L’AQUILA – Si chiude sulle note di Perfect Day di Lou Reed. “You just keep hanging on”, continua a resistere, perché in fondo è l’unica cosa che puoi fare. È il brano scelto da Pablo Trincia per chiudere “L’uomo sbagliato”, lo spettacolo andato in scena ieri sera ai Cantieri dell’Immaginario. Un finale che arriva dopo oltre un’ora di racconto capace di lasciare il pubblico in silenzio davanti a una ferita aperta della giustizia italiana.
Nei giorni precedenti Trincia aveva scelto di non rivelare il tema dello spettacolo. Solo all’inizio della serata svela che il viaggio sarà dentro quello che molti considerano uno dei più clamorosi casi di errore giudiziario della storia italiana: i quindici omicidi di donne anziane commessi tra Puglia e Basilicata negli anni ’90.
Le vittime hanno tutte caratteristiche simili: donne sole, anziane, che vivono al piano terra di piccoli paesi pugliesi. A ucciderle è Ezzedine Sebai, cittadino tunisino affetto da gravi problemi di alcolismo, identificato grazie alle impronte digitali trovate su due scene del crimine. Anni dopo sarà lui stesso a presentarsi alla magistratura di Milano confessando complessivamente quindici omicidi, fornendo dettagli che, racconta Trincia, soltanto l’autore materiale poteva conoscere. Morirà suicida poi in carcere.
La tragedia, però, non finisce con l’individuazione del serial killer. Quando Sebai confessa, per gran parte di quei delitti ci sono già persone condannate all’ergastolo o a pene pesantissime. Sono uomini fragili, di famiglie umilissime, spesso con problemi di tossicodipendenza o piccoli precedenti penali, che nel corso delle indagini avevano confessato uno dopo l’altro quegli omicidi. Negli anni successivi molti di loro ritratteranno, sostenendo di essere stati minacciati e picchiati durante gli interrogatori.
Attraverso documenti, immagini d’archivio e atti processuali, Trincia ricostruisce un’inchiesta costellata di ombre. Sullo schermo scorrono video di sopralluoghi ricostruiti il giorno dopo i delitti perché inizialmente non erano stati documentati, investigatori che toccano porte e oggetti senza particolari precauzioni, modalità operative che oggi appaiono lontane dagli standard della moderna polizia scientifica. A questo si aggiungono referti medici e testimonianze che alimentano i dubbi sulle confessioni rese dagli imputati.
Eppure la confessione del vero assassino non basta racconta Trincia. In un successivo procedimento viene ritenuta attendibile soltanto per uno degli omicidi, l’unico che non aveva ancora un colpevole. Per tutti gli altri le condanne di quegli ‘uomini sbagliati’ restano definitive.
Tra le storie raccontate c’è quella di Vincenzo Donvito, ricordato nel suo paese come un ragazzo fragile, incline ai piccoli furti ma non alla violenza. Durante la detenzione si innamora di un altro uomo, evade per raggiungerlo a Foggia, perde i benefici del carcere e finirà per togliersi la vita nel penitenziario di Teramo.
Ma il volto che accompagna il finale dello spettacolo è quello di Giuseppe Tinelli, arrestato poco più che ventenne e ancora oggi condannato per uno di quegli omicidi. Trincia racconta di aver incrociato il suo sguardo durante un’udienza del Tribunale di Sorveglianza di Milano, quando gli viene concessa la semilibertà. Un sorriso appena accennato, una speranza appesa a un istante. Per la giustizia Tinelli resta colpevole; per il giornalista, quel ragazzo continua a vivere sospeso in un limbo, in attesa che la verità possa un giorno trovare spazio anche nelle aule dei tribunali.
“L’uomo sbagliato” è un’inchiesta raccontata dal vivo, un racconto che costringe a interrogarsi su una domanda difficile: cosa accade quando la verità arriva troppo tardi e la giustizia non riesce più a correggere i propri errori?







