L’AQUILA – “Anche quando tutto è, o pare perduto bisogna rimettersi tranquillamente all’opera ricominciando dall’inizio”. E poi, ancora: “…Odio gli indifferenti”. E’ con queste due massime di Antonio Gramsci, il filosofo, politologo e fondatore del Partito comunista d’Italia che si apre il documento politico messo a punto da un gruppo di esponenti del gruppo cittadino del Pd convinti che occorra aprire un forte dibattito interno sulla crisi che il partito sta vivendo negli ultimi anni e non soltanto dalla sconfitta delle ultime amministrative. Una presa di coscienza da cui ripartire per rifondare un Partito democratico nuovo ‘Prima che tutto crolli’. E’ proprio questo il titolo emblematico che quegli esponenti del Pd aquilano hanno voluto dare al documento, profondamente convinti che serva rimettersi in gioco a partire dalle idee e dall’umiltà.
A firmarlo una ventina di persone: primo tra tutti l’ex assessore alle Opere pubbliche Maurizio Capri, che ha spinto affinchè da una base di laboratorio politico inominci un confronto. A seguirlo, nomi importanti come l’ex assessore alla Ricostruzione ed ex vicesindaco dell’Aquila Pietro Di Stefano, l’ex presidente del Consiglio comunale Carlo Benedetti, il sindaco di Pizzoli Gianni Anastasio, la sindaca di Cagnano Amiterno Iside Di Martino, l’ex sindaco di Scoppito Marco Giusti, la segretaria del circolo Pd dell’Alto Aterno Katia Dell’Aguzzo, l’ex sindaco di San Demetrio ne’ Vestini Silvano Cappelli e altri ancora. Un elenco nel quale, però, non appaiono altri nomi che ci si aspetterebbe di trovare.
Il documento suona come una chiamata pacificatoria, ma anche una strigliata o, forse, un’incitazione a rimboccarsi le maniche insieme per ricostruire il partito, uscito sconfitto in malo modo dal voto delle amministrative di giugno tra la ‘fase del rinnovamento’ e ‘apertura’ avviata all’Aquila dalla presidente Emanuela Di Giovambattista (l’assemblea cittadina si è tenuta la settimana scorsa) e dal gruppo dirigente locale, e la strana stagione che travolge il Pd a livello nazionale.
Sì, ma cosa fare ‘Prima che tutto crolli’? Ripartire da una fase congressuale vera, che dal livello nazionale possa estendersi anche nei territori, quello aquilano prima di tutto, evitando di sfuggire a una “fase di riflessione e di autocritica, oggi, non più rinviabile”, si legge nelle prime battute del documento che è già stato consegnato al segretario regionale del Pd Michele Fina, in questi giorni impegnato a incanalarsi nel suo nuovo ruolo di senatore a Roma. Le parole ponderate e pesate delle quattro pagine di documento ripercorrono ‘l’inizio della fine’: il 2017, anno del voto amministrativo del dopo Cialente, “in cui dopo un primo turno favorevole, perdemmo il governo del Comune”. Una sconfitta da inserire nella stagione negativa del partito in Italia:
“Poiché in quei ballottaggi – si analizza nel documento – furono diverse le amministrazioni che perdemmo, sebbene avessimo ottenuto risultati positivi nei primi turni. Era di tutta evidenza che c’era un vento nazionale che stava velocemente cambiando; infatti il Pd nel 2018 ebbe il suo tracollo con altre successive sconfitte”.
Ma è più avanti che il documento di addentra nel cuore molle del Pd: “Il Partito è stato (e ciò avviene da tempo) diviso su tutto; di conseguenza, non è stato in grado di dare una linea chiara, è apparso ondivago preoccupato più a inseguire pulsioni umorali al di fuori di sè, che a unire in tempi larghi e modalità accettabili il campo progressista”. E la critica ai personalismi: “I continui distinguo non hanno certo contribuito a restituire una immagine di solidità e coesione per affrontare una battaglia già di per sé difficile” e anzi minata dalla “successiva divisione del campo progressista, e il refrain del voto disgiunto ulteriore segno di una competizione interna al campo progressista piuttosto che contro la destra: è accaduto qui quello che poi sarebbe accaduto tre mesi dopo alle politiche nazionali, guarda caso proprio con gli stessi soggetti di rappresentanza politica”. Insomma, una disfatta inflessibile, ma le cui cause generali e profonde sono di natura politica e devono essere analizzate e discutesse.
Ma il partito, lungi dal chiudersi in se stesso, deve anche considerare il contesto nazionale e internazionale. Recessione, povertà, lavoro, clima, ambiente, diseguaglianze e pace sono gli argomenti di cui si dovrà discutere, e decidere sulla base di questo chi rappresentare e per cosa battersi:
“Diciamo basta a un partito diviso per gruppi teso solo ad assicurare un scranno ai capi corrente o ai vari cerchi magici”.
Discorso analogo a livello locale: basta con gruppi dirigenti “formati solo per assicurare uno scranno in Regione”, perché la squadra, in vista del voto, appunto, per il rinnovo del Consiglio regionale “dovrà avere una partecipazione collettiva senza carrierismi precostituiti, portatrice di un sentimento che vive nella nostra realtà”. E poi, L’Aquila, che “ha il suo arduo compito: dalle infrastrutture, al ruolo della città come elemento urbano ma anche nella sua funzione di capoluogo di regione, dei servizi, sanità, università, scuole”, montagna, territorio, ricostruzione privata e pubblica. “Sono solo dei titoli – conclude il documento – per i compiti da svolgere assegnati a un partito che aspira a riprendere il suo ruolo di guida e si ripromette di tornare presto al governo locale”. Infine, il documento mette in guardia dalla tentazione di liberarsi di voci non tollerate, nella convinzione che “si possa dar vita a una positiva fase rigeneratrice a patto che lo si voglia e soprattutto a patto che tutte le energie vengano considerate preziose e non con fastidio”.
Ora la parola spetta al segretario Fina che dovrà decidere se accettare la base di laboratorio politico proposta da Capri e gli alri, oppure respingerla al mittente, con la quasi certezza, però, che le evidenti divisioni nel Pd aquilano possano, a quel punto, incancrenirsi una volta per sempre.









