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Il referendum sulla giustizia? Non pervenuto ai ventenni

Tra tecnicismi e disinteresse istituzionale, la giustizia italiana non arriva ai ventenni.

Il referendum sulla giustizia? Non pervenuto ai ventenni
Nuovo referendum sulla riforma della giustizia, nuovi quesiti, nuova campagna. Giovani che non sanno nulla del referendum

Il 12 giugno 2022 l’Italia ha votato su cinque quesiti referendari sulla giustizia. L’affluenza si è fermata al 20,9 per cento. Meno di uno su cinque. Un disastro così prevedibile che quasi nessuno si è preso la briga di sorprendersi.

Adesso siamo di nuovo qui. Nuovo referendum sulla riforma della giustizia, nuovi quesiti, nuova campagna. E un sondaggio Ipsos per il Corriere della Sera che dice che il 48 per cento degli italiani non andrà a votare o lo ritiene molto improbabile. Il copione è identico. I protagonisti anche.

La domanda è sempre la stessa, e nessuno la fa davvero: perché?

Il problema non è l’indifferenza. Un sondaggio Swg, citato da L’Espresso nel 2022, mostrava una cosa semplice e devastante: due italiani su tre erano convinti che la giustizia non funzionasse, ma solo uno su quattro si riteneva informato sui quesiti. Il gap tra il sentire il problema e capire la soluzione proposta era — ed è — abissale.

Tra i giovani, quel gap si moltiplica. Non perché i ventenni siano stupidi o apatici. Ma perché la distanza tra il linguaggio dei quesiti referendari e il linguaggio con cui si vive a vent’anni è la stessa che esiste tra un testo di diritto costituzionale e una storia su Instagram.

Custodia cautelare. Separazione delle funzioni. Modalità di elezione del Csm. Abrogazione parziale dell’art. 4 del decreto legislativo n. 31 del 2002.

Sono frasi reali, estratte da quesiti reali, che gli elettori avrebbero dovuto leggere in cabina. Traduzione richiesta: nessuna. Quella ufficiale, almeno.

Lo Stato non spiega. TikTok neanche.
L’educazione civica italiana è frammentaria nel migliore dei casi, assente nel peggiore. A scuola si studia la Costituzione in astratto, raramente si fa l’esercizio di collegare una norma alla vita concreta di una persona. Chi è un pubblico ministero? Cosa significa finire in custodia cautelare prima di una sentenza? Chi controlla i giudici, e chi controlla chi li controlla?

Domande semplici. Risposte che il sistema formativo non dà. E che le istituzioni non si preoccupano di dare neanche durante la campagna referendaria.

Nel frattempo, su TikTok, il referendum non esiste. O quasi. I contenuti virali sulla giustizia italiana riguardano casi di cronaca, processi famosi, true crime. Non la riforma del Csm.

Cosa s쳭erebbe se spiegassimo le cose per bene?
Vale la pena fermarsi un momento sul punto. Il problema non è che i giovani non siano interessati alla giustizia. Sono interessati, eccome. Seguono i processi in diretta, discutono di diritti, si indignano davanti alle ingiustizie. Il problema è che non riescono a collegare quella indignazione a una scheda elettorale con una domanda formulata in burocratese.

Funziona così, ogni volta che qualcuno si prende la briga di spiegare. Se si parte da una storia concreta — cosa s쳭e a uno studente arrestato in via cautelare prima della sentenza? può un sindaco condannato restare in carica? chi decide se un giudice sta lavorando bene? — le cose diventano improvvisamente reali. Vicine.

Non è educazione civica. È giornalismo. È comunicazione istituzionale. È il lavoro che nessuno ha voglia di fare, perché richiede tempo, competenza e il coraggio di rinunciare al gergo protettivo con cui gli addetti ai lavori tengono i non addetti fuori dalla stanza.

I giovani che non sanno nulla del referendum non sono il problema. Sono il sintomo. Il problema era — ed è — un sistema che produce decisioni importanti attraverso strumenti incomprensibili ai più, e poi si meraviglia se i più decidono di restare a casa.

La prossima volta che qualcuno si lamenta che i giovani non sanno nulla del referendum, vale la pena chiedersi: chi avrebbe dovuto spiegarglielo? E perché non l’ha fatto?

Quindi, quando ci interroghiamo sul Referendum sulla giustizia, giovani e mancata partecipazione, chiediamoci se sia un deficit che non nasce dall’apatia, ma da un sistema che non ha mai imparato a parlare chiaro.