ATTUALITÀ | Terremoto | L'Aquila | |

Case nuove ma comunità perdute: la Turchia può imparare da L’Aquila?

Il caso aquilano diventa una lente per leggere la ricostruzione turca nella provincia di Hatay dopo il sisma del 2023. Tra urgenza, centralismo e rischio di perdita dell’identità urbana, gli errori da non ripetere

Case nuove ma comunità perdute: la Turchia può imparare da L’Aquila?
L’Aquila e Hatay, a sud della Turchia, sono accomunati da una tragedia comune, quella del terremoto che le ha colpite

6 Aprile 2009 e 6 Febbraio 2023, due date diverse, due luoghi diversi – L’Aquila e Hatay, a sud della Turchia – accomunati da una tragedia comune, quella del terremoto. Il sisma del 6 aprile 2009 e la successiva ricostruzione rappresentano, secondo uno studio pubblicato il 13 febbraio 2026, un vero e proprio laboratorio per prevedere gli effetti sociali ed economici di un modello di ricostruzione rapido, centralizzato e calato dall’alto.

Dopo il sisma abruzzese, il governo guidato da Silvio Berlusconi scelse una gestione emergenziale e straordinaria: i poteri furono accentrati, gli enti locali messi in secondo piano e la priorità assoluta fu la velocità. Nacquero così complessi antisismici e sostenibili, come il progetto C.A.S.E., costruiti fuori dal centro, pensati per dare subito una casa agli sfollati. Una risposta utile ed efficiente, scrivono gli autori della ricerca, ma non priva di costi sociali.

La gestione fortemente centralizzata limitò il coinvolgimento diretto dei cittadini nelle scelte; i nuovi quartieri, spesso distanti dal centro e con una dotazione ancora insufficiente di spazi pubblici e attività commerciali, hanno in alcuni casi favorito forme di isolamento e indebolito i legami sociali preesistenti; il centro storico è rimasto a lungo una “zona rossa”, con una lenta ripresa della vita urbana. A ciò si è affiancato un costo complessivo elevato dell’operazione e una gestione degli appalti che ha sollevato critiche e interrogativi sulla trasparenza.

È da qui che gli studiosi lanciano un avvertimento: ad Hatay si rischia di ripetere lo stesso schema o di sprofondare in una china ben peggiore. L’esperienza aquilana dovrebbe invitare a guardare con cautela quei modelli di ricostruzione emergenziale che, sotto la pressione dell’urgenza, rischiano di trasformarsi in forme di “capitalismo del disastro” o di “shock economy”, dove la rapidità dell’intervento può finire per prevalere sulla qualità, sulla partecipazione e sulla sostenibilità sociale di lungo periodo.

Dopo il devastante terremoto del 6 febbraio 2023 la ricostruzione nella regione turca è stata impostata su un modello non dissimile: centralizzato, gestito da grandi agenzie statali e fondato su interventi rapidi e standardizzati. In Turchia però si è andati ben oltre, arrivando a ridefinire la mappa della proprietà, trasferendo terreni e immobili al patrimonio pubblico e proponendo nuove abitazioni spesso più piccole e standardizzate. In molti casi, i cittadini sono stati espropriati (e indebitati) per ottenere una nuova casa, perdendo non solo il proprio immobile ma anche il valore simbolico, economico e sociale ad esso legato.

Ma il cuore della ricerca va oltre la proprietà. Come nel caso aquilano, anche a Hatay il rischio principale è la perdita del tessuto urbano e sociale. Antakya (l’antica Antiochia di Siria), cuore storico della provincia di Hatay, non è soltanto un insieme di edifici: è un mosaico di comunità, culture, relazioni, spazi religiosi e commerciali intrecciati nel tempo. Un modello di ricostruzione standardizzato e centralizzato rischia di cancellare questa complessità.

Ecco che torna utile, a parere degli autori, la distinzione tra cité e ville, elaborata da Richard Sennett: da un lato la città vissuta quotidianamente dagli abitanti, fatta di relazioni, abitudini e identità, e dall’altro la città progettata da urbanisti e istituzioni, fatta di piani, infrastrutture e interventi dall’alto. Questa chiave di lettura forse aiuta a comprendere in modo più critico anche la ricostruzione aquilana dopo il 2009, quando lo Stato ha privilegiato una ville efficiente e rapida costruendo nuovi quartieri e infrastrutture, ma spesso trascurando la cité, cioè le reti sociali, la memoria e la vita quotidiana del centro storico, con il risultato di una città fisicamente ricostruita, ma socialmente frammentata, segnata da periferie isolate e da un centro per anni svuotato di funzioni e relazioni.

Per questo lo studio indica nella conclusione una strada alternativa: più di una ricostruzione fatta solo di case consegnate rapidamente, un progetto urbano capace di ricucire i luoghi simbolici della città – il centro, i mercati, le piazze, i luoghi di culto – e di coinvolgere in primis le comunità locali nelle scelte. In altre parole, non solo edifici antisismici, ma una città viva.

Le esperienze come quelle del capoluogo abruzzese mostrano chiaramente che la ricostruzione non può limitarsi alla dimensione tecnica degli edifici: come ricorda David Harvey, il “diritto alla città” implica la possibilità per i cittadini di partecipare alla sua trasformazione. L’Aquila insegna che senza coinvolgimento, tempi adeguati e attenzione alla memoria urbana, si rischia di produrre una città chiusa, forse scintillante, ma priva di vita. Una ricostruzione realmente riuscita deve invece tenere insieme sicurezza, identità e partecipazione, affinché la rinascita materiale coincida con quella sociale.

La regione di Hatay, la città di Antiochia, oggi si trovano davanti allo stesso bivio: costruire rapidamente o ricostruire davvero. La differenza, come insegna L’Aquila, sta tutta lì. La velocità può salvare nell’immediato, ma può anche generare ferite profonde se non è accompagnata da partecipazione e attenzione al tessuto sociale.