrano un aumento dei casi, ben 11 su 13 puntano i riflettori sulle donne tra i 40 e i 55 anni, fascia d’età spesso coincidente con la menopausa. Questo trend conferma i risultati dello studio statunitense GABI (2012), il quale rilevò che su oltre 1.800 donne over 50, il 71% tentava di dimagrire e ben il 13,3% mostrava sintomi chiari di un disturbo alimentare.
Il cortocircuito tra nutrizione e psicologia
Se i segnali sono così evidenti, perché si fatica ad andare dallo psicologo? Il 46% dei nutrizionisti consiglia un percorso psicoterapico solo in 1-3 casi su 10. Il vero ostacolo, tuttavia, è l’inconsapevolezza dei pazienti: quasi la metà dei nutrizionisti riferisce che le persone rifiutano la natura psicologica del proprio malessere, convinte che la chiave di tutto sia solo trovare la “dieta perfetta”. Incidono fortemente anche i costi (21%), la paura di essere giudicati, lo stigma sociale e il timore di accavallare più percorsi di cura. Eppure, le Linee di indirizzo nazionali per la riabilitazione nutrizionale nei DCA (2017) parlano chiaro: l’approccio vincente è quello dell’équipe multidisciplinare.
A chi rivolgersi: servizi territoriali e digitale
Per chi teme di soffrire di anoressia, bulimia o binge eating, la rete pubblica offre un primo e solido porto sicuro. La mappatura dell’Istituto Superiore di Sanità, aggiornata a febbraio 2026, conta 232 strutture dedicate in tutta Italia. Esiste inoltre il Numero Verde nazionale SOS Disturbi Alimentari, 800 180 969, totalmente gratuito e anonimo.
Negli ultimi anni, anche la telemedicina ha dimostrato il suo valore. Una meta-analisi del 2023 sul Journal of Technology in Behavioral Science ha confermato che l’efficacia dei percorsi a distanza è sovrapponibile a quella delle terapie in presenza per gran parte degli esiti clinici. Un esempio virtuoso in tal senso è il servizio online di Serenis per i DCA, che unisce in modo coordinato l’intervento del nutrizionista e dello psicoterapeuta, affidando però i casi di emergenza o di forte sottopeso ai centri specializzati sul territorio.
I consigli finali: prima di iniziare l’ennesima dieta
Cosa consigliano gli esperti a chi è pronto a rimettersi “a stecchetto” per l’ennesima volta? Il segreto è cambiare prospettiva: smettiamo di chiederci “quanto peso perderò?” e domandiamoci “potrò mantenere questo stile di vita senza vivere nel senso di rinuncia?”.
Un monito importante va ai genitori: evitate di commentare il peso o l’aspetto fisico dei vostri figli, così come le porzioni che mangiano, e non categorizzate i cibi in “buoni” o “cattivi”. Fate piuttosto attenzione al loro umore e al modo in cui parlano del loro corpo. L’obiettivo finale della nutrizione non è una sterile prova di forza e controllo, ma la costruzione di una convivenza pacifica e serena con l’alimentazione, senza continue battaglie quotidiane.
(Nota metodologica: I dati provengono dall’Osservatorio DCA di Serenis Nutrizione, basato su un questionario online anonimo somministrato a 24 professionisti. I risultati descrivono le osservazioni cliniche dei partecipanti e non hanno pretesa di rappresentatività statistica sulla popolazione)
Fonti
- Patton G.C. et al., Onset of adolescent eating disorders: population based cohort study over 3 years, BMJ, 1999
- Gagne D.A. et al., Eating disorder symptoms and weight and shape concerns in a large web-based convenience sample of women ages 50 and above: results of the Gender and Body Image (GABI) study, International Journal of Eating Disorders, 2012
- Meta-analisi di studi randomizzati su interventi a distanza e in presenza per bulimia nervosa e binge eating, Journal of Technology in Behavioral Science, 2023
- Blasco Amaro J.A. et al., Telemedicine in Eating Disorder Treatment: Systematic Review, JMIR Mental Health, 2025
- Ministero della Salute, Linee di indirizzo nazionali per la riabilitazione nutrizionale nei disturbi dell’alimentazione, 2017
- Istituto Superiore di Sanità, mappa dei servizi su piattaformadisturbialimentari.iss.it









