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L’Aquila e Ancona, due capitali del commercio e della cultura nella storia

L’Aquila e Ancona
Poche parole, un’idea chiara: L’Aquila e Ancona sono sempre state più vicine di quanto sembri. Tra XIII e XVI secolo non erano mondi così separati, ma erano città inserite un unico sistema di scambi.

Mercati, scambi e commerci dall’Appennino all’Adriatico: un legame secolare tra Abruzzo e Marche

Poche parole, un’idea chiara: L’Aquila e Ancona sono sempre state più vicine di quanto sembri. Tra XIII e XVI secolo non erano mondi così separati, ma erano città inserite un unico sistema di scambi. La montagna e il mare si parlavano ogni giorno attraverso fiere, porti e rotte commerciali, collegando l’Adriatico al cuore dell’Appennino.

Oggi quella connessione idealmente torna attuale. Da un lato L’Aquila, che ha fatto della cultura una leva concreta di rinascita; dall’altro Ancona, che accelera verso il 2028 costruendo un “Sistema della Cultura Cittadino”, una regia condivisa per istituzioni e territorio. Due città diverse, ma con una storia comune e, forse, una nuova traiettoria condivisa: quella delle Capitali della Cultura 2026 e 2028, che riportano al centro un’antica alleanza tra entroterra e Adriatico.

Storicamente già dalla prima metà del XII secolo si registra un’intensificazione degli scambi lungo la costa occidentale dell’Adriatico, in un sistema dominato da Venezia, tutt’altro che statico. Accanto alla Serenissima emergono poli alternativi, tra cui proprio Ancona, che tra XIII e XV secolo si afferma come uno dei principali snodi commerciali dell’Adriatico, in grado di misurarsi con Venezia e di intrattenere rapporti diretti con l’Oriente.

E la competizione è così forte che Venezia, già nel 1141, stringe trattati con città marchigiane per contenere l’espansione anconitana, e nel 1228 arriva a coinvolgere centri come Osimo, Recanati e Numana in accordi che garantiscono ai mercanti veneziani libertà di traffico e privilegi fiscali, non a caso, in funzione apertamente anti-anconitana. Solo nel 1264 la pressione veneziana raggiunge il culmine e Ancona è costretta a riconoscere la supremazia della Serenissima, e subendo ulteriori limitazioni ai propri traffici dopo scontri navali ripetuti.

In questo scenario competitivo la rete commerciale non riguarda solo la costa, ma coinvolge profondamente nell’entroterra, coinvolgendo città e territori dell’Abruzzo interno.

Il nucleo di questa rete era rappresentato dalla direttrice appenninica che collega L’Aquila al sistema portuale marchigiano. Tra XIII e XIV secolo, una via commerciale ben definita attraversava Sulmona, Ascoli Piceno, Camerino, Fabriano e raggiungeva i porti dell’Adriatico, inserendosi in quel sistema più ampio che connetteva Firenze, Roma e Venezia. Era uno dei principali assi di circolazione delle merci tra Tirreno e Adriatico. Altro che barriera: l’Appennino funzionava da cerniera, un elemento di connessione tra economie diverse ma complementari.

In questo contesto, L’Aquila assunse presto un ruolo centrale: la città si afferma come uno dei maggiori poli produttivi dell’Italia centro-meridionale, grazie soprattutto alla produzione di zafferano, considerato tra i migliori d’Europa; si esportano lana grezza e prodotti agricoli, che raggiungono i mercati marchigiani e, attraverso i porti, vengono redistribuiti su scala più ampia. Già nel XIV secolo mercanti abruzzesi sono documentati nei circuiti commerciali che collegano Toscana e Adriatico, spesso impegnati nello scambio tra panni fiorentini e materie prime appenniniche.

Sul versante opposto, Ancona e gli altri porti marchigiani rappresentano il terminale marittimo di questo sistema e , accanto alla città dorica, svolgono un ruolo rilevante Fano, Pesaro, Rimini e Fermo, ciascuna con funzioni specifiche all’interno della rete commerciale.

Il vero elemento di integrazione del sistema, tuttavia, è rappresentato dalle fiere. Dopo la crisi demografica ed economica della peste del 1348, le città reagiscono creando nuovi spazi di scambio e introducendo franchigie per attrarre mercanti.

Nel 1358 nasce la grande fiera di Fermo, della durata di un mese, legata alla festa dell’Assunta. Nel 1368 viene regolamentata quella di San Severino Marche. Nel 1407-1408, con due provvedimenti di Ladislao di Durazzo, viene istituita la fiera di Sant’Emidio ad Ascoli Piceno per rilanciare un’economia definita “depressa e collassata”.

Nel frattempo si consolidano le fiere di L’Aquila e Sulmona, già attive nel XIII secolo, e si afferma quella di Lanciano, destinata a diventare nel Quattrocento tra le principali del Regno di Napoli, punto di incontro tra mercanti italiani, balcanici e levantini.

Nel corso del XV secolo, queste fiere si organizzano in un vero e proprio sistema coordinato: tra primavera e autunno, i mercanti possono spostarsi senza interruzione da Rimini a Pesaro, da Fano a Recanati, fino a Fermo e Lanciano, con collegamenti verso Foligno e L’Aquila.

All’interno di questo sistema, i flussi di merci sono intensi e ben documentati. Dalle Marche e dall’Abruzzo partono verso Venezia cereali, vino, olio, carne salata e bestiame, ma anche prodotti più specializzati come zafferano, guado, scotano e tessuti.

In direzione opposta arrivano prodotti orientali, spezie, manufatti e metalli. Le fiere diventano luoghi di incontro tra economie diverse: quella agricola e pastorale dell’Appennino, quella manifatturiera delle città umbre e toscane, e quella commerciale dei porti adriatici.

A garantire il funzionamento di questo sistema è, ancora una volta, Venezia. La Serenissima protegge le rotte, interviene contro pirati e corsari, e difende le fiere adriatiche, come dimostrano interventi documentati nel 1409 e nel 1416 contro attacchi ai mercanti diretti a Fermo e Recanati. Nel 1508, addirittura, invia galee per proteggere i traffici verso le fiere di Lanciano e Recanati. Ma questa protezione avrà alla lunga un prezzo: Venezia utilizzava il sistema adriatico per controllare i flussi commerciali e garantire l’approvvigionamento della propria popolazione, accedendo direttamente alle risorse dell’Italia centrale.

Eppure, al di là dell’egemonia veneziana, ciò che emerge con forza è l’autonomia e la vitalità delle relazioni tra Marche e Abruzzo: un sistema integrato, in cui città come L’Aquila e Ancona svolgevano ruoli cardine. E ora che sono Capitali della Cultura non possono limitarsi a esporre patrimoni o attrarre flussi: dovrebbero tornare a essere, come un tempo, luoghi vivi di scambio: di merci, idee, visioni, relazioni. È nei mercati, nelle piazze, nei porti e nelle vie che si costruisce davvero una comunità culturale, quando le persone si incontrano, si confrontano e generano nuove forme di pensiero.

Rivitalizzare le città italiane significa allora recuperare questa dimensione: fare del commercio non solo economia, ma occasione di incontro. Perché è proprio lì, dove circolano insieme beni e persone, che nasce – e rinasce – la cultura.

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