A L’Aquila un portone è tornato ad aprirsi. È quello di Palazzo Spaventa, affacciato su via Andrea Bafile, a pochi passi dalla Chiesa di Santa Margherita. Un luogo che non è soltanto architettura, ma racconto vivo di una città che rinasce riscoprendo la propria storia, Proprio qui, in una delle sue sale più rappresentative, si è tenuta la conferenza stampa di presentazione della giornata inaugurale della Capitale della Cultura 2026. Un segnale chiaro: la cultura passa anche attraverso la riapertura dei luoghi, il recupero degli spazi, la possibilità di abitarli nuovamente.
Le foto degli interni sono più che dettagli o scorci: sono inviti. Inviti ad attraversare sale che per lungo tempo sono rimaste chiuse, a lasciarsi sorprendere dalla luce che filtra tra le vetrate e si poggia morbida sugli affreschi, dalle linee eleganti di uno stile liberty-neoclassico che parla di equilibrio e raffinatezza. All’ingresso la prima cosa che colpisce è infatti proprio la cancellata, bella, sinuosa, quasi musicale nel suo disegno in ferro battuto; poi lo sguardo sale e incontra le vetrate, con quei toni verde, giallo e blu che raccontano il cromatismo dello stile Liberty. Un linguaggio fatto di arti applicate e architettura si fondono in un’unica visione. Altro che arti minori!
E proprio entrando, durante le Giornate FAI di Primavera — giunte alla loro 34ª edizione — la sensazione è quella di fare un viaggio guidato nel tempo. A raccontarlo, con passione e chiarezza, sono le giovani guide del FAI, che accompagnano i visitatori tra le trasformazioni del palazzo, spiegandone evoluzione strutturale e funzioni attraverso i secoli (anche con l’ausilio di utili diapositive). E allora tutto prende forma: non è più solo un edificio, ma una storia che si svela passo dopo passo.
Passeggiando tra queste stanze — alcune delle quali normalmente non accessibili — si percepisce tutta la stratificazione del tempo. Le prime notizie documentate risalgono al 1783, quando il Duca di Paganica, D’Ignazio Costanzo, acquistò l’intero isolato, allora comprensivo anche di un orto, per costruirvi la dimora di famiglia. Poi, nel 1840, il passaggio al Marchese Spaventa, che ha lasciato il nome al palazzo, e infine il ritorno ai Gesuiti nel 1926, quando il complesso venne ampliato e trasformato fino alla configurazione attuale.
I soffitti cassettonati, dipinti ad affresco con motivi vegetali e sacri, dialogano con eleganti stucchi e volumi armonici tipicamente neoclassici. E poi c’è un segno che ritorna, quasi come un filo rosso: il monogramma IHS, il cristogramma dei Gesuiti. Lo si incontra più volte, discreto ma presente. È un simbolo antico, nato nei primi secoli del cristianesimo come abbreviazione del nome di Gesù (dalle lettere greche ΙΗΣ), diffuso a L’Aquila nel Quattrocento da San Bernardino da Siena e poi adottato nel 1541 da Ignazio di Loyola come emblema della Compagnia di Gesù. “Iesus Hominum Salvator”, oppure “In Hoc Signo”: significati che si stratificano, proprio come la storia del palazzo.
Intorno, la città continua a raccontarsi: poco distante sorgono Palazzo Camponeschi, oggi sede universitaria, e il Palazzetto dei Nobili, spazio espositivo e cuore pulsante della vita culturale. Una rete di bellezza che, insieme, compongono l’identità profonda dell’Aquila.
E allora queste immagini diventano qualcosa di più: testimonianze di una restituzione, frammenti di un patrimonio che torna ad essere condiviso. Come sottolinea Angelo Cora, che ci ha gentilmente concesso i suoi scatti, “almeno per questo anno di Capitale della Cultura tutti i palazzi storici dovrebbero essere aperti al pubblico nei fine settimana, raccontati e resi accessibili a chi visita la città”. È un auspicio, ma anche una direzione. Perché L’Aquila, oggi, non chiede soltanto di essere guardata: chiede di essere attraversata, compresa, vissuta. E Palazzo Spaventa, finalmente, è di nuovo parte di questo racconto.









